5.1 La tragedia dell’esistenza
Nella
storia della filosofia Schopenhauer figura come il pessimista per antonomasia,
essendo in effetti la sua una visione tragica del mondo e della vita. Come
abbiamo visto, questa inclinazione è in un certo senso costitutiva della sua
stessa personalità, traspare cioè dal temperamento e dalla vicenda esistenziale
del filosofo che, ancora bambino, già rimuginava sui mali della vita, la morte
e cose del genere. Certo, questo è un particolare, al limite una coincidenza,
perché in realtà il pessimismo del filosofo sta tutto quanto nella sua
filosofia, dalla quale consegue inevitabile. «Era naturalmente pessimista -
come scrive ad esempio Th. Mann - per il fatto stesso di essere il filosofo e
lo psicologo della volontà (...). Un mondo della volontà non può essere che un
mondo del dolore» (1).
Fino
a questo punto abbiamo considerato separatamente i due mondi di Schopenhauer,
distinti così come lui stesso li espone ai suoi lettori. Si tratta però di un
dualismo ambiguo e artificioso, adottato dal filosofo per esprimersi più
comodamente, perché veramente il suo è un rigido monismo. Il mondo da lui
concepito in effetti è uno, sempre lo stesso, quello come volontà; di cui la
rappresentazione - cioè tutte le cose date alla nostra esperienza, compresi noi
stessi - non è se non apparenza illusoria, mèra idealità, semplice fenomeno
della volontà medesima. Questo mondo per noi, dunque, che pure è oggetto della
scienza, non ha valore se non in quanto lascerebbe intravedere come suo
fondamento un dato differente, esso sì degno di essere definito con l’attributo
di reale, cioè appunto la benché inconoscibile “Volontà” cosmica. Non
dimentichiamo inoltre la funzione centrale che Schopenhauer attribuisce al
soggetto umano, nella concezione e articolazione dei due mondi. È infatti lui
che, in primo luogo, costituisce idealisticamente il mondo come
rappresentazione, cioè il complesso dei rapporti tra gli oggetti regolato dalle
leggi del principio di ragione, la cui applicazione è appunto il dettame del
soggetto stesso, che quel principio possiede a priori. Ed è inoltre
sempre lui il solo essere capace di intuire l’inseità del proprio corpo come
volontà, e ad estendere quindi analogicamente questa proprietà o qualità a
tutto il restante mondo naturale. Il soggetto conoscente è pertanto quello che
realizza il passaggio dal micro al macrocosmo, da una volontà umana individuale,
particolare, ad un’universale “volontà della Natura”. Una sorta di entità
metafisica che il filosofo induce si sia fatta mondo attraverso un processo di
«obiettivazione», consistito in una specie di emanazione mediante cui essa, con
la mediazione delle «idee», si sarebbe infranta nella molteplicità dei
fenomeni. Come molti interpreti hanno
giustamente fatto notare, questo passaggio cruciale che il filosofo prospetta,
dall’uomo al mondo, dall’interiorità della coscienza individuale ad una
presunta realtà universale assoluta, è del tutto inaccettabile. Perché si
tratta di un banale e ingiustificato antropocentrismo, che era in voga già ai
tempi di Platone, un arbitrio irrazionale con il quale si pretende di spiegare
ogni cosa sulla base della condizione umana. Come dice ad esempio il Vasoli, la
presunta volontà del mondo, e il procedimento adoperato da Schopenhauer per
giungervi, può riuscire solo a «fornirci una chiave evidentemente del tutto
mitica e antropomorfica per comprendere l’intima natura della realtà» (2).
Ora
i due mondi, sebbene siano in realtà uno solo - quello di una volontà
considerata o «subiettivamente», in qualità di cosa in sé, oppure come fenomeno
esteriore oggettivato - permangono tuttavia impostati su uno schema
duale dalle caratteristiche contrapposte. Pur essendo in fondo la stessa cosa,
essi sono al tempo stesso antinomici, del tutto estranei l’uno all’altro. Il
mondo come rappresentazione soggiace in ogni parte al principio di ragione,
quello come volontà per niente. L’uno, nella sua molteplicità, sussiste
unicamente in base ai nessi che quel principio instaura tra i fenomeni, collegamenti
che non sono suoi propri, bensì gli derivano dal contributo essenziale della
soggettività. L’altro sussiste in sé e per sé, intero, assoluto,
incondizionato, fuori da ogni intuizione, da ogni forma tradizionale di
conoscenza, fuori da spazio e tempo e dunque da qualsiasi pluralità. Nel mondo
come rappresentazione ogni accadimento è necessitato dal suo essere inserito
nell’infinita catena della causalità. Lo stesso agire degli uomini non può
sottrarsi al dominio di questo vincolo universale, dovendo le volontà
individuali subire gli effetti che infallibilmente i motivi provocano volta per
volta su ciascuna. Nel mondo noumenico al contrario, la volontà metafisica è
«onnipotente», dotata di un’assoluta libertà, non sottomessa alla
determinazione di nessuna legge che non sia dettata da se stessa.
Proprio
per questo però, la volontà del mondo, diversamente da quella dei singoli
individui, è di per sé irrazionale, inconsapevole di quello che fa. Nella sua
qualità di cosa in sé, di primordiale, originaria essenza di tutte le cose,
essa non ha una causa, né un motivo o uno scopo di cui sia cosciente. Non è
rivolta verso oggetti specifici da perseguire, quindi non c’è niente di
particolare che la muova. La volontà metafisica come la intende Schopenhauer, è
piuttosto un volere generico: essa vuole e basta. La sua è una tendenza
inesauribile, una spinta irrefrenabile, incapace di una meta finale, di
appagamento o di quiete. Come egli scrive, la volontà del mondo «continuamente
aspira, perché aspirare è la sua unica essenza (...) e solo per una costrizione
può essere trattenuta, ma in sé si estende all’infinito». Di essa si può
soltanto presumere e dire che si tratta di un’oscura pulsione, un prepotente e
incontenibile ardore, insomma qualcosa di «assolutamente senza ragione», che
non riesce a smettere di volere, pur non sapendo perché lo fa. Ora, il filosofo
stesso si rende conto della difficoltà a comprendere tale concetto di una
volontà cieca, dato che ordinariamente ogni volere è determinato da un oggetto
specifico, senza del quale sarebbe un’insensata frenesia. Egli se la cava però
con la solita avvertenza, che occorre distinguere tra il fenomeno e il noumeno
della realtà. Così che, mentre ogni atto volitivo dell’uomo ha un fine preciso,
la volontà cosmica non ne ha nessuno; essa è una e infinita, e vuole
senz’altro, con un ardore privo di limiti e di scopi. D’altra parte, pretendere
di sapere altro sarebbe come domandare a un uomo non tanto perché vuole questo
o quello, ma per quale ragione in generale egli vuole vivere, ed ecco che
costui non saprebbe cosa rispondere (3).
Quest’ultima
osservazione ci conduce in effetti al nodo della questione, poiché a questo
punto vien da chiedersi cosa sia alla fine che la volontà vuole con una tale
insaziabile brama. Ebbene, molto semplicemente, «ciò che la volontà sempre
vuole è la vita (...); perciò è tutt’uno, e semplice pleonasmo, quando invece
di “volontà” senz’altro diciamo “volontà di vivere”». Così che il mondo della
vita, nel quale la volontà si manifesta, cioè si “obiettiva” e si specchia, è
al tempo stesso ciò che essa vuole. Come
al corpo è assicurata la sua ombra, e alla cosa in sé il suo fenomeno, così
alla volontà la vita: non esiste l’una senza l’altra. Schopenhauer enfatizza
questo particolare fino addirittura all’esagerata affermazione che «tutta la
natura è fenomeno ed anche adempimento della volontà di vivere»; trascurando
che la vita è una realtà circoscritta alla superficie del nostro piccolo
pianeta, mentre per il resto non solo il sistema solare, ma l’intero Universo è
una struttura inorganica, cioè biologicamente inerte, benché piena di energia.
E sì che egli aveva già dimostrato di conoscere la differenza tra i corpi
minerali, vegetali e animali. D’altra parte qui abbiamo a che fare con una
considerazione filosofica, piuttosto che scientifica del mondo, ed è
comprensibile che per una metafisica ottocentesca quel dettaglio possa anche
essere un’inezia insignificante. Infatti il filosofo rimane fermo sulla sua
posizione anche nei posteriori Supplementi, dove insiste nel ripetere
che tale sua spiegazione del mondo si distingue dai vari panpsichismi,
panteismi e panlogismi che hanno affollato la storia della filosofia. Come egli
dice, «la volontà alla vita, ben lungi dall’essere un’ipostasi a
capriccio, o addirittura una vuota parola, è l’espressione unicamente vera
della più intima essenza del mondo (...); è il tono fondamentale del suo
essere, la sua unica, immutabile e incondizionata qualità». E nel mondo in
effetti assistiamo a un profondo e incessante premere all’esistenza, alla
produzione e proliferazione della vita, nonché alla sua conservazione ad ogni
costo. Tutti gli esseri sono posseduti da questo slancio vitale, presi
dall’urgenza di sopravvivere e riprodursi, il che vale ugualmente per gli
insetti come per gli uomini. Perché questa tendenza esuberante, questo
comportamento che accomuna tutti i viventi, non è dettato dalla coscienza di un
qualche valore della vita, ossia non è la conseguenza di una riflessione,
quanto piuttosto l’esito di un impulso istintivo primario, un primitivo conato
interiore, del tutto indipendente dalla conoscenza perché anteriore ad ogni sua
forma possibile. Così la volontà di vita è «la cosa prima e incondizionata, la
premessa di tutte le premesse»; come tale essa è il postulato della filosofia,
ciò che sta alla base di ogni spiegazione, pur non essendo spiegabile in se
stessa, se non come il cieco irrompere di un istinto, in conseguenza del quale
il mondo è quello che è. Di nuovo il filosofo, preso dall’entusiasmo per la sua
scoperta, finisce per esagerare visibilmente, con il dire che «la volontà alla
vita non si trova in conseguenza del mondo, ma il mondo in conseguenza della
volontà alla vita»; senza curarsi minimamente di distinguere tra biologia e
geologia, e per di più lasciando intendere che la prima sia il fondamento della
seconda, invece del contrario (4).
Sta di fatto che, sebbene senza
avere un fondamento razionale, la volontà del mondo si presenta d’altra parte
come una pienezza esondante di vita. Ora resta da capire quale sia il senso di
questa che il filosofo definisce «la più reale di tutte le cose». Come c’è da
aspettarsi, quello che egli deduce da tale assioma è un quadro tutt’altro che
idilliaco, nonché ben poco rassicurante, e tuttavia non privo di buone ragioni.
Infatti, se si tralasciano per un momento i presupposti metafisici
imbarazzanti, allora ecco che la sua descrizione del mondo della vita, quello
concreto degli esseri viventi, appare di una profondità mai vista prima. Tanto
più sorprendente se si considera che a quei tempi ovviamente non esistessero i
documentari naturalisti, che mostrano da vicino la vera realtà dell’esistenza
animale, e le poche informazioni su questo argomento si potevano reperire solo
su pochi libri. Ebbene, Schopenhauer sembra estendere a questo intero mondo ciò
che Hobbes aveva detto della condizione dell’uomo nello “stato di natura”, però
con la differenza che mentre la concezione di quest’ultimo era del tutto
fantasiosa, invece il nostro filosofo fornisce un resoconto di rara verità,
nelle linee essenziali del tutto attendibile ancora oggi.
Detto
in generale, la sua opinione è che in Natura ci troviamo di fronte ad
un’insanabile lotta per l’esistenza, combattuta irriducibilmente da ognuno
contro tutti. Tradotto nel suo linguaggio, questo punto di vista significa che
la volontà del mondo, nel mondo, è situata come su un campo di battaglia, in
perenne conflitto con se stessa, e cioè senza che si dia alcuna possibilità di
pacificazione. Addirittura questa situazione è talmente universale, da essere
osservabile già nei gradi inferiori di obiettivazione della volontà, nel regno
inorganico della Natura, dove nella stessa costituzione della materia in quanto
tale è presente una forma di contesa, un costante premere e resistere, in
conseguenza del quale soltanto è reso possibile l’equilibrio delle contrapposte
forze di attrazione e repulsione che la tengono insieme. Inoltre, anche ognuno
degli innumerevoli corpi minerali e inerti deve contendere agli altri lo spazio
e la materia, e deve operare un continuo sforzo per conservare la forma
assunta, per dominare e controllare le forze naturali che lo fanno essere, le
quali oppongono resistenza a qualsiasi limite che ne impedisca il libero
spiegamento. Perciò il solido tende allo stato liquido e questi allo stato
gassoso, perché i corpi tendono naturalmente a disintegrarsi, e devono quindi
lottare in loro stessi con l’impiego di forze contrarie, affinché questo non
avvenga. Né fa eccezione l’evoluzione per gradi sempre più complessi della
volontà, che consegue sempre da un contrasto dei fenomeni tra loro, dal quale
quello superiore arriva ad imporsi solamente in seguito all’esito vittorioso
per sé e distruttivo per gli altri, secondo una sorta di selezione naturale
inorganica. Lo stesso moto dei corpi celesti, infine, mostra la stessa
caratteristica della volontà già nella Natura inanimata. Da un lato questo
fenomeno si presenta come e più degli altri senza riposo né scopo. Dall’altro
attesta un Cosmo che sussiste soltanto per mezzo dell’inesauribile tensione tra
forze contrarie, le quali, orientate in direzioni opposte, realizzano la debita
distanza e velocità fra le masse dei rispettivi astri in movimento. Ecco, per
ricapitolare con le sue parole, come Schopenhauer intende l’universale diciamo
così disarmonia, prestabilita dalla “Volontà” nella Natura, e manifesta già nei
fenomeni inferiori dei corpi inerti: «Così vediamo dappertutto nella natura
contesa, battaglia e alternanze di vittorie (...). Senza tregua deve la
permanente materia mutare di forma mentre, seguendo il filo conduttore della
causalità, fenomeni meccanici, fisici, chimici, organici, facendo avidamente
ressa per venire alla luce, si strappano l’un l’altro la materia stessa, poiché
ciascuno vuol rendere manifesta la propria idea. Nella natura intera si
continua questa lotta; anzi, solo per essa la natura sussiste: (...) essendo
appunto questa lotta la rivelazione del dissidio essenziale tra la volontà e se
stessa» (5).
Più
che mai però, l’evidenza di questo dissidio si mostra all’esame dei gradi via
via più elevati di “obiettivazione” della volontà, cioè nel mondo della vita,
là dove, con la comparsa degli esseri viventi, essa arriva a divorare
letteralmente se stessa. A parte il regno vegetale, che funge per buona parte
da nutrimento per gli animali, sono soprattutto questi ultimi a fornire
l’esempio più chiaro della tragedia. In questo caso ci colpisce anzitutto e ci
sorprende, fin dagli insetti più comuni, la perfezione che traspare dalla
costituzione così complicata di ogni esemplare, nonché l’impareggiabile arte
delle costruzioni che molte specie sono in grado di eseguire. A un’osservazione
più attenta però, che ci ponga di fronte al modo in cui si svolge in realtà la
vita animale, alle condizioni imposte ai singoli per sopravvivere, e allo scopo
che con ciò essi arrivano a perseguire, allora la nostra meraviglia si muta piuttosto
in raccapriccio. Quella che infatti vediamo, è un’incessante, frenetica
attività, un enorme e faticoso dispendio di energia, un’esistenza
sistematicamente affaccendata nel ciclo incessante della generazione e cura
della prole. Il tutto nella situazione di estremo pericolo in cui quasi tutti
gli animali versano, essendo il ciclo predatorio a regolare i loro rapporti.
L’agghiacciante meccanismo della catena alimentare mostra che il sostentamento
di ciascuna specie è condizionato dalla distruzione di un’altra, così che tutti
quanti rischiano, sia le prede di essere mangiate, sia i predatori di morire di
fame. Ebbene, a conti fatti Schopenhauer si chiede quale sia lo scopo della
vita animale. A simili condizioni, infatti, ciò che i singoli individui
riescono a ottenere è un ben magro bottino, nient’altro che cibo e
accoppiamento, l’appagamento dei bisogni primari della fame e dell’istinto
sessuale, giusto ciò che serve a perpetuare il tormentato ciclo. Uno scopo
assai misero dunque, sicuramente sproporzionato se paragonato allo sforzo e al
grande impiego di mezzi che esso richiede. Tutto sommato, come egli nota ironicamente,
«un affare il cui prodotto di gran lunga non copre le spese». In più, se la si
va a cercare, non si trova una ragione plausibile per tutto ciò, che sia in
grado di spiegare perché, nonostante la sua dura e triste realtà, questa vita
sia tanto tenace e prolifica. Ovviamente si tratta di una domanda capziosa,
perché gli animali, mossi come sono dall’istinto, non si fermano certo a fare
un bilancio della loro esistenza. A dire il vero anche il filosofo riconosce
che non c’è risposta, e tutt’al più si può dire solo una cosa, che questo è il
modo in cui la volontà di vivere si obiettiva nel mondo.
La
Natura infatti, e qui egli fa invece un’osservazione degna di nota, lungi
dall’aver cura dei singoli individui, ha una sola mira, un’unica
preoccupazione, quella della conservazione delle specie, e quindi di garantire
le condizioni per la prosecuzione della loro esistenza in generale. Gli
individui al contrario hanno un valore secondario, puramente strumentale, sono
cioè giusto un mezzo di cui essa si serve per la realizzazione di quel suo
scopo principale. Per mostrare lo strazio insensato di questo stato di cose,
Schopenhauer cita un resoconto sulle testuggini marine di Giava, che, quando
approdano sulla spiaggia per deporre le uova, sono assalite e divorate dai cani
selvaggi. Ancora più emblematica è però la riproduzione stessa di questi
animali, che sono sparsi un po’ per tutti i mari del mondo, la cui dinamica
illustra assai bene la verità che il filosofo sostiene a proposito della Natura
"matrigna". Ebbene le femmine raggiungono la terraferma solo per
depositare le uova, circa duecento per volta, dentro un nido che scavano nella
spiaggia e poi ricoprono di sabbia. Quindi tornano in mare abbandonando la
prole al proprio destino. Dopo il periodo di incubazione le uova si schiudono
quasi tutte allo stesso momento, e i piccoli devono prima scavare diversi
giorni, solo per uscire dalla buca in cui sono sepolti. Dopo di che, raggiunta
la superficie, di notte emergono dalla sabbia e iniziano a correre verso il
mare, attratti dal suo bagliore. Sennonché varie specie di predatori sono già
in attesa sul posto, pronti a riempirsi facilmente la pancia con le povere
tartarughine. Ed è appunto solo grazie al loro numero che, nonostante la
strage, alcuni esemplari riescono a raggiungere il mare e salvarsi. Almeno per
il momento, perché anche di questi solo un esiguo numero riuscirà a diventare
un adulto capace di riprodursi a sua volta. È una legge di Natura, certo, ma
ciò non toglie che questo, come altri innumerevoli spettacoli che essa ci
offre, sia qualcosa di atroce e terrificante. E dimostra appunto ancora meglio
l’osservazione di Schopenhauer, che non solo la Natura è prodiga unicamente
nella cura della continuazione delle specie, ma che questa si realizza proprio
a spese di innumerevoli individui, il cui sacrificio le è del tutto
indifferente. I quali singoli esemplari sono peraltro come adescati attraverso
astuti accorgimenti della Natura stessa, quali l’irresistibile impulso sessuale,
la sovrabbondanza di semi e di uova, nonché l’istinto di protezione materna.
Gli animali subiscono così una sorta di subdolo inganno, dal quale però non
possono sottrarsi, perché il meccanismo biologico di cui sono parte è ben
collaudato e funziona perfettamente (6).
Quanto
al caso dell’uomo, non solo tutti questi argomenti trovano conferma, ma se
possibile la miseria dell’esistenza è ancora più manifesta, poiché la sua sorte
è molto più infelice di quella degli altri animali. Come loro, egli è dotato di
un sistema nervoso, dell’apparato sensibile necessario a orientarsi nel mondo,
e perseguire la soddisfazione di quei bisogni primari che in fondo sono gli
stessi: cibo e accoppiamento, produzione e riproduzione della vita. Mentre in
più l’uomo possiede la ragione, i concetti, il linguaggio, insomma la capacità
di pensare e comunicare, ma proprio questo di più gli procura notevoli, inediti
inconvenienti. Il meditare e premeditare, infatti, lo espone anzitutto all’errore,
alla falsa e illusoria opinione che inevitabilmente sorge quando si astrae
dalla sicura e infallibile sfera dell’intuizione presente immediata. Peggio
ancora, l’uso della ragione lo rende poi capace della sofferenza psicologica,
quel dolore non direttamente percepito, ma causato dal semplice pensiero, che
consiste nel pentimento o rimpianto provocato dalla rievocazione del passato,
oppure nella preoccupazione e ansia che deriva dalla previsione del futuro. In
virtù della riflessione, inoltre, l’uomo prova sentimenti come l’odio,
l’ambizione, l’invidia, la vergogna, l’angoscia, la colpa, la coscienza della
morte, eccetera, - tutti stati d’animo che possono essere per lui motivo di
grave «dolore morale», e causa di un tormento interiore ancora più opprimente
dello stesso male fisico. Per non dire infine degli innumerevoli bisogni che la
nostra specie si crea artificialmente, allo scopo di rendersi comoda e
piacevole la vita, - beni spesso superflui, che però diventano indispensabili
almeno quanto quelli necessari, e che non tardano a far sentire la loro
mancanza, non appena vengano meno le condizioni della loro fruibilità.
Con
la prerogativa della conoscenza astratta, insomma, per l’uomo aumentano di gran
lunga le opportunità di soffrire e di essere infelice; per questo Schopenhauer
sostiene che la condizione animale è senz’altro preferibile alla sua. Il fatto
è che, al pari dell’inconsapevole “Volontà” universale vigente in Natura, anche
il volere umano cosciente non ha limiti. In questo caso esso si esprime come
desiderio, cioè bisogno, mancanza di qualcosa cui appunto esso aspira. Ora, ciò
che la volontà ha di mira è l’appagamento di questo desiderio che, se
immediatamente soddisfatto, dà una sensazione di piacere; mentre se è
ostacolato e tarda ad arrivare, allora provoca frustrazione e malessere. Ma non
solo, perché anche quando un desiderio è realizzato, il senso di appagamento è
momentaneo e fugace. Sia perché l’oggetto del volere, che sembrava tanto
importante, quando lo si è raggiunto poi non risulta più tale; sia perché
presto un nuovo desiderio si sostituisce a quello precedente, e così via.
«Nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento
durevole, che più non muti: bensì rassomiglia piuttosto soltanto all’elemosina,
la quale gettata al mendicante prolunga oggi la sua vita per continuare domani
il suo tormento. (...) Che noi andiamo a caccia o in fuga; che temiamo sventura
o ci affatichiamo per la gioia, è in sostanza tutt’uno; la preoccupazione della
volontà ognora esigente, sotto qualsivoglia aspetto, riempie e agita
perennemente la coscienza; e senza pace nessun benessere è mai possibile» (7).
Così gli uomini sono inchiodati ad una condizione di perdurante
insoddisfazione, data l’insaziabile brama della volontà, insieme al loro essere
preda di passioni transitorie. Cui si aggiunga la vana sofferenza causata dalla
sproporzione che spesso esiste tra ciò che essi desiderano e quello che invece
riescono ad avere. Il che accade quando non tengono nel giusto conto le proprie
possibilità, per affidarsi illusoriamente a circostanze che non sono in loro
potere.
Se
poi anche accadesse che l’aspirazione di un uomo dovesse scemare, concedendo
una pausa al volere e al dolore, allora ecco subentrare uno stato d’animo
altrettanto intollerabile, la noia. Perché al riparo dalle cure per la sopravvivenza, in
assenza di bisogni urgenti da perseguire o di voglie da soddisfare, ciò che
resta è un malinconico, incolmabile vuoto. Il sentire l’esistenza come un peso
opprimente diventa una sensazione penosa, dalla quale sottrarsi urge come un
nuovo imperativo categorico. Così secondo Schopenhauer si spiega la tendenza
della nostra specie alla socievolezza, non perché gli individui siano mossi da
reciproco amore, quanto piuttosto per sfuggire al grigiore di un vivere vacuo e
inconsistente. Di qui anche il divertimento, che, come dice la stessa parola,
non è altro che un diversivo per distrarsi dalla noia, benché spesso consista
di attività degradanti come l’insulso gioco delle carte. Perché uno stato di soddisfazione
totale, come quando al limite non si ha più niente da desiderare, sarebbe sì,
in teoria, quello di una condizione appagata e “felice”, della quale però in
realtà non si saprebbe che fare. Finché uno è indaffarato dall’urgenza dei suoi
bisogni, allora questa occupazione gli riempie la vita; ma appena si ritrova a
non avere niente da fare e da pensare, ecco che il suo problema altrettanto
angosciante diventa quello di «ammazzare il tempo», oppresso dal peso di
un’esistenza arida come se fosse rinchiuso in galera.
L’uomo
non ha dunque scampo, come recita la celebre massima del nostro filosofo,
secondo cui la vita di ognuno «oscilla come un pendolo, di qua e di là, tra il
dolore e la noia, che sono in realtà i suoi veri elementi costitutivi» (8). I
due estremi sono simbolicamente rappresentati come il dolore dell’inferno e la
noia del paradiso. Ma anche, più realisticamente, come la rispettiva condizione
dei poveri e dei ricchi: gli uni tutti presi a sbarcare il lunario per
procacciarsi di che vivere; e gli altri ossessionati da sempre nuovi svaghi,
che sperperano la vita nei lussi più sfrenati. In ogni caso non è dato
sottrarsi a una delle due condizioni, per cui ognuno, indipendentemente dal
proprio contesto, ha da addossarsi per così dire la sua croce, poiché oltre le
differenze sociali, oltre la penuria o l’abbondanza dei mezzi che si
possiedono, c’è qualcosa che accomuna tutti gli uomini, e cioè il fatto che
«sostanzialmente ogni vita è dolore». Sicché patire è il tratto dominante e
universale dell’esistenza, il suo carattere positivo, laddove il gioire ne
rappresenta l’aspetto secondario, l’elemento negativo. Nel senso che il dolore
si percepisce direttamente, è immediatamente presente; mentre il piacere, in
quanto soddisfazione di un bisogno, si configura come un allontanamento, una
cessazione provvisoria del perpetuo malessere, il breve intervallo di una
liberazione momentanea, pronto ad essere di nuovo interrotto da un altro
desiderio e un altro dolore. Inoltre quando soffriamo, siamo ben consapevoli di
quello che proviamo, mentre dei momenti gradevoli non ci rendiamo pienamente
conto né li apprezziamo, se non quando vengono a mancare. Allo stesso modo
vediamo che, quando si è felici, il tempo vola spensieratamente, mentre se si
sta male o ci si annoia, ci angustia il fatto che esso non passa mai. Tutto ciò
a dimostrare appunto il valore negativo del bene come qualcosa di fugace e
impercettibile, in contrasto alla positività della sofferenza quale tratto di
fondo e condizione durevole dell’esistenza. A differenza dell’ottimismo
ricorrente nella maggior parte dei filosofi, i quali, a partire da Agostino,
ritengono al contrario che il male sia una mèra privazione di essere. Di qui
anche il vano inseguimento di una durevole felicità, la quale a ben vedere si
rivela un’illusoria chimera destinata a restare delusa. La speranza di felicità
è un’attesa fiduciosa che si protrae per l’intera vita, ma un’attesa inutile,
poiché uno stato d’animo accidentale e passeggero, non potrà mai prevalere
sulla sostanza dolorosa della condizione umana.
Un
altro argomento che Schopenhauer propone per attestare la mancanza di valore
dell’esistenza, è quello sull’evanescenza della temporalità, causa principale
della caducità di ogni cosa. Per ognuno di noi, egli spiega, la reale forma del
nostro essere viventi è unicamente quella del tempo presente. Non il passato,
né il futuro, i quali esistono invece soltanto come il frutto della nostra
attività di pensiero. Il passato non è più, è morto, e noi con lui, per cui ha
la stessa insignificanza di ciò che non è mai stato. Con la differenza però che
esso è stato, quindi risulta come qualcosa di irreparabile, diventando per noi
motivo di rimpianto o recriminazione. Il futuro invece è il regno
dell’insicurezza, con una sola cosa certa, la morte, il cui profilarsi è fonte
di ansia e paura. In questa prospettiva la vita è come una bolla di sapone che,
per quanto possa gonfiarsi, è necessariamente destinata a scoppiare. Laddove il
presente, benché sia l’unica dimensione in cui esiste la realtà, pure non è
meno inconsistente, poiché si compone dell’incessante trapassare di un punto
inesteso all’altro. Tutto ciò che è, nell’attimo immediatamente successivo già
non è più, fa parte del passato, e ogni momento trascorso è un inevitabile precipitare
nel nulla della morte. Il presente dunque - che pure è la forma della vita
vivente, e che rispetto al passato o al futuro ha il vantaggio di essere - però
non ha alcuna durata, e il suo vorticoso, continuo fluire, è la prova che
attesta la fugacità e perciò la vanità dell’esistenza. Scrive Schopenhauer al
proposito: «si può certamente fondare la teoria che la massima saggezza
sia godere il presente e farne lo scopo della vita; perché il presente è
l’unica cosa reale, e tutto il resto non sarebbe che un gioco di pensieri. Ma,
per la stessa ragione, si potrebbe chiamare ciò la massima stoltezza:
infatti ciò che nell’attimo successivo non è più, ciò che scompare totalmente
come un sogno, non sarà mai degno di seria aspirazione». Riflettendo su tutto
questo, l’uomo si scopre gettato nel tempo, un fuggevole essere presente senza
durata, che corre tra un non essere più e un non essere ancora, fino alla meta
che lo attende. Così che la sua vita, più che un dono gli si rivela un debito,
contratto con la nascita e da saldare con la morte, un affare tutto sommato
ingannevole, un gioco che non vale la candela. Anche a riflettere
sull’esistenza trascorsa, egli si rende conto che è passata in un attimo, che
non ne rimane niente, se non la «mummia secca» di qualche ricordo; che insomma
tutto quell’affannarsi e soffrire senza quiete, ad eccezione di qualche breve
pausa, è stato perfettamente inutile, e tale sarà fino alla fine (9).
Un
primo importante corollario del pessimismo di Schopenhauer è il suo
antistoricismo, ossia la mancanza di valore che egli attribuisce alla
conoscenza storica. Sia per la sua intrinseca limitatezza, e sia per
contrastare l’idealismo hegeliano, che culmina nell’apoteosi delle sorti
progressive della Storia. Ora, già sappiamo dal paragrafo 2.1 (pp. 64-66), come
il nostro filosofo trascuri il sapere scientifico, giudicato una somma di
cognizioni superficiali, al posto delle quali predilige un approccio che riesca
invece a cogliere la presunta profondità metafisica delle cose. La Fisica è da
lui considerata un sapere relativo al mondo fenomenico, quindi mai assoluto,
poiché condizionato dalle forme soggettive del principio di ragione, e
vincolato ai dati forniti della sensibilità, che è di per sé incapace di andare
oltre l’apparenza. Laddove una spiegazione ultima della Natura esige una
penetrazione della sua più “intima essenza”, obiettivo che solo la filosofia
sarebbe in grado di perseguire.
Ebbene,
con un atteggiamento analogo, e anzi se possibile peggiore, il filosofo si pone
anche nei confronti della Storia. Come le scienze naturali indagano i mutamenti
dei corpi materiali, seguendo il filo della legge di causalità; così la storia
umana insegue il corso degli eventi epocali, di cui fornisce la spiegazione
attraverso la legge della motivazione che riguarda i pensieri e la volontà
degli individui. Con una differenza però, che «la storia, presa in senso
preciso, è bensì un sapere, ma non una scienza». Il che è senz’altro vero,
poiché in effetti non esistono leggi della Storia che siano determinate
matematicamente come quelle naturali. Sennonché a Schopenhauer non interessa
tanto questa precisazione, quanto piuttosto ridurre semplicemente all’osso, e
diciamo pure denigrare, la portata conoscitiva della disciplina storica. Così
egli fa notare che le scienze, per quanto limitate, sono pur sempre in grado di
astrarre dal dato empirico, e di subordinare sistematicamente i fatti a
concetti che hanno una valenza universale. Mentre la Storia al contrario non è
capace di tutto ciò, non sa andare oltre la semplice raccolta e collezione di
avvenimenti ordinati su scala temporale, accumulati senza mai sollevarsi al di
sopra dell’esperienza empirica; terreno sul quale, come dice il filosofo, essa
è costretta a «strisciare». Dato che i singoli fatti storici sono irriducibili
alla generalizzazione concettuale, e quindi essi devono essere tenuti presenti
uno a uno, ecco che il loro numero sterminato rende impossibile un sapere
compiuto: «le scienze parlano tutte di ciò che sempre è; la storia invece, di
ciò che è solo una volta e poi non più. Siccome inoltre la storia ha da fare
con ciò che è assolutamente singolare e individuale, il che, per sua natura, è
inesauribile; allora essa sa tutto solo imperfettamente e a metà». Per dire
insomma che un conto è collegare i pezzi della «folla degli eventi», e un altro
è comprendere cosa ci sia sotto; ovvero che un conto è estendere
superficialmente la conoscenza del passato, e un altro approfondire il suo vero
significato.
Schopenhauer ritiene che la ricognizione
storica mette in mostra una serie innumerevole di fatti e personaggi,
all’apparenza tutti diversi e continuamente mutevoli, mentre la realtà
essenziale di tali eventi risiede nell’«idea», che sarebbe l’espressione di una
cosa che è in sé sempre la stessa. Di come il filosofo abbia tratto questo
concetto direttamente da Platone, abbiamo parlato alla fine del paragrafo 2.2,
e in seguito ci occuperemo anche degli sviluppi che esso avrà nella sua concezione
del genio artistico. Qui, dove si tratta dell’uomo, abbiamo a che fare con
«quell’idea che è il grado più alto nell’oggettità della volontà», con
riferimento alla quale egli spiega il suo antistoricismo: «gli eventi del mondo
hanno significato non già in sé e per sé, ma solo in quanto essi sono i segni
dell'alfabeto, mediante i quali si può leggere l'idea dell'uomo». Tale entità
metafisica sarebbe l’originale, immutabile manifestazione dell’umanità,
l’essere eterno che mai diviene altro da ciò che è, e di cui i molteplici
singoli individui sarebbero come copie sbiadite, la cui storicità consisterebbe
in una mèra successione casuale di avvenimenti che si travolgono continuamente
l’un l’altro. Così si giustificherebbe l’antitesi tra storici e filosofi, ossia
tra coloro che considerano i fatti materialmente, nella loro molteplice,
singolare apparenza fenomenica; e quelli che invece hanno presente la superiore
forma o «idea dell’uomo», la cui realtà unica e universale le deriva
dall’essere appunto un grado di emanazione immediata della “Volontà”, al pari
delle idee di tutte le altre cose. Il che, tradotto in un linguaggio più
comune, significa che al di là delle apparenze non accade mai nulla di nuovo:
«Mentre la storia ci insegna che in ogni tempo avviene qualche altra cosa, la
filosofia si sforza di innalzarci alla concezione che in tutti i tempi fu, è e
sarà sempre la stessa cosa». Lo studio dell’esperienza storica quindi, con il
suo perdersi dietro un cumulo di fatti, fornisce il sapere più scarso possibile.
Inoltre, non solo la filosofia, ma anche l’arte poetica conduce a una
comprensione ben maggiore di quell’essenza ideale che permane identica nella
molteplicità dei fenomeni umani. La poesia infatti, con i suoi versi penetra
nell’«intimo essere» dell’uomo, mentre la prosa storiografica si limita a
raccontare lo svolgimento esteriore dei rapporti sociali, attraverso un’erudita
ma sterile sequenza temporale di avvenimenti. Il poeta descrive con poche
parole l’uomo in se stesso, quale esso è una volta per tutte; mentre lo storico
con le sue cronache interminabili rimane fermo all’arida catena delle cause che
determinano i comportamenti, insieme agli effetti che ne conseguono, senza però
arrivare mai a sbrogliare l’intreccio in cui si avvolge.
Su
questa base, che distingue tra effimeri esemplari e modello eterno di umanità,
Schopenhauer arriva ad insegnare una specie di eterno ritorno delle stesse
cose, la ripetizione sempre uguale, uniforme e costante degli avvenimenti, la
sostanziale identità fondamentale delle varie esperienze storiche: «I capitoli
della storia dei popoli sono in fondo diversi solo per i nomi e per gli anni,
mentre il contenuto propriamente essenziale è sempre lo stesso». Tanto da
fargli dire che chi ha letto Erodoto, può già ritenersi sufficientemente
informato in materia storica, poiché fin da allora tutto è ormai già accaduto,
e il seguito non è se non la replica del medesimo copione, solo che recitato da
attori diversi, i quali fungono più da comparse che da protagonisti. Sicché il
culto della Storia è opposto a una concezione autenticamente filosofica del
mondo, perché la sua cifra, cioè il passare del tempo, è una determinazione dei
fenomeni; mentre la “Volontà” e le sue “idee”, ossia l’essenza della realtà, è
estranea al divenire, e consiste piuttosto in una sorta di eterno presente,
senza un prima e un poi, o un principio e una fine. In tal senso il nostro
autore rifiuta il filosofare storico, al quale oppone la vera filosofia, cioè
«quella che non chiede il quando, il dove e il perché, ma sempre e in tutto domanda
esclusivamente il che cosa del mondo: ossia quella che le cose considera non
già in qualche loro relazione, non già nel loro principiare e finire, non già
insomma secondo una delle quattro forme del principio di ragione; ma viceversa
ha per oggetto proprio quel che avanza, quando abbiamo tolto via tutta la
conoscenza sottomessa al principio medesimo, quel che in tutte le relazioni si
manifesta senza esser da loro dipendente, l’essenza del mondo sempre uguale a
se stessa, le idee del mondo».
Quanto
ai contenuti della Storia, il filosofo non entra nel merito. Cosa strana
peraltro, poiché questa disciplina fornisce più che abbondanti materiali a
conferma della sua concezione tragica dell’esistenza. Certo, è implicito che,
come la vita dei singoli individui è segnata dal dolore, così lo è anche quella
dell’umanità lungo il corso dei secoli. Egli ricorda anche la descrizione che
Hobbes fa della guerra di ognuno contro tutti, apprezzata e considerata come lo
specchio fedele della storia del mondo. Se cè infatti una cosa che la conoscenza
storica insegna, è che il mondo umano consiste nel «regno del caso e
dell’errore», dominato da rapporti di reciproci inganni e violenze, e dove
quand’anche uno spirito eccellente emerga sopra la diffusa mediocrità, esso è
destinato a soccombere all’invidia e all’emarginazione degli altri. C’è però
anche da tenere presente che, essendo privo della benché minima coscienza
sociale, Schopenhauer si è perciò limitato a considerare solo la condizione personale
degli uomini, e a trascurare così il mondo umano nel suo complesso, evocato
giusto per sostenere le sue mistificazioni metafisiche. Inoltre, benché egli
sia un antipolitico, come vedremo, però concepisce le sofferenze dell’umanità
soltanto come un’incessante successione di guerre tra Stati, senza avere idea
del conflitto sociale interno a ciascuno di essi. Da questo punto di vista egli
arriva giusto a riconoscere che i poveri languono nel bisogno, mentre i ricchi
si annoiano del loro superfluo; oppure, quando la “marmaglia” popolare si
solleva contro l’autorità, è pronto a schierarsi dalla parte dell’esercito per
il ristabilimento dell’ordine. Insomma, come se il dissidio tra le classi in
cui sono divise tutte le comunità umane, benché atavico, fosse un fatto del
tutto naturale, invece che appunto sociale; come se gli uomini fossero tutti
indistintamente egoisti e malvagi; come se non vi fosse la sostanziale
differenza tra coloro che approfittano degli altri, e quelli che sono invece
miseramente sfruttati. A onor del vero c’è un passo dei Supplementi in
particolare, dove Schopenhauer sembra quasi essere un simpatizzante
“socialista”, degno di essere citato: «Come l’uomo proceda con l’uomo, lo
mostra la schiavitù dei negri, il cui scopo finale è zucchero e caffè. Ma non
occorre andare così lontano; all’età di cinque anni entrare nelle filande o
altre fabbriche, e da allora in poi sedervi prima per dieci, poi per dodici,
infine per quattordici ore al giorno, ed eseguire lo stesso lavoro meccanico,
significa pagar caro il piacere di respirare». Peccato solo che con queste
parole così significative, il filosofo avesse in mente di dare giusto un
esempio del dolore del mondo in generale, appunto come se si trattasse di una
sua sorte naturale, senza prendersela neanche minimamente con i negrieri
americani o con gli imprenditori inglesi.
Ebbene
è anche a causa di questa sua mancanza di sensibilità nei confronti degli
interessi collettivi, per l’indifferenza che lo costringe entro il suo
esasperato individualismo, che il nostro filosofo respinge l’ipotesi di un
carattere progressivo della Storia, tale che le sorti dell’umanità possano cambiare
in prospettiva, quasi che avesse uno scopo di compimento o perfezione verso cui
il suo corso tenderebbe infallibilmente. Dato che la “Volontà” è unica in tutte
le cose, e che gli uomini sono sempre uguali, ecco che la storia del mondo non
può che essere un’eterna ripetizione degli stessi gesti, per cui non ha senso
parlare di novità e finalità storiche. Di un tal modo di interpretare la
Storia, il primo esempio che viene in mente è l’agostiniana Città di Dio,
benché in questo caso quello perseguito sia un fine escatologico; oppure un
altro, agli antipodi, è quello del marxiano materialismo storico, il quale
dalla constatazione del perenne conflitto di classe, prevede l’avvento
rivoluzionario di una società senza classi. Laddove, in un certo senso a metà
strada tra queste due prospettive, si pone invece Hegel. Con il quale non a
caso la filosofia della storia diventa per la prima volta una disciplina di
insegnamento universitario, e contro il quale sempre non a caso si scaglia la
polemica di Schopenhauer, benché ancora una volta consistente di poche
battute. È interessante però
approfondire un attimo la questione, giusto per mostrare che il dissidio tra i
due personaggi non sia poi così insanabile come sembra. Com’è noto, il sistema
hegeliano culmina nella contemplazione dello «spirito del mondo» che si svolge
lungo il corso della storia universale, e su questa base, nelle sue Lezioni
di filosofia della storia, il filosofo dice senza mezzi termini che «la
ragione governa il mondo». Ma questo è proprio il medesimo impianto di
Schopenhauer, il quale da parte sua sostiene invece che è la “Volontà” a
svolgere quella funzione protagonista. In entrambi i casi i singoli uomini
reali sono semplici parvenze al servizio di un’entità metafisica superiore. Poi
certo, per Hegel ne segue che l’andamento della storia è razionale,
provvidenziale, spirituale, - mentre per Schopenhauer è tutto il contrario; e
tuttavia, nonostante gli esiti opposti, la loro impostazione idealistica e
mistica è esattamente la stessa. Soprattutto però, il colmo di Schopenhauer è
che accusa la «filosofastreria hegeliana» della storia di essere «un rozzo e
piatto realismo», quasi a dire che il campione mondiale dell’idealismo sia un
materialista. Egli poi giustifica tale critica sulla base del fatto che Hegel
ripudia la distinzione kantiana tra fenomeno e cosa in sé, finendo così per
confondere le due cose, o meglio, per ritenere che non ci sia alcunché oltre i
fenomeni; di modo che, come tutte le cose, anche il tempo storico assume per
lui un valore essenziale. Hegel e i suoi epigoni avrebbero così tradito non
solo Kant, ma anche Platone, il quale già aveva messo in guardia dal fermarsi
all’apparenza del divenire, per andare oltre e guardare alla realtà dell’essere
eterno e immutabile. Ciò nei confronti del quale anche gli avvenimenti storici
si riducono a un miraggio illusorio, degno giusto della curiosità dei dotti.
Inoltre, lo storicismo assoluto hegeliano implica quel «piatto ottimismo» che
più di tutto è detestato da Schopenhauer. Infatti, la supposizione che la
Storia sia la realizzazione di una razionalità superiore, implica che essa
segua il continuo progresso verso un mondo sempre migliore. Laddove l’ipotesi
di un principio irrazionale qual è la “Volontà”, mostra l’avvicendarsi
disordinato e insensato di eventi, il cui filo conduttore è l’arrancare degli
uomini verso la morte, mentre si illudono di inseguire la felicità. Perciò il
culto della Storia è ingannevole, perché rimuove la cieca casualità del suo
dipanarsi, e lascia intendere l’esistenza di un piano positivo preordinato, di
una logica prestabilita che essa seguirebbe, oltre il suo caotico fluire. Non a
caso Hegel parla di un’«astuzia» della ragione, la quale, nel tessere la trama
della Storia, usa i moventi passionali e accidentali dei singoli uomini come un
mezzo per realizzare i suoi scopi superiori, come se ci fosse la tensione verso
una sorta di escatologia laica. Filosofi come questi, denuncia Schopenhauer,
«fanno alla storia un posto principale nella loro filosofia, e la costruiscono
secondo un piano universale prestabilito, in conformità del quale tutto viene
guidato verso il meglio, che alla fine deve apparire ed essere una
magnificenza. Perciò essi assumono il mondo come perfettamente reale, e mettono
lo scopo di esso nella miserabile felicità terrena, la quale, anche quando è
tanto curata dagli uomini e favorita dal destino, è pur sempre una cosa vuota, illusoria,
caduca e triste, da cui né costituzioni e legislazioni, né macchine a vapore e
telegrafi possono mai fare alcunché di meglio. I detti filosofi e magnificatori
della storia sono quindi sciocchi realisti, per giunta ottimisti ed
eudemonisti, inoltre volgari e incarnati filistei, infine propriamente anche
cattivi cristiani».
La
filosofia della storia è quindi «mendace» per natura, nella misura in cui con
le sue costruzioni pretende di raccontare le novità del mondo; mentre la sua
verità dovrebbe consistere al contrario nel riconoscere come ciò che si agita
nel «guazzabuglio» degli avvenimenti, è ovunque il medesimo e immutabile
essere, sempre identico a se stesso, che si cela nel profondo di ogni uomo.
Essendo unica la “Volontà” che costituisce l’essenza di ogni cosa, ecco che
anche il motto della Storia dovrebbe paradossalmente suonare «Eadem sed
aliter», ossia l’uguaglianza nella differenza di tutto quanto accade.
Tuttavia, nonostante questa conclusione negativa, Schopenhauer ammette che la
conoscenza storica non è del tutto priva di valore. Infatti come l’individuo,
in virtù della propria ragione che gli consente di evocare il suo passato, è in
grado di conoscere se stesso; allo stesso modo un popolo, o anche l’intera
umanità, diviene consapevole di sé attraverso la sua storia. La quale si rivela
quindi essere una sorta di autocoscienza collettiva, «una faccenda personale
del genere umano», indispensabile ad evitare che le generazioni si susseguano
senza lasciare traccia del loro passaggio. Di qui l’importanza fondamentale
della scrittura, che non vola come le parole, ma consente la trasmissione delle
informazioni alle discendenze future; di qui anche il significato degli antichi
monumenti, la cui realizzazione ha senz’altro avuto come uno degli scopi
principali quello di tramandare la memoria dei costruttori, per così dire
pietrificata oltre la loro vita.
A
fare un bilancio di questa concezione, occorre riconoscere che parte delle
osservazioni esaminate sono indubbiamente condivisibili. In generale però, la
posizione di Schopenhauer, su questa importante materia come su tutto il resto,
è compromessa dai suoi controversi presupposti filosofici. Infatti, se egli si
fa gioco della conoscenza storica e scientifica, è solo perché i risultati di
questi saperi mal si conciliano con le elucubrazioni del suo idealismo
metafisico. Tutte le energie spese dal pensatore nello sviluppo di pure
astrazioni concettuali, gli hanno evidentemente impedito di avvedersi che,
anche dal punto di vista filosofico, è proprio solo attraverso lo studio della
Natura e della Storia, che è possibile cercare e trovare la verità delle cose,
cioè del mondo, della vita e dell’uomo (10).
Tuttavia,
per tornare a noi, bisogna aggiungere che il pessimismo di Schopenhauer non si
scaglia solo contro il panlogismo storicistico hegeliano, bensì dà addosso
anche al panteismo filosofico, dal quale d’altra parte anche Hegel è stato
notevolmente influenzato, ed il cui massimo esponente è Spinoza. Autore di cui
abbiamo parlato più volte, e con il quale il nostro filosofo ha un rapporto
controverso di amore e odio. D’altra parte egli fa notare che è lo stesso
spinozismo ad aver subìto una sorte analoga, prima generalmente denigrato, e
poi sopravvalutato dall’idealismo tedesco. Ora, il punto è che se il tutto si
identificasse con Dio, come significa la parola “panteismo”, e come predica
Spinoza, allora ne seguirebbe che la realtà del mondo sarebbe assolutamente
necessaria, tale da non potersi pensare la possibilità di nient’altro di
diverso. Se fosse così, però, non esisterebbero il dolore e la morte, e quindi
nemmeno si porrebbe il fondamentale problema filosofico di comprendere perché
invece il mondo è tanto sofferente. Poiché se fosse una teofania, cioè una
diretta manifestazione di Dio, ecco che un mondo simile sarebbe perfetto, fine
a se stesso, senza presentare lati oscuri, né avere bisogno di essere spiegato
e giustificato in alcun modo. Noi uomini vivremmo spensierati, prendendo le
cose semplicemente per come sono, senza il bisogno di sapere altro, acquietati
dalla consapevolezza che l’esistenza non avrebbe potuto essere migliore. Dato
che però non è evidentemente così, ecco che, come lo storicismo, anche il
panteismo è una forma di ottimismo arbitrario, una falsa visione positiva del
mondo. Peccato solo che questo modo di pensare sia in palese contrasto con i
dolori e le miserie che ordinariamente costatiamo, argomenti dei quali gli
ottimisti non danno ragione, semplicemente perché ci passano sopra evitando di
rifletterci sopra. Sicché costoro eludono proprio quei motivi che fanno pensare
sul serio alla realtà, e che stimolano quindi all’indagine filosofica
autentica, la quale si chiede perché il mondo debba esistere in mezzo a tanta
miseria. Già Aristotele aveva indicato la meraviglia come il movente principale
che spinge alla ricerca della verità, e Schopenhauer concorda con lui. Solo con
la precisazione che questo sentimento non nasce tanto dall’osservazione della
bellezza e perfezione della Natura, quanto piuttosto delle sue atrocità: «sono
il male, il malanno e la morte che qualificano lo stupore filosofico; non
soltanto che il mondo esista, ma che esso sia così calamitoso è il punctum
pruriens della metafisica, il problema che mette l’umanità in una
inquietudine che non si può colmare». Il panteismo confonde le acque,
semplicemente attribuendo al mondo il nome di Dio, e sostenendo di conseguenza
che esso non avrebbe potuto non essere com’è; laddove il nostro filosofo
ritiene al contrario che un mondo così sarebbe stato preferibile che non fosse
mai esistito. Perché a guardare in faccia la realtà, - lo strazio nel mondo
della vita animale, i malesseri e le malefatte del mondo umano - non c’è niente
che possa giustificare un tale stato di cose, e rendere l’esistenza di
qualunque essere vivente, degna di essere vissuta (11).
Ovviamente
nella requisitoria di Schopenhauer non può mancare un riferimento all’ottimista
per antonomasia, cioè a dire Leibniz e il suo sistema di teismo filosofico.
Costui è quello che ha cognato il termine “teodicea”, che significa
letteralmente "giustizia di Dio", e però da intendersi piuttosto come
giustificazione della bontà di Dio dinanzi ai mali del mondo. Com’è noto, la
sua soluzione dello scottante quesito è che, data la suprema potenza, sapienza
e bontà di Dio, ne segue che il mondo che ha scelto di creare non poteva che
essere il migliore tra gli infiniti possibili. Di cui il male, che pure è
presente, sarebbe una sorta di accidente trascurabile nell’economia del tutto; e
anzi sarebbe addirittura a fin di bene, poiché, come recita il proverbio
evocato dal filosofo, non tutti i mali vengono per nuocere. Ebbene Schopenhauer
ha gioco facile a fare del sarcasmo nei confronti di costui, definito il
«fondatore dell’ottimismo sistematico», che non a caso, nonostante le stroncature
di Voltaire e Kant, era tornato di nuovo in auge nelle Università tedesche.
D’altra parte, il fatto che il pensiero dominante predica la bontà del mondo e
la bellezza della vita, è il chiaro sintomo di quanto sia ipocrita l’ottimismo.
I cui sostenitori, piuttosto che dichiarare la dolorosa verità, preferiscono
star dietro a ciò che la gente ama sentirsi dire. Secondo l’atteggiamento
tipico dei «filosofastri» interessati al loro tornaconto personale, i quali pur
di non dispiacere il loro pubblico, sono pronti a sostenere una visione
distorta della realtà, solo per diffondere false e sfrontate teorie
consolatorie. Questo modo di fare irrealistico e ingannevole, ricorda il padre
di Buddha, il quale, come racconta la leggenda, si adoperò affinché il figlio crescesse
in una sorta di esilio dorato, affinché non prendesse coscienza dei mali del
mondo. Precauzione assurda e vana, che non impedì all’«illuminato» di diventare
l’apostolo e redentore della sofferenza. L’ottimismo è quindi non solo dannoso,
ma altresì un affronto, perché «quando non sia per avventura il vuoto cianciare
di coloro sotto la cui piatta fronte non alberga se non parole, sembra non pure
un pensare assurdo, ma anche iniquo davvero, un amaro scherno dei mali senza
nome patiti dall’umanità». Quanto alla dottrina di Leibniz, il nostro filosofo
in realtà taglia corto, obiettando che quello in cui siamo è piuttosto «il peggiore
dei mondi possibili», poiché se fosse ancora peggio di così, allora sarebbe
impossibile per esso sussistere ancora. Inoltre, anche ammessa per assurdo
l’ipotesi che, tra gli infiniti possibili, questo sia il mondo migliore, non
basta per niente a giustificare la presunta opera di un Dio sommamente buono e onnipotente.
Perché comunque sia, una simile idea cozza vistosamente con l’«irrimediabile
dissonanza» del cumulo di male e miseria da cui questo mondo è oggettivamente
assediato (12).
A
questo punto sorge però un altro problema. Una volta tolto di mezzo Dio,
diventa superflua la sua giustificazione, perché al tempo stesso egli nemmeno
può più ritenersi responsabile dei mali del mondo. E allora di chi è la colpa?
Una questione simile, ma su scala individuale, l’abbiamo già incontrata in
materia di libertà. Se l’uomo non è libero, si chiedeva Schopenhauer, come può
essere colpevole delle sue malefatte? E però da dove proviene quel senso di
colpa che pure avverte? Da cui la controversa risposta del filosofo, che l’uomo
è costretto a fare quello che fa, ma altresì responsabile di essere quello
che è. Ebbene qui, su scala universale, il discorso è più o meno analogo, nel
senso che la colpa per i mali del mondo sarebbe radicata nel mondo stesso.
Infatti, essendo tutto ciò che esiste l’obiettivazione di una “Volontà” cieca e
inconscia, la quale dunque vuole anche le miserie e sofferenze diffuse ovunque,
ecco che la colpa e la pena del mondo finiscono per coincidere. E questo
avviene non a caso, bensì per una sedicente «giustizia eterna», secondo la
quale il mondo sarebbe a un tempo peccatore e penitente, persecutore e
oppresso, un po’ come di uno che si autoflagella. Così che «il mondo stesso è
il giudizio universale. Se si potesse mettere in un piatto di bilancia tutto il
dolore del mondo, e tutta la colpa del mondo nell'altro, la bilancia starebbe
sicuramente in equilibrio». Questa cognizione non è ovviamente alla portata di
tutti, poiché richiede di andare in un certo senso oltre a se stessi, per
comprendere che l’individualità di ciascuno è una mèra apparenza, dietro la
quale si nasconde la realtà dell’unico volere universale. Solo in quest’ottica
si capisce infatti come sia sempre la stessa “Volontà” che da una parte causa
il dolore, e dall’altra lo patisce. Mentre i singoli sono semplici comparse, la
cui sorte personale è indifferente al fatto che siano carnefici o vittime,
essendo ciascuno giusto un addendo della somma totale, nel per così dire
pareggio di bilancio tra colpa e pena della medesima volontà di vivere del
mondo.
Di
più, è lo stesso desiderio di esistere e l’attaccamento di ciascun essere alla
vita, ad essere di per sé colpevole e meritevole di pena, poiché simile
atteggiamento non concorre ad altro che perpetuare lo strazio del mondo. A tale
proposito Schopenhauer cita per due volte una frase di Calderon de la Barca,
religioso spagnolo e uomo di teatro del Seicento, che nel dramma titolato La
vita è sogno, si fa portatore di una concezione profondamente pessimista.
Dove appunto costui dice addirittura che «il delitto maggiore dell'uomo è
l'esser nato». Così come già molti autori antichi avevano riconosciuto che in
sostanza sarebbe meglio non nascere, e che se questa “disgrazia” dovesse
capitare, allora il meglio sarebbe morire al più presto. E insomma, è colpa del
mondo stesso se è così sofferente, perché la stessa affermazione della vita è
una deviazione che merita di essere punita, un debito le cui rate sono i dolori
dell’esistenza, e il saldo finale è la morte. Una condizione alla quale occorre
peraltro rassegnarsi, poiché non c’è modo che questa tragica realtà possa
diventare migliore di com’è; tanto che, come consiglia Schopenhauer per
affrontare la vita nel giusto verso, «niente è più opportuno che abituarsi a
considerare il mondo come un luogo di espiazione, dunque per così dire un
istituto di pena». Il filosofo ritiene che questa concezione trovi espressione
nel mito del «peccato originale», l’unica dottrina del Vecchio testamento cui
egli attribuisce un benché velato fondamento di verità, mentre per il resto
giudica il Giudaismo un piatto ottimismo religioso. Laddove quello cristiano è
considerato un pensiero più profondo, perché non solo ha fatto propria quella
dottrina, ma nel simbolo della croce che è uno strumento di tortura, ha
indicato senza mezzi termini l’essenza dolorosa del mondo come valle di
lacrime, e peccaminosa della vita come espiazione penitenziale. Poi certo, è nella differenza tra la
redenzione religiosa e quella filosofica, che emerge la peculiarità di
Schopenhauer, ma di questo si vedrà nell’ultimo paragrafo. Finora abbiamo accertato
come per lui non possa esserci quiete, appagamento, felicità; essendo la vita
incastrata nel doppio vincolo di colpa e pena, non c’è scampo al dolore.
D’altra parte l’origine e la causa del male, come della “Volontà” che si frange
nei fenomeni, è altrettanto mitica della biblica mela. Eppure non per questo le
conseguenze che egli ne trae sul piano dell’effettiva realtà, si possono
trattare sbrigativamente come elucubrazioni astratte, del tipo di quelle che i
filosofi sono soliti propinare. Al contrario, il radicale pessimismo è proprio
il tratto distintivo che distingue Schopenhauer dagli altri, ed egli ne era ben
consapevole, come quando di se stesso dice che «io, invece di favoleggiare un
futuro inferno come equivalente dei peccati, ho dimostrato che là dove è la
colpa, nel mondo, vi è già qualcosa di infernale». O ancora: «Il mondo è
appunto l’inferno, e gli uomini sono, da una parte le anime tormentate
e, dall’altra, i diavoli» (13).
C’è
però ancora un argomento da esaminare qui, lasciato per ultimo non perché
estraneo a quanto visto finora, ma perché fa un po’ da ponte tra la colpa di
cui è segnato il mondo della vita, e la sua possibile redenzione. Si tratta
dell’amore sessuale, un tema solitamente trattato da poeti e romanzieri, e di
cui Schopenhauer si vanta giustamente di essere il primo a farlo oggetto di
indagine filosofica. Dati i presupposti pessimisti, è ovvio che la sua non è
una visione rosea dei sedicenti affari di cuore, ma proprio per questo il suo
inaudito punto di vista investe la faccenda di una nuova luce, molto
interessante e per di più assai fondata. Anzitutto il riconoscimento
dell’importanza del fenomeno, la densità delle implicazioni, e quindi le
centralità che la sessualità rappresenta nell’ordine complessivo delle cose:
«La parte principale che l’atto sessuale e ciò che ne dipende fanno nel mondo,
(...) è interamente proporzionata all’importanza di questo punctum saliens
dell’uovo del mondo. Il divertente sta solo nel continuo occultamento della
cosa principale». Un altro motivo, questo, che fa del nostro filosofo un degno
precursore della psicoanalisi. Ora, egli sostiene che la condizione umana è
fondamentalmente simile a quella degli altri animali, ciascuno dei quali tende
alla conservazione e riproduzione della propria vita. Invece ciò che distingue
la nostra specie nella relazione tra i sessi è il sentimento amoroso, proprio
quello sul quale si sono consumati fiumi di inchiostro, ma appunto perché si è
persa di vista l’essenza della cosa, che in realtà ha ben poco di romantico.
Quello sessuale è infatti un impulso istintivo, di cui tutti gli esseri viventi
sono preda, noi compresi, nonostante il «frivolo commercio d’amore» con cui lo
ammantiamo. È quindi un’illusione pensare di essere noi a decidere di generare
e curare una prole, poiché ciò che spinge a tale scelta è un’irresistibile
forza della Natura, essa sì vera protagonista della faccenda. Attraverso la
procreazione, gli uomini credono di perseguire l’obiettivo per loro più
importante, e di realizzarsi compiutamente nei figli, ma in ciò si sbagliano. A
parte che così essi piuttosto annullano se stessi, ma il punto è che in realtà
obbediscono ai dettami di una ferrea legge naturale cui non sono in grado di
sottrarsi. I genitori sono invece giusto un mezzo di cui la Natura si serve per
assicurarsi il suo unico scopo, che è la conservazione delle specie, anche se
questa avviene a spese degli individui, nei confronti dei quali essa è infatti
del tutto indifferente. Tradotto nel linguaggio specifico di Schopenhauer, è la
“Volontà” del mondo che vuole la vita ad ogni costo, senza un motivo, né un
perché, ma solo per un impulso cieco; il quale, in sé universale, si manifesta
nella volontà di vivere che governa ciascun essere individuale.
Come
gli altri animali, anche gli uomini sono inconsapevoli di tutto ciò. Quando si
tratta di sesso, d’altra parte, essi non stanno certo a riflettere sul
significato e le conseguenze dei loro atti. Perché se lo facessero,
comprenderebbero che dare la vita, in realtà, vuol dire condannare il nuovo essere
alla sofferenza e alla morte, per cui se ne guarderebbero bene dal farlo.
Inoltre la Natura “maligna” gioca per così dire d’astuzia, affinché ogni specie
sia indotta a riprodursi. Ipotesi confermata dagli studi moderni che hanno
scoperto l’esistenza dei feromoni animali, sostanze emesse dalle femmine in
estro, un vero e proprio segnale chimico, il cui odore provoca l’eccitazione
irresistibile dei maschi, pronti a lottare per riuscire ad accoppiarsi. Laddove
tra gli uccelli si assiste a una vera e propria arte di seduzione, con i maschi
che per conquistare le femmine ostentano la bellezza del piumaggio, o del nido,
o di una danza. Invece nella sessualità umana evidentemente le cose si
complicano, perché con l’amore entra in gioco la carica passionale dei
sentimenti, però il meccanismo di base è lo stesso, giusto con la differenza
che l’inganno in cui gli umani sono tratti è solo più sottile e raffinato. Come
dice il nostro filosofo, «ogni innamoramento, per quanto etereo voglia anche
apparire, è radicato soltanto nell’istinto sessuale, anzi è in tutto e per
tutto soltanto un impulso sessuale». Per dire appunto che «gli esuberanti
sentimentalismi» delle vicende amorose, sono lo «stratagemma» di cui nel nostro
caso la Natura si serve per spingere alla riproduzione che assicuri la
conservazione della specie. E che anche in questo caso ci sia del vero, lo
confermano i più recenti studi sui meccanismi biochimici del cervello, che
nella fase di innamoramento è stato passato al setaccio della risonanza magnetica.
Ricerche che hanno dimostrato come l'amore sia una specie di follia, uno stato
alterato della coscienza che, mentre sopisce la funzione vigile del cervello,
ne attiva il nucleo più arcaico. Uno stato cui è associata anche la produzione
di dopamina, molecola cui è da attribuirsi il principio del piacere, simile a
quello indotto dalle sostanze stupefacenti. Infatti non a caso i tipici sintomi
dell’innamoramento, - esuberante energia, comportamento iperattivo, perdita del
sonno e dell'appetito, batticuore e senso di felicità - sono gli stessi effetti
provocati dall’assunzione di cocaina. Tutto ciò, che rende così irresistibile
l’amore, conferma in pieno l’intuizione di Schopenhauer, il quale dietro le
«ipersensibili bolle di sapone» che gli innamorati prendono tanto sul serio,
aveva già intravisto cosa si nasconde, ossia uno degli espedienti architettati
dalla Natura per assicurare la proliferazione della vita. Il che, detto con
parole sue, significa che l’atto sessuale rappresenta il compimento della
risoluta affermazione che la “Volontà” ha di vivere, e la generazione è la più
chiara espressione della stessa intima essenza del mondo; qualcosa che insomma
ha ben poco a che fare con il mieloso romanticismo degli uomini.
Altro
dettaglio che il filosofo osserva è il profondo egoismo dell’amore,
contrariamente a quanto di solito si crede. Anche in questo caso si tratta di
un rilievo fondato, dato che in effetti, ciò cui gli innamorati tengono di più
è il loro reciproco rapporto di possesso esclusivo. Presi come sono dalla loro
infatuazione, a essi non interessa altro, e anzi il resto del mondo è come se
non esistesse proprio. Siccome però l’amato è tale nella misura in cui appartiene
all’amante, ecco che alla fine quello per l’altro non è che amore di sé. E una
cosa simile accade anche nella relazione ancora più sublime tra madre e figlio.
Già negli altri mammiferi è dato osservare quanto sia forte l’istinto materno,
per il quale la madre è pronta a rischiare la vita per proteggere i suoi
piccoli. D’altra parte però vediamo anche che, se le si avvicina un cucciolo
non suo, perché magari si è perso o è stato abbandonato, essa non si fa
problemi a scacciarlo e perfino a ucciderlo. Quanto alla nostra specie, è
evidente che non si arriva a tanto, e tuttavia anche in questo caso una madre
non vede se non i propri figli, appunto non per altro che perché sono i suoi. E
che quello di mamma sia in realtà il più egoista amore di sé che ci sia, si
evince dal tragico fatto che i bambini altrui possono anche morire di fame
nell’indifferenza generale. Ora, sia chiaro che per Schopenhauer non si tratta
di giudicare moralmente questa cruda realtà, quanto piuttosto di prendere atto
che quello sul quale si erigono i sedicenti buoni sentimenti, è un terreno
piuttosto accidentato. Il filosofo anzi, più che condannare giustifica questo
aspetto indecoroso dei comportamenti amorosi, appunto con il fatto che sono
dettati dall’istinto, invece che deliberati coscientemente. Gli individui negli
affari di cuore sono convinti di perseguire la loro felicità, e con ciò non
fanno altro che assecondare il loro egoismo. Essi però si illudono che sia
così, appunto perché è la Natura che manovra queste faccende; essa che, da un
lato si cura solamente della conservazione delle specie, e però dall’altro ha bisogno
degli individui di cui servirsi per conseguire tale scopo. Come dice
Schopenhauer, «la natura può raggiungere il suo scopo solo insinuando
nell’individuo una certa illusione, in virtù della quale a lui appare come un
bene per sé ciò che in verità è un bene solo per la specie, così che egli serve
questa, mentre si illude di servire se stesso». In un certo senso, e
paradossalmente, sembra che sia la Natura a comportarsi in modo altruistico,
dal momento che essa guarda all’interesse generale, anche a costo di calpestare
le aspettative dei singoli. Di sicuro l’egoismo che muove questi ultimi, è la
migliore garanzia che essi assolveranno il compito che la Natura assegna loro.
Sicché, in definitiva, è tra illusioni e inganni che si perpetua il ciclo della
vita, nel quale ogni singolo, più che protagonista, è una semplice comparsa. In
un contesto del genere ciascun individuo, benché tutto preso da se stesso, è
ridotto in realtà a «zimbello della specie», costretto a recitare una parte non
sua, ossia ad agire come secondo uno scopo, pur non avendone invece nessuno.
Perché non diversamente dagli altri animali, e nonostante i loro
sentimentalismi, anche gli uomini fanno il gioco dell’impersonale “Volontà” di
vita del mondo, la quale non mira ad altro che alla riproduzione di se stessa.
Con
tutto ciò, Schopenhauer non intende semplicemente denigrare l’amore come
qualcosa di per sé ridicolo, benché molte sue manifestazioni lo siano, e anzi
sostiene che si tratta della faccenda più seria e importante di tutte. Solo che
a suo parere occorre vedere la cosa nella giusta luce, per ciò che essa
realmente è, ossia l’azione dello stesso impulso sessuale che spinge
irrefrenabilmente tutte le specie viventi a riprodursi. A conferma di
quest’ipotesi, il filosofo osserva anche che, mentre si può benissimo fare del
sesso senza amore, al contrario è inconcepibile accontentarsi di amare senza
avere rapporti fisici. Appunto perché le smancerie sentimentali sono una mèra
parvenza, mentre la sostanza consiste nel godimento dei sensi, nell’eccitazione
e appagamento del desiderio; ma non per altro che perché solo dall’atto
sessuale scaturisce ciò che conta veramente, e cioè il concepimento della
prole: «Che un determinato figlio sia generato, questo è il vero scopo di tutto
il romanzo d’amore, se anche inconsapevole ai suoi attori: la specie e la
maniera come esso viene raggiunto, è cosa accessoria. Per quanto forte anche
qui possano gridare le anime sensibili, e specialmente le innamorate, sul crudo
realismo della mia concezione, pure essi sono in errore». Su questo punto
Schopenhauer adotta una posizione piuttosto controversa. Apparentemente egli
sembra contestare il tipico pregiudizio religioso contro la sessualità, intesa
come un atto impuro e peccaminoso, invece che del tutto naturale. Mentre in
realtà sostiene la stessa identica opinione, giusto laicizzata nei termini
della sua filosofia. Infatti, quando si tratta di spiegare quel comune senso
del pudore provocato dagli organi genitali e dai rapporti sessuali, il filosofo
non lo attribuisce appunto alla secolare opera diffamatoria della religione,
bensì lo reputa un sentimento fondato. Per il fatto che, nel contesto della sua
concezione della vita come colpa, la sessualità sarebbe il delitto più grave.
Per questo gli individui si vergognerebbero di certe cose, perché si
renderebbero conto che la riproduzione è un atto riprovevole, responsabile di
propagare, insieme alla vita, il “peccato originale” del mondo. Resta da capire
com’è possibile che gli uomini, i quali da una parte sono dichiarati
inconsapevoli di ciò che fanno, dall’altra ne sarebbero al tempo stesso
coscienti, tanto da provare vergogna. Esattamente la stessa contraddizione di
quando Schopenhauer aveva negato fermamente la libertà, e sostenuto
contemporaneamente la responsabilità e la colpa dell’agire. Sta di fatto che
nel presente caso, addirittura egli evoca di nuovo la giustezza del benché
mitico racconto biblico, di cui fornisce però un’interpretazione personale,
secondo cui Adamo sarebbe “caduto” non per altro che per motivi sessuali,
appunto a conferma di quanto sia grave la pratica di affermare la vita.
Insomma,
la passione amorosa è letteralmente qualcosa che si patisce, da cui gli esseri
umani, più che essere attratti, sono spinti. Le storie d’amore nascono da
un’illusione di felicità, gli innamorati credono che nel possesso reciproco siano
racchiusi per loro il maggior godimento e bene possibile. Presto però, con il
coronamento del sogno, subentra la delusione, perché la persona bramata con
tanto ardore, poi si rivela non così diversa dalle altre, dato che in fondo un
amplesso vale l’altro. Quella che sembra ogni volta una grande passione, poi
«si spegne nel godimento, - con grande stupore dei partecipi». Come l’affamato,
dopo che si è riempito la pancia, non vuol più neanche vedere il cibo, così è
l’amante dopo aver goduto; egli è sazio, e l’oggetto del desiderio ha perduto
ogni attrazione. Intanto però con l’amplesso ha svolto il compito assegnatogli
dalla Natura, e la disillusione del momento non basterà a trattenerlo le volte
successive; perché la voglia di piacere sensuale, come fa subito a soddisfarsi,
altrettanto presto è pronta a ridestarsi, proprio come la fame.
Le
cose cambiano invece per un’altra singolare circostanza dell’amore. Ossia che,
mentre nel momento in cui raggiunge lo scopo, è destinato a scemare in fretta;
viceversa, proprio quando non è ricambiato, ecco che cresce a dismisura. Come a
dire che questa passione si alimenta solo a condizione di non essere
corrisposta, solo finché il desiderio non è soddisfatto. In tal caso l’estasi
amorosa si tramuta facilmente in una delle esperienze più dolorose possibili,
tale da portare alla pazzia, e perfino da indurre l’amante respinto al
suicidio. Tanto è grande l’illusione che avvince gli innamorati, i quali idealizzano
la persona amata attribuendole sublimi qualità, tanto più diventa
insopportabile che un simile prepotente sentimento resti inappagato. Perlomeno
di buono c’è che le pene d’amore hanno anche ispirato le opere dei più grandi
poeti, come il Petrarca, che Schopenhauer cita più volte quale esempio. Proprio
alla passione per Laura, donna impossibile perché sposata, e inoltre morta
prematuramente, si devono infatti i versi struggenti del Canzoniere,
capolavoro immortale di cui senza la sofferenza dell’autore l’umanità sarebbe
rimasta priva. Come dice il nostro filosofo a questo proposito, riepilogando la
propria concezione con una frase delle sue: «Se la passione di Petrarca fosse
stata appagata, da quel punto il suo canto sarebbe ammutolito, come quello dell’uccello
dopo che sono state deposte le uova». A parte però un tale rarissimo epilogo
poetico, l’amore in genere si rivela come qualcosa di assolutamente negativo,
piuttosto che uno dei valori supremi come di solito è considerato. Da un lato
perché la riproduzione universale è manovrata dall’inganno della Natura, i cui
accorgimenti sono volti al perpetuare se stessa della “Volontà”, attraverso la
conservazione delle varie specie a spese degli individui; dall’altro perché gli
uomini in particolare, presi nell’illusione di un’improbabile felicità, sono
anch’essi in balìa di un impulso istintivo, quello stesso in base al quale si
svolge la proliferazione incessante della vita, e con essa del dolore e della
morte. Che gli affari di cuore siano una semplice decorazione di facciata,
infine, Schopenhauer lo conferma sostenendo che, come l’intelletto sta al
cervello, così la volontà sta ai genitali. Appunto per chiarire che tra il
sapere e l’amore sessuale esiste un abisso, poiché sono due sfere contrapposte,
e insomma che la generazione della vita è una faccenda del tutto irrazionale,
così come lo sono anche le vicende sentimentali con cui la ammantiamo (14).
Così
si chiude il cerchio, e si conclude l’esposizione della visione pessimistica
del mondo, di cui il nostro filosofo è senz’altro l’esponente più originale.
Come si è visto, i suoi argomenti non sono per niente campati in aria, e anzi
la carica eversiva che da essi sprigiona, dipende proprio dal loro fondamento
di verità. La quale ultima è essa stessa dolorosa, come recita giustamente il
proverbio. E in questo senso Schopenhauer è stato veramente un libero
pensatore, perché ha detto sinceramente certe cose come nessun altro prima,
senza preoccuparsi di urtare la sensibilità dei benpensanti, né di attirare su
di sé il loro scherno, se non l’assoluta mancanza di considerazione. Nell’epoca
segnata dall’hegelismo filosofico e dal liberalismo economico, con la loro
ideologia ottimistica del progresso, la dottrina del male di vivere non poteva
che condurre all’isolamento del suo profeta, il quale per di più possedeva già
un carattere predisposto a tale condizione. D’altra parte, quando la verità è
amara e scomoda, nessuno ama sentirsela dire. Essa, secondo la nota immagine
del filosofo, sta come in fondo a un pozzo, e ogni volta che cerca di uscire la
si colpisce sulle dita. Anche perché la tragedia dell’esistenza pesa
soprattutto sul genere umano, che paga il prezzo maggiore proprio in virtù
della sua superiore capacità di conoscenza, la quale rende gli individui più sensibili
al dolore. Inoltre, al danno si aggiunge
per così dire anche la beffa, perché nonostante quella umana sia la specie più
sapiente, pure i suoi esemplari vivono senza sapere quello che fanno: «Gli
uomini somigliano a orologi, che vengono caricati e camminano senza sapere il
perché; ed ogni volta che un uomo viene generato e partorito, è l'orologio
della vita umana di nuovo caricato, per ancora una volta ripetere, frase per
frase, battuta per battuta, con variazioni insignificanti, la stessa musica già
infinite volte suonata». Per dire in particolare che l’uomo non è manovrato
come una marionetta dall’esterno, ma possiede dentro di sé il congegno che lo
fa muovere, per cui se fosse consapevole della sua condizione, allora non
sarebbe così ostinatamente attaccato alla vita. Insomma la volontà umana, non
essendo altro che espressione della “Volontà” del mondo, è ugualmente
irrazionale, e perciò stesso ugualmente colpevole della propria sofferenza.
Ciascuno persiste nell’esistenza quanto più lungamente gli è possibile, la
considera come il bene più prezioso, da tutelare a ogni costo, e ne teme più di
ogni altra cosa la fine. E però senza avere idea di quale sia il valore e il
senso stesso della vita, senza avvedersi che lo straziante alternarsi di dolore
e noia ha come unico scopo la morte, e che l’amore è in realtà un sottile
inganno affinché, con la riproduzione, il drammatico meccanismo non si
interrompa. Come se non bastasse, infine, la serietà della cosa assume altresì
i tratti della farsa, con tutto quell’indaffararsi vano e senza scopo cui
ciascuno è trascinato, che rivela quanto la vita sia più una «tragicommedia»
che altro. Lo spettacolo degli uomini affannati nella cura dell’esistenza,
infatti, somiglia a quei vermi ammassati che girano a vuoto l’uno sull’altro, e
come tale suscita un effetto comico a chi lo osserva. Così che, «quasi il
destino avesse voluto aggiungere lo scherno al travaglio della nostra
esistenza, la nostra vita deve contenere tutti i mali della tragedia, mentre
noi non riusciamo neppure a conservare la gravità di personaggi tragici, e
siamo invece inevitabilmente, nei molti casi particolari della vita, goffi tipi
da commedia» (15).
A
questo punto viene spontaneo pensare che a simili condizioni l’unica sarebbe di
farla finita, ma il filosofo non esorta al suicidio, e anzi contesta questa
pratica. Di ciò tuttavia, e della soluzione che egli propone come redenzione
dal male di vivere, parleremo nell’ultimo capitolo. Prima un doveroso
intermezzo su Leopardi, la cui concezione del pessimismo improntato al dolore e
alla noia, è sorprendentemente simile a quella di Schopenhauer, benché si
tratti di una riflessione fondata su basi ovviamente diverse.
5.2
Un «fratello» italiano
Schopenhauer,
nonostante l'isolamento, non fu sempre del tutto intellettualmente solo a
teorizzare il pessimismo, poiché a un certo punto trovò conforto nell'affinità
con un grande uomo di pensiero, un altro
illustre solitario di nome Giacomo Leopardi. Benché vissuti nella stessa
epoca, i due non si conobbero personalmente, anche perché il poeta, di dieci
anni più giovane, ebbe una vita assai breve; né risulta che egli sia venuto a
conoscenza de Il mondo, opera che d'altra parte era passata sotto
silenzio anche in Germania. Quanto al filosofo, fu solo in una missiva del 1850
che un certo A. L. von Doss, amico e discepolo, gli segnalò l'esistenza di
questo suo «sosia meridionale», indicato come l'autore delle Operette morali
e dei Pensieri, scomparso ormai da tredici anni. Sicché riescono quanto
mai sorprendenti le convergenze riscontrabili tra i due personaggi, che
elaborarono gli stessi pensieri pur ignorandosi completamente; e tale deve
essere stata la reazione di Schopenhauer, il quale nell’opera leopardiana finì
con l'imbattersi quasi alla lettera con alcune delle sue concezioni più
importanti. Da parte sua, alla fine del capitolo quarantasei dei Supplementi,
intitolato «Della nullità e del dolore della vita», egli propone un breve
elenco degli scrittori pessimisti di tutti i tempi, dove è proprio al poeta
italiano che il filosofo si rivolge nell'ultimo capoverso, con le seguenti
lusinghiere parole: «Nessuno ha trattato così a fondo e così esaurientemente
questo soggetto come ai giorni nostri Leopardi. Egli ne è tutto pervaso e
compenetrato. Il suo tema è ovunque la beffa e la miseria di questa esistenza,
da lui rappresentato, in ogni pagina delle sue opere, con una tale varietà di
forme e di espressioni, con una tale ricchezza di immagini, che esso non viene
mai a noia, ma è invece sempre interessante e commovente». Un giudizio
insolitamente benevolo, perché Schopenhauer non è uno che riconosce facilmente
i meriti altrui, mentre in questo caso lo fa senza mezzi termini e con tutta
l'onestà possibile. Si consideri inoltre che il filosofo non ebbe accesso allo Zibaldone,
che fu pubblicato solo nel 1898. Questa appena citata è l'opera maggiore del
poeta nella sua veste di pensatore. È una sorte di diario che il Recanatese ha
redatto lungo il corso di quindici anni, annotando le sue riflessioni
quotidiane sugli argomenti più svariati. Si tratta di un copioso manoscritto di
ben 4500 pagine, rimasto nascosto in un baule per sessant'anni, fino appunto
alla fine del secolo, quando venne alla luce e, dopo alcune vicissitudini
giuridiche, divenne proprietà dello Stato italiano. Fu quindi istituita una
commissione di esperti, presieduta da G. Carducci, che curò la prima edizione
dell'opera, intitolata Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura,
il cui primo dei sette volumi uscì proprio in occasione del centenario della
nascita del poeta. Si capisce come non sia facile districarsi in tale cumulo di
materiale disparato, e tuttavia vale la pena tentare di illustrare i lineamenti
del pessimismo leopardiano, giusto per confrontarlo con quello di Schopenhauer.
Ebbene,
il poeta filosofo osserva che l'uomo, l'essere più nobile e perfetto, è
diventato al tempo stesso il più infelice di tutti. E mentre gli altri animali,
per quello che possono, si beano della loro esistenza, la nostra specie ha una
capacità di soffrire tale da indurlo perfino al suicidio, il gesto più contro
natura che si possa concepire. Il fatto poi, che i fanciulli e gli uomini
ignoranti, nonché gli antichi, non manifestano questa pena di vivere, dimostra
che essa è un portato della civilizzazione, e non a caso Leopardi richiama
espressamente la dottrina di Rousseau, secondo cui è stato il progresso delle
scienze e delle arti ad aver corrotto il genere umano. Con la differenza che
mentre il filosofo francese si sofferma sulle conseguenze etiche e politiche,
derivate dalla perdita della «felice ignoranza» primitiva; per il poeta
italiano si tratta piuttosto di fornire un originale approfondimento psicologico
della condizione umana, in particolare una vera e propria «teoria del piacere»,
che paradossalmente spiega da dove abbia principio il dolore.
Abbiamo
visto come per Schopenhauer il desiderio sia di per sé fonte di malessere,
perché implica la mancanza di qualcosa; e come la sua soddisfazione sia
momentanea, ogni volta interrotta dall'insorgere di un nuovo volere. Ebbene il
ragionamento di Leopardi è molto simile, benché arricchito da altri concetti, e
soprattutto dalla dimensione esistenziale della sua analisi. Secondo il poeta,
l'uomo brama naturalmente la felicità, la quale in ultima istanza consiste di
una qualche forma di piacere. Questo desiderio congenito, però, è tale da non
avere limiti, poiché il suo carattere è quello di tendere a un'infinita durata
e intensità del piacere, obiettivo evidentemente irrealizzabile. Sicché
l'ambizione umana alla felicità, è destinata a restare disattesa, perché nessun
piacere particolare sarà mai in grado di appagare una sete che si estinguerà
solo con la morte. Così ogni desiderio soddisfatto produce sempre un piacere
solo passeggero, e mai quello per così dire in sé; ciascun singolo appagamento
è presto spento da una nuova voglia, in un processo senza scampo e senza fine.
A ciò si aggiunga come sia la stessa struttura psichica degli uomini, ad
alimentare questo meccanismo, attraverso la «facoltà immaginativa» di cui la
Natura li ha dotati. Infatti, è proprio in questo che consiste la speranza, e
cioè nell'immaginare piaceri futuri, la cui attesa è già di per sé piacevole,
anche quando si tratta di aspirazioni irrealistiche. Di più, dato che una volta
conseguito, il piacere presente è sempre deludente, ecco che quello illusorio,
semplicemente immaginato, è addirittura il più sicuro e appagante di cui gli
esseri umani possano godere: «la felicità ed il piacere è sempre futuro, cioè
non esistendo, né potendo esistere realmente, esiste solo nel desiderio del
vivente, e nella speranza, o aspettativa che ne segue» (16). Per questo i
fanciulli e gli uomini semplici sono più felici, e tali erano anche gli
antichi, perché dotati di una forte immaginazione, che in un certo senso
permette loro di sognare la realtà come la desiderano, senza avere coscienza di
come e cosa sia invece veramente. Laddove il sogno si è infranto con l'avvento
del «moderno sapiente», il quale con l'uso pianificato della ragione, insieme
all'immaginazione ha tolto di mezzo anche le sue illusioni. L'arida
razionalità, con la sua logica geometrica e matematica, ha scalzato il
sentimento istintivo che si nutre di illusioni; con le sue misure e i suoi
calcoli ha circoscritto tutte le cose entro i loro limiti, soffocando quella
naturale ansia di infinito che era prevalsa nei tempi passati. Con ciò l'uomo,
ormai disingannato, sa che nessun piacere potrà mai accontentare la sua brama,
che la felicità è una chimera da bambini, e che il suo destino è quello di
soffrire la mancanza di qualcosa, di cui pure non riesce fare a meno. L'incauta
ricerca e la fatale scoperta della verità, che sembrava dovesse essere il valore
più alto, e che pure è di per sé piacevole, a conti fatti gli ha solo aperto la
strada al dolore dell'esistenza. E il guaio è che la colpa della sete di sapere
ricade tutta sull'uomo stesso, poiché non è la Natura ad avergli imposto di
indagare, e anzi essa «non volea che sapessimo» come stanno le cose. Dato che
l'infelicità, la scontentezza e perfino il rifiuto della vita, non è altro che
un turbamento dell'ordine naturale, che impedisce il normale andamento delle
cose. Non a caso, solo la coscienza della cruda realtà è in grado di scalfire
l'attaccamento alla vita, che è l'istinto più forte; proprio così come, in
generale, la riflessione filosofica è contraria all'immaginazione poetica.
In
un celebre passo dello Zibaldone, datato il 27 Giugno 1820, l'Autore
racconta di aver compiuto egli stesso nella propria vita il medesimo percorso
seguito dall'umanità in generale, dai poemi omerici delle origini alla
filosofia moderna. Così egli parla dei suoi primi anni come di un periodo
trascorso all'insegna della sfrenata fantasia, che gli faceva sognare un
avvenire luminoso e carico di promesse. Finché all'età di ventuno anni la
malattia non lo riportò con i piedi per terra, costringendolo a riflettere
sulla realtà, a trasformarsi da poeta in filosofo, e prendere atto
dell'esistenza infelice cui era destinato, lui come tutto il genere umano. In
questo modo si avvide come, alla luce della conoscenza, la prima a spegnersi è
la speranza, la quale si rivela per ciò che è, ossia una magra consolazione,
un'attesa fiduciosa ma inutile. Di essa non restava ormai che il ricordo dei
sogni giovanili, insieme allo strazio della consapevolezza che quel tempo di
felici illusioni non sarebbe più tornato. La dura lezione di vita ha svelato al
poeta come la speranza sia un meccanismo psicologico che inganna l'uomo,
attraverso l'immaginazione che prevede un piacere futuro maggiore di quello
presente. Uno stato d'animo per cui già il solo pregustare l'avvenire è
godibile di per sé, ma destinato a mutarsi in delusione, non appena ogni
desiderio realizzato si rivela assai inferiore alle attese. Insoddisfazione
incolmabile, data la sproporzione tra l'innata infinità della brama, e la
limitatezza dei piaceri contingenti. Così che neanche il conseguimento
dell'ambizione più improbabile riesce ad appagare l'uomo, che si ritrova sempre
da capo a inseguire la propria irraggiungibile felicità.
Secondo
il Leopardi pensatore, è proprio con la nostra specie che la Natura svela il
profondo dissidio con se stessa. Poiché l'essenza degli uomini, che sono nati
per essere felici, è contraddetta dalla loro esistenza, nella quale quello
scopo è irraggiungibile. Per l'evidenza del semplice fatto che, quanto più essi
inseguono il piacere, tantomeno lo trovano. Questo è «l'orribile mistero delle
cose», la contraddizione insanabile, la «mostruosità» di una realtà che non si
può comprendere né spiegare. Nel Dialogo della natura e di un'anima, e nel
Dialogo della natura e di un islandese, che sono la settima e dodicesima delle
Operette morali, Leopardi immagina appunto di conversare con la Natura, alla
quale tra l'altro chiede conto del perché il mondo della vita debba essere una
promessa non mantenuta, e quindi così sofferente. In particolare per quale
motivo gli uomini sono così presi dal desiderio di felicità, eppure condannati
a un'esistenza infelice. Tanto più che non hanno chiesto loro di nascere, né
hanno chissà quale colpa per meritare una sorte simile. È lecito quindi
domandare che senso abbia tutto ciò, visto che a conti fatti il bilancio della
vita è in tale passivo da rasentare la bancarotta. Ebbene in entrambi i
Dialoghi, la risposta della Natura è la stessa, ossia che essa non è
responsabile poiché in pratica non sa quello che fa. La sua legge è «sottoposta
al fato», per cui non ha il potere di decidere, e quindi neanche conosce le
cause del proprio agire, né si rende conto degli effetti che provoca. Il che
richiama molto da vicino la cieca "Volontà" di Schopenhauer. In più
la Natura ricorda a Leopardi ciò di cui invece è certa, e cioè che il mondo non
è fatto in vista degli uomini, né tantomeno della loro felicità; e inoltre che
la vita è tale da nutrirsi di se stessa, in un ciclo continuo di produzione e
distruzione, per cui è inevitabile che tutto ciò che nasce sia destinato a
patire e perire.
Di
tale constatazione si nutre il pessimismo del poeta, in particolare la sua
concezione della Natura «inimica», «empia» e «matrigna», come la definisce ne La
ginestra. Infatti, la necessità dell'infelicità umana è solo il caso limite
dell'intero mondo della vita, il quale è ugualmente soggetto alla medesima
«contraddizione spaventevole» della Natura. A tale proposito Leopardi esorta ad
osservare anche solo un giardino ben curato, per vedere come dietro la sua
bellezza si nasconda in realtà uno spettacolo desolante. Si assiste infatti a
una sorta di universale guerra di ciascuno contro tutti, con ogni essere
vegetale e animale che lotta per la propria esistenza, o per divorare oppure
per fuggire l'altro. Insomma una scena tragica, che però rasenta anche il ridicolo,
quando si nota che la Natura ha dotato ogni specie di sofisticati strumenti di
offesa o di difesa; quasi che, per una sua qualche agghiacciante imparzialità,
essa procura il male e al tempo stesso il rimedio. Senza che poi si possa
capire a che scopo e a favore di chi. Gli studiosi della Natura solitamente
ammirano e lodano questo congegno perfetto di incastri tra predatori e prede,
ma non si spingono oltre a chiedersi il perché di tanta sofferenza. Sicché
nessuno sembra avvedersi che è la Natura stessa la causa e la colpa di tutto, che quindi è essa la
vera avversaria della vita e dell'umanità. Di qui anche l'insensatezza della
continua guerra che gli uomini si fanno gli uni contro gli altri, mentre
dovrebbero piuttosto coalizzarsi a fronteggiare la loro comune nemica, appunto
quella Natura «che de' mortali madre è di parto e di voler matrigna» (17). Il
guaio, invece, è che dal modo superficiale di vedere deriva la spiegazione
ottimista e mistificante, secondo la quale tutto accadrebbe per un bene superiore.
Peccato che, come aveva già osservato Voltaire contro Leibniz, non si capisce
come la somma di innumerevoli dolori individuali possa dare per risultato un
bene universale.
Di
qui la drastica, amara e sconsolante conclusione di Leopardi: «Tutto è male.
Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna
cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male; il fine
dell'universo è il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale
dell'universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v'è
altro bene che il non essere; non v'ha altro di buono che quel che non è (…).
L'esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un'imperfezione,
un'irregolarità, una mostruosità» (18). Si noti tra l'altro che l'espressione
secondo cui il nulla sarebbe preferibile all'essere, ripetuta più volte dal
poeta (pp. 4100, 4133 e 4177), l'abbiamo già vista evocata da Schopenhauer,
praticamente negli stessi termini. Sicché per il poeta le spaventose
contraddizioni della Natura sono evidenti oltre le apparenze, sostanziali oltre
le forme, e anzi addirittura «dimostrate con tutti i lumi e l'esattezza la più
geometrica della metafisica e della logica» (19). D'altra parte l'agognata
felicità si rivela per ciò che è, un mèro concetto astratto, anzi una pura
fantasia, e certamente qualcosa di cui la Natura è incapace, per il semplice
fatto che «non esiste in natura, e non può esistere per natura». Non a caso il
«sommo bene» è predicato da tanti filosofi come il fine supremo dell'uomo, e
però tutti con un'opinione diversa quando si tratta di stabilire cosa sia.
Perché per quanto lo si desideri e lo si cerchi, rimane del tutto impossibile
conoscere e trovare qualcosa che non c'è. «Come trovare, come determinare,
quello che non esiste, che non ha natura né essenza alcuna, ch'è un ente di
ragione? Il fine dell'uomo, il sommo suo bene, la sua felicità, non esistono.
Ed egli cerca e cercherà sempre sommamente ed unicamente queste cose, ma le
cerca senza sapere di che natura sieno, in che consistano, né mai lo saprà,
perché infatti queste cose non esistono» (20).
Si
capisce quindi perché l'esistenza sia di per sé sofferente, e anche perché
questa sorte, che riguarda tutti gli esseri viventi, coinvolga più di ogni
altra la specie umana. Tra gli uomini poi, i più presi dalla disperazione sono
gli individui geniali, quelli più profondi e sensibili, ai quali tocca di
provare maggiormente il sentimento della propria infelicità. E non solo perché
eccellono nella consapevolezza della realtà, ma anche perché sono in un certo
senso i più egoisti. Costoro hanno infatti il senso più spiccato di amor
proprio, il quale accresce oltre misura il desiderio di felicità, insieme alla
delusione che ne consegue. Gli uomini comuni restano invece sempre suscettibili
alle lusinghe della speranza. La quale, benché si affievolisca sempre col
tempo, però ai semplici non si rivela mai in tutta la sua vanità, perché
costoro si accontentano di godere i piccoli piaceri della vita.
A
questo proposito Leopardi fa delle osservazioni interessanti. Dato che il
perenne desiderio di felicità è di per sé penoso, poiché impossibile da
appagare, il problema diventa come distogliersi da esso, affinché l'esistenza
non sia del tutto insopportabile. Così egli indica tutta una serie di
espedienti atti a tale scopo, esperienze che procurano piaceri momentanei, però
sufficienti ad attenuare il desiderio infinito, se non altro perché distraggono
l'attenzione da esso. Perché il modo per non soffrire la brama di felicità
consiste in sostanza nel non pensarci. Il primo di questi diciamo così
surrogati, è l'intorbidimento dei sensi, che attenua la soglia di vigilanza,
com'è l'ebbrezza del drogato o dell'ubriaco, ma anche lo stato di dormiveglia
che precede il sonno. In questi casi la sensazione piacevole deriva dallo stato
di abbandono nel quale si trova l'individuo, il cui languore psicofisico lo
rilassa e distrae dal peso degli affanni. Tale sorta di mollezza è infatti
gradevole proprio nella misura in cui rende il soggetto incurante della realtà,
lo allontana dai problemi presenti, assopisce la speranza e il timore del
futuro. Un'altra soluzione intravista dal poeta, si ha poi nell'atteggiamento
esattamente opposto. Quando, invece di distaccarsi dal mondo, l'uomo vive
pienamente la propria esistenza, tutto indaffarato nelle faccende quotidiane.
Perché anche tale condizione aiuta a non pensare; o meglio, occupando la mente
negli affari, la distoglie dalla dolorosa vanità di desideri impossibili. In
questo consisterebbe anzi lo stile di vita preferibile, poiché la regolare
alternanza di lavoro e riposo sarebbe la ricetta più appagante per le persone
semplici, senza spazi vuoti di tempo, da dover riempire pensando ad altro. Come
dice il poeta a tale proposito, «il più felice possibile è il più distratto
dalla intenzione della mente alla felicità assoluta. (…). Quindi l'attività
massimamente è il maggior mezzo di felicità possibile. (…) perché
effettivamente l'attività è il mezzo di distrazione il più facile, più sicuro e
forte, più durevole, più frequente e generale e realizzabile nella vita» (21).
Un'altra esperienza ancora, che funge da piacevole diversivo contro il male di
vivere, consiste nelle sensazioni provocate da circostanze insolite, come la
meraviglia per qualcosa di straordinario, o la sorpresa inattesa. Appunto
perché il gusto della novità costituisce un efficace mezzo di distrazione,
benché il suo effetto sia di breve durata. Leopardi nota in particolare quanto
la meraviglia sia un'impressione naturale, come si osserva specialmente nei
fanciulli, e come si presume dovesse essere la regola presso gli uomini
primitivi. Non per altro che la condizione del suo destarsi è l'ignoranza
dell'osservatore, il quale si stupisce appunto perché non conosce, ossia non è
in grado di risalire dall'effetto alla causa di ciò che vede. Perciò lo stupore
è uno stato d'animo proprio dell'età dell'innocenza, che vien meno con
l'esperienza e soprattutto con l'artificio della scienza. Così che, mentre per
Aristotele il bello della meraviglia è quello di aprire la strada al cammino
del sapere, invece per Leopardi il brutto del sapere è quello di chiudere la
porta al fascino del mistero che incanta.
Più
di tutto però, benché connesso a quanto visto finora, l'analisi del poeta si
sofferma sul piacere dell'indefinito, provocato da quelle sensazioni che sono
per così dire a metà strada tra l'infinità del desiderio e la limitatezza della
sua soddisfazione. Si tratta di un sentimento vago, dai contorni sfocati, che
non si può concepire se non confusamente. Come quello suscitato dallo
spettacolo della Natura, quando lascia intravedere la sua immane grandezza,
tale che la vista non può contenere, e quindi la mente può solo immaginare.
Ebbene proprio questo divagare della fantasia è di per sé piacevole, e anzi è
il piacere maggiore possibile di cui l'uomo possa godere, nella misura in cui
gli consente di guardare oltre i confini della sensibilità, con una sorta di
accesso alla dimensione dell'infinito. Perché, come dice il poeta, «l'anima
deve naturalmente preferire agli altri quel piacere ch'ella non può
abbracciare» (22). Infatti, benché non si tratti di un'intuizione reale, ma
solo della sensazione indeterminata di qualcosa che in realtà non esiste, pure
questo stato d'animo è assai più appagante di ogni altro, appunto perché non
costretto entro i limiti dei piaceri contingenti che non soddisfano mai. Né può
parlarsi perciò della soddisfazione concreta di un qualche desiderio, perché
questo è anzi sentito più forte che mai, quanto piuttosto di un'impressione
interiore gratificante a prescindere dal godimento materiale. Il senso
dell'ignoto e dello sconfinato, ispira pensieri segnati dalla mancanza di
chiarezza e distinzione, nei quali l'individuo si perde, e tuttavia gode di
tale situazione, perché è quello stato che lo avvicina di più alla sua ansia di
felicità infinita. Tra tutte le arti la poesia è quella in grado di
rappresentare meglio questo sentimento vago e sfuggente. Ne è un chiaro esempio
L'infinito, nei cui versi Leopardi osserva il paesaggio, e immagina l'immenso
spazio che si estende oltre l'orizzonte visivo, contemplando l'idea di
infinito. E quello stato d'animo sospeso, quel sentimento indefinito di
smarrimento, invece di turbare conforta il poeta; per il quale, come dice nel
celebre verso conclusivo, «il naufragar m'è dolce in questo mare». D'altra
parte la poesia, attraverso il suo linguaggio evocativo, con l'uso di parole
volutamente ambigue, che destano idee talmente vaste da essere solo
parzialmente afferrabili, lascia al lettore ampia libertà di interpretazione.
Il testo poetico è allusivo, dice e non dice, per cui deve essere decifrato con
la fantasia, ed è proprio questo alone di mistero che lo rende gradevole. Non a
caso le immagini che più si prestano alla letteratura poetica sono le atmosfere
notturne, con le sue oscurità e i contorni confusi degli oggetti, nonché per lo
spettacolo immenso e incontenibile del cielo stellato. Perché solo ciò che non
è interamente noto, ciò che non si abbraccia distintamente con la vista e il
pensiero, lascia spazio al gioco dell'immaginazione che tanto diletta l'anima.
Lo
stesso effetto si riscontra anche con i ricordi, il cui piacere deriva
ugualmente dalle sensazioni indefinite che evocano. In particolare, ad
emozionare di più sono le circostanze che fanno tornare il pensiero ai momenti
spensierati della fanciullezza, quando bastava un niente per sentirsi felici.
Interessante è poi l'accostamento che Leopardi fa tra la «rimembranza» e la
speranza. Il tornare con la mente ai tempi andati, infatti, è un po' come
l'attesa dell'avvenire, poiché produce lo stesso piacere illusorio che
distoglie dal deludente presente: «Il passato, a ricordarsene, è più bello del
presente, come il futuro a immaginarlo» (23). Appunto perché la forza della
fantasia rende il godimento semplicemente pensato maggiore di quello che si
riesce a provare nella realtà. Così che compito della poesia è anche quello di
suscitare alla memoria immagini sfocate di un passato lontano e perduto, le
emozioni della prima età carica di aspettative; il cui ricordo, paragonato ai
sogni infranti del presente, provoca un suggestivo sentimento di malinconica
nostalgia.
Il
gusto dell'indefinito coinvolge infine anche la passione più prepotente che ci
sia, l'amore. È da premettere che su questo tema Leopardi non è meno eversivo
di Schopenhauer. Anzitutto anche per il poeta l'amore è una forma di egoismo, e
anzi l'espressione più evidente del «centiforme amor proprio» che è alla base
di tutte le passioni umane. Egli osserva inoltre come l'innamoramento sia uno
stato che somiglia alla follia, che fa perdere letteralmente la testa, ed
estranea dal resto del mondo l'individuo che ne è preda, tutto preso
dall'interesse esclusivo per la persona amata. Soprattutto però, il Recanatese
nota anche che, dietro le assai spesso risibili smancerie amorose, si cela il
meccanismo di riproduzione della vita, il quale è invece tragicamente serio. A
questo proposito c'è un passo in particolare, dove questo pensiero è
incredibilmente formulato quasi negli stessi termini di Schopenhauer, e che
perciò merita di essere citato: «L'uomo (e così gli altri animali) non nasce
per goder della vita, ma solo per perpetuare la vita, per comunicarla ad altri
che gli succedano, per conservarla. Né esso, né la vita, né oggetto alcuno di
questo mondo è propriamente per lui, ma al contrario esso è tutto per la vita.
- Spaventevole, ma vera proposizione e conclusione di tutta la metafisica. (…)
Tutto ciò è manifesto dal vedere che il vero e solo fine della natura è la
conservazione delle specie, e non la conservazione né la felicità
degl'individui; la qual felicità non esiste neppur punto al mondo, né per
gl'individui né per la specie. Da ciò necessariamente si dee venire in ultimo
grado alla generale, sommaria, suprema e terribile conclusione detta di sopra»
(24).
Quanto
invece al piacere amoroso, Leopardi nota che esso più di tutti si nutre di
sensazioni indefinite. Uno degli ingredienti fondamentali di questa passione,
infatti, è proprio l'alone di mistero che avvolge l'oggetto amato prima che sia
conquistato. In pratica accade che, come l'abito fa immaginare il corpo che
copre, così le qualità nascoste e i lati sconosciuti della personalità amata,
destano l'immaginazione dell'innamorato, il quale si costruisce le sue
divagazioni mentali, quelle promesse di felicità che, sebbene fantasiose,
procurano un piacere maggiore che non il coronamento stesso del sogno amoroso.
Il poeta osserva inoltre che questo è un tratto distintivo della modernità, con
la sua ossessione per la dimensione spirituale, che ha finito per prevalere su
quella corporale. In questo modo sarebbe nato l'amore cosiddetto
«sentimentale», un portato della civiltà che era sconosciuto agli antichi.
Sicché la passione più materiale che ci sia, ha subìto un drastico cambiamento
di rotta, volgendosi alla parte interiore e invisibile della persona amata,
però suscitando con ciò quelle idee e sensazioni vaghe di cui appunto si
alimenta il piacere immaginario. «Così i sentimenti e le idee che appartengono
alla passion dell'amore, pigliarono sempre più dell'indefinito a proporzion
della civilizzazione (e quindi essa passione divenne, non v'ha dubbio,
incomparabilmente più dilettosa); tanto che, quantunque il principio dell'amore
sia quel medesimo necessariamente oggi che fu ne' primitivi, che è ne'
selvaggi, che è e fu sempre ne' bruti, ed altrettanto materiale e animale,
nondimeno essa passione adunando in sé lo spirituale col materiale, è divenuta
così diversa da quelle, che certo l'amor propriamente sentimentale non sembra
aver nulla che fare né coll'amore de' selvaggi, né con quello dei bruti, ma
essere di natura e di principio e di origine affatto diverso e distinto» (25).
In ogni caso, questa sottile analisi non toglie il fatto che l'amore sia un
desiderio, e non un compimento di felicità. Perché questo, come tutti gli altri
di cui parla il poeta, è un piacere indefinito appunto in quanto frutto
dell'immaginazione, e quindi illusorio, mentre il godimento concreto si rivela
sempre deludente. Ed è gioco forza che ogni soddisfazione non sia mai
all'altezza delle aspettative, dato che l'uomo è animato da un desiderio
infinito, impossibile da realizzare. Egli è colui che insegue perennemente un
obiettivo che non potrà mai raggiungere, che attende ciò che non arriverà mai,
e perciò la sua condizione è quella dell'animale sofferente per antonomasia.
«Così anche nell'amore, - ch'è lo stato dell'anima il più ricco di piaceri e
d'illusioni - la miglior parte, la più dritta strada al piacere, e a un'ombra
di felicità, è il dolore» (26).
Per
coloro ai quali tutti questi espedienti non hanno presa, però, le cose si
mettono di male in peggio. All'uomo che non si stupisce più di niente, che ha
perso il gusto della novità, che non si distrae nell'indolenza dell'ebbrezza e
neanche nelle faccende della vita, che è sentimentalmente disincantato, -
ebbene a costui tocca la sorte più terribile, poiché diviene preda della noia.
Questo tema è ricorrente nello Zibaldone, dove Leopardi lo introduce fin
dalla seconda pagina, avvisando che «l'uomo niente tanto odia quanto la noia»;
ma l'argomento compare in tutta l'opera del Recanatese, da alcune delle poesie
più celebri agli altri scritti in prosa. Il concetto però rappresenta
soprattutto uno dei punti d'incontro più sorprendenti tra lui e il filosofo
tedesco. Perciò iniziamo citando un passo del poeta, in cui la coincidenza con
la più celebre espressione di Schopenhauer è praticamente letterale. Il brano
si trova nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare,
l'undicesima delle Operette morali. Si tratta di un breve testo, in cui
è rappresentato il Tasso che, rinchiuso in prigione, discorre con questa specie
di fantasma, che poi sarebbe il suo alter ego. Ebbene l'autore della Gerusalemme
liberata si lamenta della vita in generale, e della propria condizione di
carcerato in particolare. Ciò che più lo attanaglia è però la noia, di cui a un
certo punto si parla nei seguenti termini: «la vita umana, per modo di dire, è
composta e intessuta, parte di dolore, parte di noia; dall'una delle quali
passioni non ha riposo se non cadendo nell'altra». Appunto quanto dire che la
vita oscilla come un pendolo tra quei due estremi. Questo è un po' il fulcro
della questione, ma la riflessione di Leopardi sull'argomento è ben più
variegata, e ne mette in luce diverse facce.
Per
il poeta la noia è sostanzialmente uno stato di prostrazione che consiste nel
«vuoto dell'anima», il quale scaturisce dal «vuoto delle cose». Evento che
accade quando si prende coscienza della vanità di tutto quanto, così
dell'infinito desiderio come dell'effimero piacere. Nel momento in cui un uomo
è disperato e non si aspetta più niente dalla vita, nessuna attività riesce più
a distrarlo, né alcun piacere lo appaga. E se anche nessun dolore effettivo lo
tormenta, allora ecco che subentra la noia, una sensazione orribile per chi la
prova, poiché costui si rende conto che niente può colmare quel vuoto. A quel
punto ogni cosa è uguale all'altra, un'estenuante monotonia si impadronisce
dell'individuo, soffoca la sua immaginazione, e quel non godere né soffrire,
rende l'esistenza un peso insopportabile. Perché l'indifferenza, la mancanza di
scopo, l'inerzia emotiva, è il peggior male che possa affliggere l'uomo, anche
più dello stesso dolore fisico. Perché da quest'ultimo solitamente si guarisce,
mentre dalla noia no. A tutto ci si può infatti assuefare, tranne che a questo
sentimento che più di ogni altro si approssima al nulla della morte. Secondo
Leopardi anche questo stato d'animo è un portato della civilizzazione, e anzi
quello estremo, poiché è una condizione talmente innaturale che neanche la
stessa Natura è in grado di porvi rimedio: «La natura ha provveduto, ha
medicato tutti i nostri mali possibili, anche i più crudeli ed estremi, anche
la morte (…); a tutti i mali, dico, fuorché alla noia. Perché questa è la
passione la più contraria e lontana alla natura, quella a cui non solo non
aveva destinato l'uomo, ma neppur sospettato né preveduto che vi potesse
cadere, e destinatolo e incamminatolo dirittamente a tutt'altro possibile che a
questa. Tutti i nostri mali infatti possono forse trovare i loro analoghi negli
animali: fuorché la noia. Tanto ell'è stata proscritta dalla natura, ed ignota
a lei» (27). A questo proposito giova ricordare il celebre Canto notturno di
un pastore errante dell'Asia, laddove il poeta rappresenta il pastore che
osserva il proprio gregge, e invidia quegli animali che si beano del loro ozio;
laddove lui, se resta senza far niente, è assalito dal «tedio» senza riuscire a
trovar pace. E in un certo senso è calzante altresì Il passero solitario,
in cui l'autore paragona la propria solitudine a quella dell'uccello. Con la
differenza però che, mentre l'animale alla fine della sua vita non avrà di che
rammaricarsi, poiché non avrà fatto altro che seguire la sua natura; al poeta
toccherà di rimpiangere la benché infelice gioventù, nella consapevolezza che
il tempo futuro che gli resterà ancora, sarà sempre «più noioso e tetro» di
quello passato. Concetto che si collega a sua volta con il tema de Il sabato
del villaggio, senz'altro una delle poesie più belle. Qui il sabato e la
domenica rappresentano la giovinezza e l'età adulta, ossia la speranza
spensierata e il disincanto della vita. Perciò il giorno che precede la festa è
preferibile alla festa stessa, perché carico di aspettative illusorie, mentre
poi il momento tanto atteso si rivelerà deludente, segnato da «tristezza e
noia». Il poeta esorta quindi il ragazzino a non aver fretta di crescere,
perché quello che sta vivendo è il suo tempo migliore.
Vivere
in preda alla noia è in realtà lo stesso che non vivere per niente. Perciò gli
uomini odiano tanto questa condizione, cui non riescono ad abituarsi, perché
essi sono per istinto attaccati alla vita, mentre l'apatia che li rende insensibili
contraddice tale loro essenza. Inoltre è paradossale che il male più oscuro si
manifesti proprio in assenza di dolore. Infatti, anche un'esistenza fatta di
continui piaceri finisce per annoiare, perché il godimento sta alla sofferenza
come il riposo alla fatica, e l'una cosa non si apprezza senza l'altra.
Soprattutto però, la noia si insinua «come l'aria» quando il soggetto è vuoto,
cioè privo sia di gioia che di dolore. Essa è una sorta di passione residua che
subentra quando ogni altra è svanita, e perciò è «la più sterile delle passioni
umane», perché ha principio e fine nella vuota indifferenza: «Com'ella è figlia
della nullità, così è madre del nulla» (28). Il che non vuol dire che la noia
sia un'attenuazione del desiderio di felicità, perché anzi è piuttosto la sua
manifestazione estrema, di chi è cosciente che si tratta di un'aspirazione
irrealizzabile. In tal senso Leopardi la definisce «il desiderio della felicità
lasciato, per così dir, puro», ossia più vivo che mai e però latente, che preme
senza essere appagato né inappagato; una penosa condizione, la cui vanità
genera la maggiore angoscia esistenziale possibile (29).
Ai
suoi massimi livelli, però, la noia non è un sentimento alla portata di tutti,
e infatti sbaglia chi ritiene che si tratti di uno stato d'animo diffuso.
Perché l'uomo ordinario conduce un'esistenza per lo più simile a quella degli
altri animali, gli basta poco per distrarsi, e i brevi momenti di inazione non
bastano a fargli sentire il peso della vita. Anche quelli sfaccendati che sono
soliti oziare, somigliano piuttosto ai cani, che beati se ne stanno sdraiati
per ore senza il minimo turbamento. Né può parlarsi di vera noia quella che
deriva dall'ipocrisia dei rapporti sociali, quando chi parla di sé annoia gli
altri, e chi invece ascolta gli altri annoia se stesso. Sicché la noia
autentica è una condizione fuori dal comune, sconosciuta agli insulsi «uomini
di nessun momento», dato che solo a «quelli in cui lo spirito è qualche cosa»,
è data la capacità di provarla. Occorrono quindi dei requisiti per fare una
simile esperienza, essere parte di una per così dire minoranza di uomini
sapienti, sensibili e profondi. Ecco perché, oltre a tutto, alla fine la noia
sembra rivelarsi come qualcosa di positivo, e addirittura «il più sublime dei
sentimenti (…), il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della
natura umana» (30). Veramente questo concetto, che pure ha suscitato una vasta
eco, è un po' equivoco. Poiché nel brano appena citato Leopardi spiega che la
noia sarebbe una per così dire prerogativa dell'uomo che è pieno di sé, che
sente la propria grandezza maggiore a ogni cosa, e quindi soffre la distanza
incolmabile tra sé e il resto del mondo. La stessa superbia denunciata anche ne
La ginestra, dove la dignitosa umiltà del fiore è appunto contrapposta
al «forsennato orgoglio» degli uomini. Non è quindi ben chiaro che cosa voglia
dire il poeta in quel passo, parlando di grandezza e nobiltà dell'uomo in preda
alla noia. Quelle qualità possono infatti far pensare alla sapienza acquisita,
al rifiuto delle facili illusioni, e perfino all'eroica accettazione della
propria condizione miserabile; ma in tutti i casi mal si conciliano con
l'essere più presuntuoso ed egoista che esista sulla Terra.
Tornando
a Schopenhauer, egli ribadirà il suo apprezzamento per il poeta italiano nel
1859, quando entrò in possesso del Schopenhauer e Leopardi di F. De
Sanctis. Costui, - noto critico letterario, professore e storico della
letteratura, nonché influente uomo politico del primo Regno d’Italia - Leopardi
lo conobbe anche di persona, quando era ancora studente, ma lo incontrò una
sola volta, poco prima che il poeta morisse. Nell’autobiografia egli ricorda
quel fugace momento, che però avrebbe segnato la sua vita. Ebbene nel 1836 il ragazzo
frequentava la scuola di un certo Basilio Puoti, nobile napoletano che nel suo
palazzo ospitava incontri letterari, ad uno dei quali presenziò appunto
Leopardi. E il De Sanctis rievoca così la controversa sensazione che provò alla
vista del personaggio: «Quel colosso della nostra immaginazione ci sembrò, a
primo sguardo, una meschinità. Non solo pareva un uomo come gli altri, ma al
disotto degli altri. In quella faccia emaciata e senza espressione tutta la
vita s'era concentrata nella dolcezza del suo sorriso». Quel giovane sarebbe
poi diventato il primo e probabilmente più autorevole interprete dell’opera
leopardiana, al cui studio attese lungo tutta la sua quarantennale carriera
intellettuale.
Quanto
allo Schopenhauer e Leopardi, pubblicato nel 1858, si tratta di un breve
testo, e però importante, non solo perché ben scritto, ma anche per il fatto
che si tratta forse del primo che ha introdotto il pensiero del filosofo
tedesco in Italia. Il contenuto è controverso, dato che lungo tutto il saggio
Schopenhauer è presentato con una certa ammirazione, mentre alla fine la sua
posizione subisce una decisa stroncatura, e proprio alla resa dei conti del suo
confronto con Leopardi, il quale fino a quel momento è quasi tenuto nell’ombra.
In seguito vedremo le circostanze per cui il filosofo tedesco ha avuto accesso
a questo scritto, insieme alla sua reazione. Prima però cerchiamo di esaminarne
il contenuto.
L’opera è scritta in forma di Dialogo, che si svolge
tra due personaggi in viaggio da Napoli verso la Svizzera. Essi sono il signor
A, di professione astronomo, e il signor D, lo stesso De Sanctis che impersona
se stesso. Costui si porta appresso dei libri che attirano la curiosità
dell'altro passeggero, sicché spiega che si tratta dell'opera di Schopenhauer,
un filosofo sul quale deve scrivere un articolo nella sua veste di critico
letterario. Al che il signor A, che pure non ha mai sentito quel nome,
manifesta il suo disappunto. Egli ritiene che la filosofia sia roba da ragazzi,
da cui sarebbe il caso di allontanarsi al più presto, per non rischiare di
perdersi nelle sue vuote parole. Aggiungendo che le vane speculazioni
filosofiche e teologiche che l'umanità si trascina dietro fin dall'antichità,
sono destinate a scomparire con il progresso delle scienze naturali. Allora il
signor D, proprio per dimostrare che quello di Schopenhauer è un caso diverso,
inizia ad esporre il suo pensiero. E quasi per assecondare il disprezzo
dell'interlocutore nei confronti dell'idealismo a quei tempi imperante,
esordisce con il dire che, al contrario degli altri filosofi, «Schopenhauer è
nemico dell'idea». Affermazione piuttosto azzardata, a dire il vero, perché
anche se intende l'idea nel senso hegeliano del termine, però ignora
l'impostazione fondamentalmente idealistica di Schopenhauer stesso. In ogni
caso, sta di fatto che il signor A mostra un certo interesse, a sentire di un
filosofo avversario del pensiero dominante, per cui si rende disponibile a
prestare attenzione per capire di che si tratta.
Allora
il signor D comincia con il raccontare la triste sorte subita dal pensiero
kantiano, attraverso le mistificazioni dei «ciarlatani» idealisti, finché Schopenhauer non rimise le cose al loro posto
con la sua scoperta. Così, in merito al problema della cosa in sé, come
racconta il De Sanctis, «Kant avea detto: niente si sa. A questo i tre
impostori risposero: tutto si sa. Schopenhauer ha piantato le tende tra
quell'ignoranza assoluta e quell'assoluto sapere, e ha conchiuso: una sola cosa
si sa e si può sapere, il Wille». Quindi si tratta di spiegare la
differenza tra la "Volontà" universale del mondo e la volontà
particolare degli individui, per comprendere come la prima sia del tutto
irrazionale, e quindi inconsapevole di ciò che vuole; mentre quello umano è un
volere cosciente che agisce in unione
con l'intelletto. Finché il signor A solleva la seguente obiezione: se tutto in
Natura, dalla singola pietra in su, è manifestazione di un'unica
"Volontà", allora quella di Schopenhauer è una forma di panteismo. Al
che il signor D risponde che il filosofo tedesco «non è panteista, perché il
suo mondo rassomiglia piuttosto al diavolo che a Dio», introducendo con ciò il
tema del pessimismo. Il cieco Wille vuole la vita, senza ragione né
scopo, e questa è la sua maledizione, colpa e pena insieme. Tocca di
conseguenza ai singoli esseri viventi pagare il conto di questa realtà, e più
di tutti agli uomini, la cui esistenza scorre fatalmente tra il dolore e la
noia.
Arrivati
così a circa metà Dialogo, il signor A osserva che quello di cui si sta
parlando sembra essere Leopardi. Al che l'altro ribatte con il seguente celebre
passo: «Leopardi e Schopenhauer sono una cosa. Quasi nello stesso tempo l'uno
creava la metafisica e l'altro la poesia del dolore. Leopardi vedeva il mondo
così, e non sapeva il perché. (...) Il perché l'ha trovato Schopenhauer con la
scoperta del Wille». Qui, con tutto il rispetto, De Sanctis sembra
trascurare un bel po’ i motivi del pensiero leopardiano, e d’altra parte
enfatizzare più del dovuto la “scoperta” di Schopenhauer. Inoltre, se è per
questo, come è vero che il poeta ha affermato essere di per sé inspiegabile il
comportamento della Natura, allo stesso modo si è espresso il filosofo a
proposito della “Volontà”.
Sta
di fatto che a questo punto il signor D procede al confronto tra i due
pessimisti, allo scopo di mettere in luce altre differenze. La prima delle
quali è piuttosto sconcertante, e non tanto perché indica in Leopardi un
materialista, quanto per l’affermazione che «Schopenhauer è spiritualista».
Ora, quanto al materialismo del Recanatese, in effetti costui afferma
esplicitamente l’eternità della materia, come sottolineato dal De Sanctis. Il
poeta lo fa in particolare nel Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco,
la diciannovesima delle Operette morali, dove sostiene appunto che la
materia si trasforma continuamente, attraverso la caducità dei corpi che si
avvicendano; ma essa di per sé non si crea né si distrugge. Nello Zibaldone,
poi, egli aggiunge che a noi non è dato conoscere altro che cose materiali. Da
cui la contestazione della nozione di una sostanza immateriale chiamata anima o
spirito, della quale si può solo parlare a vuoto, dato che è inaccessibile
all’esperienza. Non a caso l’anima si può solo immaginare, come un soffio o un
fuoco, ma dato che non la si può percepire, nemmeno la si può concepire in
nessun modo. Sicché Leopardi quasi irride coloro che spendono tanti sforzi a
spiegare ciò che in realtà ignorano, quasi fossero dei «chimici» di una
presunta sostanza incorporea, la cui analisi svelerebbe qualcosa di semplice,
indivisibile e incorruttibile. A tale proposito è degno di nota il riferimento
a «Leibnizio», il cui sistema si basa appunto sulla minuziosa descrizione delle
“monadi”, quelle fantomatiche “sostanze spirituali” di cui sarebbero composti i
corpi. Il passo in questione merita di essere citato, poiché esprime assai bene
la concezione materialistica del poeta: «Arrivate fino alla menoma parte o
sostanza materiale, e ditemi se potete, se le parti o sostanze di cui questa si
compone, non sono più materia, ma spirito. Arrivate anche se potete, agli atomi
o particelle indivisibili e senza parti. Saranno sempre materia. Al di là non
troverete mica lo spirito, ma il nulla. Affinate quanto volete l'idea della
materia, non oltrepasserete mai la materia. Componete quanto vi piace l'idea
dello spirito, non ne farete mai né estensione, né lunghezza ecc., non ne
farete mai della materia. Come si può compor la materia di ciò che non è
materia? Il corpo non si può comporre di non corpi, come ciò che è di ciò che
non è: né da questo si può progredire a quello, o viceversa. - Ma finché la
materia è materia, ell'è divisibile e composta» (31).
E
fin qui ci siamo. Ciò che infatti colpisce dell’interpretazione di De Sanctis
non è questo, bensì il preteso spiritualismo di Schopenhauer. Anzitutto costui
sostiene esattamente come Leopardi la dottrina dell’eternità della materia.
Come abbiamo visto nel capitolo 2.1, il filosofo dice chiaramente che, non
esistendo una causa prima di tutte le cose, allora per forza la materia deve
essere increata. Inoltre la causalità stessa non ha luogo tra oggetti, bensì
riguarda i loro cambiamenti di stato, a significare che il mutamento avviene
nella forma e qualità dei corpi, e non nella sostanza di cui sono fatti, la
quale appunto è permanente. Addirittura quella della persistenza della materia
è definita una conoscenza a priori, come si legge già ne La
quadruplice radice del principio di ragione (op. cit., p. 80): «La
sostanza persiste: cioè, essa non può né nascere né morire; con ciò la
quantità di essa nel mondo non può essere né aumentata né diminuita». Poi
certo, la concezione di Schopenhauer è assai controversa, poiché nonostante
espressioni del genere, egli non è sicuramente un materialista, ma anzi un
fiero avversario di questa corrente di pensiero. Infatti, oltre l’eternità
della materia egli sostiene al tempo stesso anche l’esatto contrario, ossia che
la materia stessa non esisterebbe senza il contributo dell’intelletto umano.
Solo che questo non è spiritualismo, bensì idealismo. Se non altro perché il
primo è un atteggiamento fondamentalmente religioso, che assai equivocamente
può attribuirsi al filosofo della “Volontà”. D’altra parte è lo stesso
Schopenhauer che, a scanso di ogni fraintendimento, spiega la differenza, in un
passo che abbiamo già citato, tratto dai Supplementi (op. cit., p. 16):
«contro il materialismo il mezzo di salvazione falso e illusorio è lo spiritualismo,
il vero e reale è invece l'idealismo». Dove peraltro è spiegato altresì
che l’insostenibilità dello spiritualismo si deve proprio alla sua fantasiosa
«ipotesi di una seconda sostanza, una sostanza immateriale, fuori e
accanto alla materia». Il che, di nuovo, ci riporta sugli stessi passi che
abbiamo appena visto percorrere Leopardi. La vera differenza, casomai, è che
mentre per il filosofo è lo stesso mondo dell’esperienza ad essere
un’illusione, per il poeta lo è invece, e molto più credibilmente, la speranza
degli uomini. Sicché quell’antitesi in cui il critico italiano presenta i due
personaggi, non si regge un granché. Del resto, come giustamente osserva anche
il signor A, non si capisce come sia possibile che da due caratteri presunti
esattamente opposti, abbia potuto derivare la stessa dottrina pessimista.
Obiezione cui il De Sanctis, a sostegno
della sua supposizione, ribatte con un’altra illazione azzardata. A suo parere
Leopardi non sarebbe andato oltre la superficialità della materia, la quale
sarebbe solo il «fantasma» della “Volontà”; laddove quest’ultima, che
Schopenhauer ha svelato, sarebbe invece «lo spirito» più profondo della realtà,
e rappresenterebbe «quasi l'anima dei cristiani» in rapporto al corpo. Il che è
tutto dire. Comunque sia, conclude l’interprete, il fatto è che tanto la
materia leopardiana, quanto la “Volontà” schopenhaueriana, esprimono «lo stesso
Potere cieco e maligno» che governa il mondo. E proprio questo spiegherebbe
come il poeta e il filosofo, pur guardando da punti di vista contrapposti,
avrebbero visto e indicato la stessa meta.
Tuttavia,
a parte certe forzature schematiche, quel senso di superiorità che il critico
napoletano sembra attribuire a Schopenhauer, rispetto a Leopardi, prosegue
ancora per un pezzo. In cui anzi il poeta quasi scompare dalla scena, e si
parla piuttosto della dottrina etica, politica e giuridica del filosofo
tedesco. Finché si torna al comune pessimismo dei due personaggi, quando il
signor A si chiede se, visto come stanno le cose, non sia preferibile farla
finita con la vita. Come recita un verso di Leopardi tratto da Amore e morte,
dove il poeta celebra appunto la morte, e la invoca a prenderlo con sé. E
insomma, lasciando quasi intendere che il Recanatese fosse uno che esortava al
suicidio. Insinuazione subito accreditata dal signor D, il quale replica che
«Leopardi si è troppo affrettato a tirar la conseguenza»; a differenza di
Schopenhauer, che sarebbe invece andato ben oltre nell’indicare la via d’uscita
dalla condizione dolorosa dell’uomo. Ora, della “soluzione” del filosofo, che
affronta e comprende anche il tema del suicidio, dobbiamo ancora parlare, e lo
faremo nel prossimo capitolo. Per lui si tratta in sostanza di vanificare la
volontà di vivere, ma non con il suicidio, che in effetti è esplicitamente
rifiutato da Schopenhauer per i motivi che vedremo, bensì attraverso un percorso
ascetico che punti all’annullamento di ogni desiderio. Cosa che in questo caso
il De Sanctis riassume assai bene, con le seguenti parole: «Bisogna morire, ma
senza cessar di vivere». E su questo non ci piove. Resta giusto da chiarire la
posizione di Leopardi sul suicidio, che è assai più articolata di quanto il
critico letterario voglia far credere nel suo Dialogo.
Già
la poesia citata è ricca di sfumature, e tutto può dirsi fuorché ispirata dalla
depressione, dato che è stata scritta in un momento, nel 1832, in cui l’autore
era preso da una passione amorosa verso una dama fiorentina. Un amore non
dichiarato, e quindi destinato a non essere neanche ricambiato, ma che allora
animava ancora le belle speranze del poeta. Il testo si apre con la suggestiva
parentela tra due fanciulli, fratello amore e sorella morte. Tra le cose del
mondo queste sono ritenute le più belle, e anzi le sole degne di essere
desiderate, perché l’amore fa nascere ogni bene, mentre la morte libera da ogni
male. È però soprattutto quest’ultima che Leopardi rivaluta, contro l’opinione
corrente che considera la fine della vita come la cosa più orribile che ci sia.
Perché gli uomini non riescono a vedere quanto la «bella morte» abbia pietà
delle loro sofferenze, compreso lo strazio del mal d’amore. È vero altresì che
il poeta invoca la morte, e riconosce inoltre di averla sempre desiderata, ma
senza alcun cenno all’ipotesi che sia lui a procurarsela di propria iniziativa.
Al contrario, egli dice di «aspettar sereno» la sua «qual si sia ora». Perché è
appunto la morte stessa a decidere quando sarà il momento per lui, a cui non
resta che aspettare, e immaginare il proprio trapasso come l’addormentarsi
abbracciato al «virgineo seno» di una bellissima fanciulla (32). Si capisce quindi
che è stato piuttosto lo stesso De Sanctis il frettoloso, a spacciare il poeta
per un aspirante suicida, specialmente chiamando in causa la poesia Amore e
morte, dove questo tema non compare praticamente per niente. D’altra parte,
è vero che il poeta abbia meditato di suicidarsi fin da giovanissimo, come
attestano in particolare due passi dello Zibaldone, scritti peraltro
quasi negli stessi giorni nell’estate 1820. Dove l’autore poco più che ventenne
confessa appunto il suo nefasto proposito, parlando però al passato, e
riferendosi quindi a un periodo ancora precedente della sua vita. Nel primo
brano egli racconta di come «nell'amore la disperazione mi portava più volte a
desiderar vivamente di uccidermi» (p. 64), ricordando l’impressione che gli
aveva suscitato la lettura del Werther, la celebre opera di Goethe che
fu il manifesto letterario del suicidio amoroso. Il secondo passo descrive
invece una desolazione ancora più generale, e recita così: «Io mi trovava
orribilmente annoiato della vita e in grandissimo desiderio di uccidermi» (p.
66). Solo che, prosegue in questo caso il poeta, ciò che lo tratteneva
dall’insano gesto era la paura di morire. Paradossalmente, la morte era
desiderata e temuta al tempo stesso. Dal quale sentimento contraddittorio
derivò la convinzione di quanto il sapere sia dannoso per l’uomo, nella misura
in cui lo rende consapevole che la felicità, cui naturalmente ambisce, gli è
necessariamente negata. Non a caso solo la nostra specie è spinta al suicidio,
«la cosa più contro natura che si possa immaginare», mentre gli altri animali e
anche i fanciulli non soffrono il male di vivere, né il terrore della morte.
A
parte però questi passi isolati, che si riferiscono alla sua esperienza
individuale, la riflessione di Leopardi su questo argomento, che pure è
ricorrente nella sua opera, si mantiene in genere su di un piano indiretto e
impersonale. Certo, egli non condanna il suicidio, e anzi ne dà una
rappresentazione positiva, scagliandosi inoltre contro gli atavici pregiudizi
su di esso. Questo però non vuol dire istigazione, quanto piuttosto motivazione
e deduzione di quel gesto estremo, che è implicito nella sua più ampia
concezione della vita. Sicchè il suicidio è giudicato per lo più come un’azione
eroica invece che vile, nonché un comportamento logico invece che folle. Di
più, esso è l’atto più innaturale, eppure più ragionevole che si possa fare.
Ancora
nello Zibaldone il poeta polemizza contro coloro i quali ritengono che
togliersi la vita sia una sorta di pazzia, obiettando che i veri pazzi sono
piuttosto quelli che continuano a vivere e sperare, nonostante la ragione
dimostri chiaramente che dalla vita non c’è da aspettarsi un bel niente. Egli
spiega inoltre che anche questo è un problema storico, nel senso che solo la
modernità, con il progresso del sapere, ha rivelato la mancanza di valore
dell’esistenza, nonché il peso insostenibile della noia. Motivi per i quali
nessun antico si è mai ucciso, benché i casi di suicidio ci siano sempre stati.
Solo che quando in passato gli uomini arrivavano a tanto, non lo facevano per
il disprezzo della vita in generale, né per la consapevolezza che la felicità è
necessariamente impossibile, bensì a causa della loro condizione personale,
nella credenza che a essi solo fosse toccato di essere privati dei beni della
vita. Oggigiorno che invece si sa come stanno le cose, soltanto l’inerzia
dell’abitudine e l’assenza di pensiero può far continuare a vivere; perché se
solo gli uomini riflettessero, allora capirebbero che l’esistenza non vale la
pena che costa, e che restare attaccati a essa è la cosa più assurda che si
possa fare. Ormai il sodalizio con la Natura è spezzato. Essa ci aveva creati ignoranti
affinché, al pari degli altri animali, fossimo anche noi preda della volontà di
vivere, da assecondare senza problemi. Mentre ora, che la conoscenza ci ha
allontanato da quella condizione primordiale, ora che l’irrazionalità
dell’esistenza è svelata, l’unica soluzione possibile per uscirne è la morte.
Perché una volta aperti gli occhi sulla realtà, e compreso che la vita è di per
sé un male incurabile, ecco che il non essere diventa preferibile all’essere, e
quindi il suicidio un’aspirazione legittima. C’è un passo in particolare, dove
Leopardi riassume con molta chiarezza tutto ciò, e però senza esprimersi in
tono affermativo, bensì ponendo il problema sotto forma di quesito: «Se la
natura è oggi fatta impotente a felicitarci, perché ha perduto il suo regno su
di noi, perché dev'ella essere ancora potente ad interdirci l'uscita da quella
infelicità che (...) non può rimediarsi se non colla morte? S'ella non è più
l'arbitro né la regola della nostra vita, perché dev'esserlo della nostra
morte? Se il suo fine è la felicità degli esseri, e questo è perduto per noi
vivendo, non ubbidisce meglio alla natura, non procura meglio il di lei scopo
chi si libera colla morte dall'infelicità altrimenti inevitabile, di chi
s'astiene di farlo, osservando il divieto naturale, che, non vivendo noi più
naturalmente, né potendo più godere della felicità prescrittaci dalla natura,
manca ora affatto del suo fondamento?» (33).
Il Recanatese contesta i filosofi e i preti
che condannano il suicidio, cosa che a modo suo vedremo fare anche
Schopenhauer. Il poeta osserva che la pretesa di costringere gli uomini a
vivere è del tutto assurda, per il semplice fatto che una vita infelice è già
di per sé qualcosa di innaturale. Infatti, la Natura non ci aveva fatti per
soffrire, e la nostra tragica condizione è appunto la conseguenza per esserci
allontanati da essa. E allora che senso avrebbe imporre di vivere contro natura,
e al tempo stesso proibire di morire contro natura, cioè volontariamente,
quando pure quest’ultimo è l’unico modo possibile di rimediare a una sorte
altrimenti ineluttabile? Dato che «tra la felicità e l'infelicità non v'è
condizione di mezzo», se non la noia che è il peggiore di tutti i mali, e
appurato che la sofferenza è il tratto distintivo dell’esistenza, ecco che
l’obbligo di vivere, proprio come l’attaccamento alla vita, risulta da un
banale «errore di calcolo», secondo il cui risultato sarebbe meglio patire
ancora piuttosto che non più. Insomma, il comandamento di vivere ad ogni costo,
non tiene in conto il fatto che il progresso ha snaturato gli uomini, che le
convenzioni sociali producono sempre comportamenti artificiali, e che tale è
altresì la tendenza al suicidio. Anch’esso infatti, «disordine contrario a
tutta la natura intera, (...) da che cosa è nato se non dalla società?» (34).
Appunto perché innaturale, il mondo umano moderno ha prodotto, quale culmine
della sua corruzione, il macabro costume di togliersi la vita a causa del suo
peso insopportabile. Laddove a nessun essere che sia in sintonia con la Natura,
verrebbe mai in mente di compiere spontaneamente un gesto simile.
Oltre
a queste riflessioni sparse, ci sono poi altri testi che Leopardi dedica appositamente
all’argomento di cui stiamo trattando. Anzitutto le due cosiddette Canzoni del
suicidio, componimenti poetici inseriti nei Canti, precisamente il Bruto
minore (1821), e l’Ultimo canto di Saffo (1822). In questi casi il
tema è declinato al passato, poiché si tratta del suicidio di celebri personaggi
antichi, che quindi non si sono uccisi per noia, bensì per motivi più alti e
nobili. Ragioni che ispirano il poeta ad interpretare quegli esempi lontani,
specialmente il secondo, per adattarli alla sua personale condizione.
La
prima Canzone è riferita a Marco Bruto, forse il più noto dei cospiratori che
parteciparono all’assassinio di Cesare. Senatore, ma anche filosofo e
scrittore, nonché usuraio, fu un personaggio senz’altro controverso e passibile
di interpretazioni opposte. Di fatto il guaio dei congiurati fu che il popolo
romano amava Cesare, e perciò reclamava vendetta, sicché fecero tutti una
brutta fine. Quanto a Bruto riparò in Grecia, inseguito dalle truppe di Antonio
e Ottaviano, contro di cui si difese e all’inizio ebbe anche la meglio. Quando
però gli avversari finirono per prevalere, egli, piuttosto che cadere nelle
loro mani, preferì suicidarsi. Come racconta Plutarco, ai suoi che lo
esortavano a fuggire ancora, Bruto rispose: «Certo, bisogna fuggire, non però
coi piedi, ma colle mani» (35), quindi brandì la propria spada e si trafisse il
petto. Questo personaggio fu certamente odiato dai posteri, tanto che ancora
Dante Alighieri lo colloca nel fondo più profondo dell’Inferno; e non tra i
suicidi, bensì tra i traditori, nientemeno che accanto a Giuda. Solo con il
Rinascimento si assiste a una rivalutazione, che cresce con l’epoca
dell’Illuminismo, specie tra i protagonisti della Rivoluzione francese. A tale
versione progressista, che in Italia era stata inaugurata dall’Alfieri,
aderisce anche Leopardi, il quale vede nel gesto omicida di Bruto il segno di
un eroico impegno civile, volto a salvare la “libertà” repubblicana contro
l’avvento della dittatura imperiale.
E
la Canzone del poeta è incentrata appunto sul nobile ma fallimentare tentativo
di Bruto, proprio nel momento della fine, quando insieme al personaggio
tramonta l’ideale politico di cui era portatore. Il testo, che non è di facile
lettura, si apre con il presagio della rovina imminente di Roma e della sua
grandezza, quando Bruto, sconfitto e ormai deciso a morire, inveisce contro gli
dèi. Li accusa della spietata indifferenza che mostrano nei confronti degli
uomini, delle cui miserie si fanno «ludibrio e scherno», quasi fosse uno
spettacolo per intrattenere il loro ozio. Gli dèi in realtà odiano gli uomini,
e la loro empietà è protetta da Giove, il quale a sua volta se la prende con
coloro che sono «giusti e pii», riducendo così la virtù umana a una vuota
stoltezza. Mentre però «il plebeo» si rassegna alla dura necessità, invece «il
prode» non si arrende, ma combatte il destino avverso, pur sapendo che si
tratta di una lotta vana. E come Bruto, l’eroe arriva fino al punto di
togliersi la vita, piuttosto che cedere alla sorte. Un atto di sacrificio che è
l’estremo segno di protesta verso il «fato indegno», nonché una sfida allo
stesso volere della divinità. Come recita il poeta: «Spiace agli Dei chi
violento irrompe / nel Tartaro» (vv. 46-47). Aggiungendo però che il suicidio,
benché condannato dagli dèi, è pur sempre un gesto valoroso, del quale essi non
sono capaci di fornire prova. In questo caso, mentre Leopardi inveisce con
insistenza contro i «numi» celesti, proclama altresì l’innocenza della Natura,
giudicata ancora benigna. Essa ci aveva fatti per una vita beata, ma l’«empio
costume» della civiltà ha trasgredito le sue leggi primordiali, portando
«sciagure e colpe». Perciò non è da accusare la Natura, ma casomai il progresso
sociale, se accade che l’uomo virile arrivi a rifiutare volontariamente di
proseguire ancora «gl'infausti giorni» della vita. Gli altri animali invece, le
«fortunate belve», muoiono serenamente di vecchiaia, senza nemmeno essere
oppressi dal timore del trapasso. E se anche, per assurdo, fossero tentati di
farla finita prima del tempo, allora né la «Legge arcana» religiosa, né il
«tenebroso ingegno» filosofico impedirebbero loro di attuare quel proposito.
Laddove solo ai «miseri» uomini è data la coscienza dell’essere e del fare, e
al tempo stesso solo a loro il dio proibisce il suicidio. Di qui l’accorata
angoscia per la condizione del genere umano, l’«abbietta parte» del mondo, di
cui né le sanguinose guerre, né le grida di dolore, bastano a muovere la
compassione degli dèi. Nell’ultima strofa del Canto Leopardi fa parlare Bruto
in prima persona, il quale nell’imminenza della morte manifesta tutta la sua
disperazione e disillusione. Egli morirà solo, senza appellarsi al cielo, e
senza nemmeno affidarsi ai posteri. Il suo presagio è che «In peggio /
precipitano i tempi» (vv. 112-’13), e che dalla decadente discendenza di
«putridi nipoti» non c’è da aspettarsi alcun riscatto morale. Meglio finire in
pasto ai corvi, e che il vento si porti via, insieme alle spoglie mortali,
anche la memoria del suo nome.
Tale
desolante conclusione introduce all’altra Canzone sul suicidio, l’Ultimo
canto di Saffo. In questo testo, anch’esso di uno stile letterario non
facilmente decifrabile, il movente della scelta di morire è l’amore infranto.
Protagonista è la celebre poetessa dell’antica Grecia, pur essendo però la
vicenda del tutto leggendaria. Essa si sarebbe gettata in mare dall’alto di una
rupe, perché l’amato l’avrebbe rifiutata a causa della sua bruttezza. In realtà
pare fosse invece una bella donna, e morta peraltro naturalmente in tarda età.
Solo che la cultura e l’emancipazione femminile non era vista di buon occhio a
quei tempi, e così i posteriori commediografi ateniesi, giusto per denigrare
uno spirito libero, diffusero la diceria dell’aspetto sgradevole. Poi fu
Ovidio, il poeta romano, a narrare la storia nelle Eroidi (XV), dove
rappresenta Saffo che scrive una lettera all’innamorato che l’ha abbandonata, informandolo
dei suoi propositi suicidi. Sicché Leopardi accredita insieme la bruttezza e la
morte volontaria della poetessa. Evidentemente conta ben poco che la vicenda
non sia vera, e del resto quasi tutti i Dialoghi del poeta, benché chiamino in
causa personaggi noti, sono inventati di sana pianta. Così come è chiaro che la
versione tragica della storia è un espediente del Recanatese per parlare di sé,
quasi uno specchio che potesse riflettere la propria condizione.
Il
Canto si presenta simile al Bruto minore, con la protagonista che
pronuncia le ultime parole prima di togliersi la vita. Essa si trova in cima
allo strapiombo dal quale sta per gettarsi, con lo sguardo rivolto al cielo
notturno, poco prima dell’alba. Ricorda come un tempo la luna e le stelle
fossero visioni «dilettose e care» ai suoi occhi. Mentre ora, che è preda della
tormentosa disillusione amorosa, quel dolce spettacolo non ha più presa su di
lei. Piuttosto il suo infelice stato d’animo è sensibile alle manifestazioni
più terribili della Natura, dato che la sua inquietudine è simile alle violente
tempeste, con il cielo nero, i tuoni, e il fragore delle acque agitate.
Tuttavia la poetessa riconosce ancora l’«Infinita beltà» della Natura, solo si
rammarica che di tanta bellezza a lei non sia toccata alcuna parte. Niente le
sorride, per cui si sente come un’amante disprezzata che aspetta invano di
essere ricambiata. Allora si chiede perché mai «l’empia Sorte» l’abbia respinta
con tanta indifferenza, riservandole un’esistenza così atroce. Forse ha peccato
prima di nascere? Oppure nell’età innocente della fanciullezza? Queste però
sono domande senza risposta, poiché tutto quanto accade è governato da una
legge misteriosa che nessuno può conoscere. Fa eccezione una sola cosa, che gli
uomini possono arrivare a sapere, ossia la loro infelicità: «Arcano è tutto, /
Fuor che il nostro dolor» (vv. 46-47). Qui Leopardi introduce l’uso del
plurale, estendendo la condizione personale di Saffo a legge universale
dell’umanità. La nostra è la più «negletta» tra le specie, poiché siamo nati
per soffrire, dopo una gioventù costellata di vane illusioni, e solo gli dèi
sanno il perché. Quegli stessi che inoltre nel mondo umano hanno assegnato
«eterno regno» alle fugaci apparenze esteriori; mentre chi possiede un aspetto
deforme non è apprezzato da nessuno, nemmeno se dotato di qualità interiori
come la virtù eroica o l’ingegno artistico. Perciò Saffo è determinata a
morire, perché il destino cieco e crudele ha rinchiuso in un corpo sgraziato il
suo nobile animo. Essa è rassegnata, ma a differenza di Bruto non impreca, e in
effetti questa figura delicata è assai più vicina a Leopardi che non il ruvido
eroe romano. Saffo geme, eppure non maledice, ma anzi trova la forza di
augurare al suo amato una vita felice, sempre ammesso che tale possibilità sia
mai concessa a una creatura umana. Essa ormai sa che, svanite le illusioni
giovanili, infranti i sogni di gloria, non le resterebbero altro da vivere che
la malattia e la vecchiaia. Meglio allora farla finita subito, e che la morte
se la porti via, insieme al suo «prode ingegno».
L’ultimo
e forse più rilevante testo leopardiano sul suicidio è una delle Operette
morali, ossia il Dialogo di Plotino e Porfirio (1827), che abbiamo
già citato alla nota 29 di questo capitolo. In questo caso l’antefatto è reale,
poiché è vero che Porfirio a un certo punto della sua vita ha desiderato di
suicidarsi, e che Plotino lo ha dissuaso dal farlo. Lo testimonia Porfirio
stesso in un passo della sua Vita di Plotino (§ XIV), dove dice:
«Un'altra volta [Plotino] s'accorse che io, Porfirio, meditavo di partirmi da
questa vita. Ed ecco, all'improvviso, me lo vedo dinanzi - dimoravo nella sua
casa - e mi sento dire: “Codesta tua intenzione non procede da stato normale di
ragione, ma da una qualche morbosa malinconia”. E mi costrinse a mutar paese.
Obbedii e andai [da Roma] in Sicilia. (...) Quanto a me, feci cadere, sì,
questa intenzione; ma, al tempo stesso, ciò mi tolse la presenza di Plotino
fino alla morte». Poiché il maestro morì proprio durante il soggiorno siciliano
del discepolo. Leopardi ricorda questo episodio nel prologo al suo Dialogo,
aggiungendo che Plotino stesso scrisse un trattato sul suicidio. Si tratta
infatti di un testo che si trova nelle Enneadi, in realtà poche righe,
dove l’autore si interroga se quel gesto sia ragionevole o no. Sulla scia di
Platone, Plotino ritiene in sostanza che la morte debba essere naturale, perché
solo così l’anima si libera integralmente del corpo. Altrimenti, se la si
facesse «uscire con violenza», essa conserverebbe tracce di materia che le
sarebbero di impaccio nel cammino successivo. Attraverso il suicidio, spiega il
filosofo, «quando si usa la violenza, non è il corpo che si sprigiona
dall'anima, bensì è l'anima che fa lo sforzo di strapparsi il corpo, e ciò con
un atto che si compie non nello stato di impassibilità che si conviene al
saggio, ma per l'effetto del dolore, della sofferenza o della collera. Perciò
un tale atto è illecito». Solo quando l’individuo si accorge che sta per
diventare preda della follia, tale da non consentirgli più di padroneggiare le
sue azioni, allora togliersi la vita può essere l’unica soluzione possibile, ma
anche in questa ipotesi occorre sempre agire con estrema cautela, e solo in
caso di «necessità assoluta». Infine, benché l’ascetismo comporti una sorta di
morire a se stessi, però quella che uno si procura in tal modo è la
mortificazione, non la morte; si tratta insomma di un comportamento finalizzato
a un progresso morale, e «finché si può progredire non bisogna separare l'anima
dal corpo» (36).
È
facile supporre che il Dialogo leopardiano tenga conto di tutti questi
elementi, e tuttavia per lui i due protagonisti sono più che altro un pretesto,
al fine di esporre le proprie ragioni favorevoli e contrarie al suicidio. Il
testo si apre con Plotino che si mostra preoccupato verso l’amato discepolo,
del quale intuisce la «mala intenzione». Sulle prime Porfirio finge di non
capire, ma poi confessa lo stato di prostrazione che prova a causa della sua
noia di vivere, il male oscuro che rende vana ogni cosa. E spiega come quel
sentimento desolante non sia privo di motivi, quanto piuttosto una
«ragionevolissima» disposizione, che scaturisce dallo svelamento della
paradossale verità sul mondo della vita umana, ossia che tutto è falso, tranne
la noia stessa. Plotino non contraddice le parole dell’allievo, ma solo gli
ricorda la lezione di Platone, il quale aveva nettamente condannato il suicidio
(37). Al che Porfirio salta per così dire sulla sedia, e sfoggia un radicale
antiplatonismo, veramente contro corrente e che raramente si incontra nella
storia. Ed è questo sì un punto che distingue Leopardi da Schopenhauer, il
quale ultimo ammirava invece l’antico filosofo ateniese; una differenza assai
rilevante, cui però il De Sanctis, anch’egli simpatizzante di Platone, ha
trascurato di far cenno.
Ebbene
Porfirio accusa il fondatore dell’idealismo di aver insinuato negli uomini la
credenza in una vita ultraterrena. E però non è tanto questo il danno che ha
provocato, quanto soprattutto l’aver suscitato il «timore di pene e di calamità
future», da espiare dopo la morte. Senza tener conto che la nostra specie si
distingue dagli altri animali non per altro che per il suo grado di infelicità,
e che la Natura ci aveva riservato la morte come «medicina di tutti i mali» e
«conforto dolcissimo» dei dolori della vita. Invece il filosofo delle “Idee”,
come se non bastasse, con la sua dottrina di una vita futura ha generato il
terrore della morte, lasciando intendere che si potesse soffrire ancora, anche
dopo di essa. Immaginando di parlare direttamente a Platone, Porfirio gli rivolge
il seguente appunto: «Tu con questo dubbio terribile, suscitato da te nelle
menti degli uomini, hai tolta da questo pensiero [della morte] ogni dolcezza, e
fattolo il più amaro di tutti gli altri. Tu sei cagione che si veggano
gl'infelicissimi mortali temere più il porto che la tempesta, e rifuggire
coll'animo da quel solo rimedio e riposo loro, alle angosce presenti e agli
spasimi della vita. Tu sei stato agli uomini più crudele che il fato o la
necessità o la natura. (...) Con che tu hai vinto di crudeltà, non pur la
natura e il fato, ma ogni tiranno più fiero, e ogni più spietato carnefice, che
fosse al mondo». Sicché con Platone la morte, da liberazione che dovrebbe
essere, è diventata peggiore della vita stessa, e il pensiero del trapasso,
invece che sollievo, suscita terrore nell’uomo. Ci mancava solo questa trovata,
ironizza Porfirio, per accrescere oltre ogni misura lo strazio dell’esistenza.
Per non dire del pregiudizio morale su cui si regge la concezione platonica,
che per dopo la morte prevede, oltre la pena per i reprobi, anche il premio per
i giusti. A parte che la minaccia del castigo eterno spaventa più i buoni che i
cattivi, i quali ultimi conducono la loro vita sciagurata e si ravvedono
casomai solo in punto di morte. Ma come d’altra parte può essere credibile la
promessa di felicità per i più meritevoli? Qualcosa che in realtà non si
comprende cosa sia, e che fa piuttosto venire in mente lo stato più penoso che
ci sia, la noia. Sicché «nessuna efficacia possono aver così fatti premi di
allettarci alla rettitudine e alla virtù», esattamente come le intimidazioni di
pena non bastano a trattenere i «ribaldi» dal commettere le loro malefatte.
Quanto
alla sentenza di Platone (ma anche di Plotino) contro la liceità del suicidio,
essa è giudicata da Porfirio semplicemente una «barbarie». E qui Leopardi
sviluppa un concetto che aveva già espresso nel Bruto minore, a
proposito del confronto con gli altri animali. Costoro non hanno motivo di
uccidersi, però se per ipotesi lo avessero, niente glielo impedirebbe. Invece
gli uomini, ai quali la pur così avara Natura ha concesso quella «libertà», se
la vedono tolta dalla nefasta dottrina di Platone, che in tal modo rende
l’«ultima ora» di vita dell’uomo la peggiore di tutte. Paradossalmente la
nostra specie, che è la sola capace di provare il desiderio di morire, è
altresì quella stessa cui quella possibilità è negata. Insieme al suicidio è
impedito l’unico scampo concesso all’uomo per sottrarsi dal dominio di un
destino avverso, non solo costringendo gli individui a subire la loro sorte
fino alla fine, ma anche a vivere il momento della dipartita con l’angoscia di
quanto potrà accadere dopo. Così, ancora rivolgendosi direttamente a Platone,
Porfirio conclude la sua severa requisitoria: «In vero, quando io considero la
grandezza della infelicità umana, io penso che di quella si debbano più che
veruna altra cosa, incolpare le tue dottrine; e che si convenga agli uomini,
assai più dolersi di te che della natura. (...) Perciò nessuna cosa nacque,
nessuna è per nascere in alcun tempo, così calamitosa e funesta alla specie
umana, come l'ingegno tuo».
A
questo punto Plotino, quasi pentito di aver tirato in ballo l’amato Platone,
cerca di smorzare i toni. Facendo notare che, a parte l’autorità dei filosofi,
è la logica stessa delle cose che impedisce di legittimare il suicidio, essendo
questo «l'atto più contrario a natura che si possa commettere». L’istinto di
conservazione di tutte le creature sta lì a dimostrarlo, mentre usare la
propria vita per togliersela volontariamente, è un disordine che sovverte la
legge naturale, e insomma quanto di più contraddittorio ci sia. Al che Porfirio
è pronto a ribattere con l’accostamento tra il suicidio e l’infelicità. Se il
primo è innaturale, non lo è forse anche la seconda? E che senso avrebbe allora
che la Natura proibisca di ucciderci, e al tempo stesso ci costringa a
un’esistenza sofferente? Quando pure è evidente come togliersi la vita sia
l’unico rimedio all’infelicità, che abbiamo il dovere di contrastare? Da parte
sua Plotino, così incalzato, sembra perdere un po’ i colpi, e però senza
demordere fornisce altri esempi a sostegno della sua tesi. Così nota che gli
altri animali non si uccidono mai, e nemmeno nella estrema sofferenza verrebbe
loro in testa una simile idea. Quanto agli uomini, è pur sempre una ristretta
minoranza che mette in pratica quel gesto, e comunque mai da parte di persone
semplici, ma solo da quelle «alterate e corrotte, che non vivono secondo
natura». Quest’ultima osservazione fornisce però a Porfirio il pretesto per
ribadire e approfondire la sua posizione. Egli riconosce infatti la differenza
tra le «genti salvatiche» e gli «uomini inciviliti», ossia tra i costumi
primitivi secondo Natura, e lo stile di vita contrario della modernità. Ed è
appunto questa per così dire mutazione della specie, la nostra «natura nuova»,
ad aver reso non solo possibile, bensì lecito il suicidio. L’esasperato
razionalismo ha finito per deformare l’uomo, la cui infelicità lo costringe a
vivere innaturalmente. Perché quindi non dovrebbe e potrebbe anche morire nello
stesso modo? Ecco come Porfirio pone il quesito, insieme alla risposta che fa
seguire: «Ora, se è lecito all'uomo incivilito, e vivere contro natura, e
contro natura essere così misero; perché non gli sarà lecito morire contro
natura? (...) Così questo atto dell'uccidersi, il quale ci libera
dall’infelicità recataci dalla corruzione, benché sia contrario alla natura,
non seguita che sia biasimevole: bisognando a mali non naturali, rimedio non
naturale». Dato infatti che è impossibile il ritorno a uno stile di vita
arcaico, in armonia con la Natura, ecco che non esiste altra soluzione oltre il
suicidio, per guarire alle sofferenze della vita. Non a caso la morte
volontaria è un po’ come una medicina, qualcosa di innaturale che è frutto del
progresso, e che quindi gli uomini primitivi non conoscevano, ma di cui perciò
nemmeno avevano bisogno. Di qui l’assurdità, nonché l’efferatezza della pretesa
di valutare il suicidio con un metro di giudizio primitivo; quasi che si
potesse condannare e vietare come contrario alla Natura un gesto che è compiuto
secondo ragione.
Infine
Porfirio conclude che l’attaccamento alla vita si debba attribuire ad «un
semplice e manifestissimo errore, per dir così, di computo e di misura».
Infatti, quando non sia il terrore della morte, o meglio della presunta vita in
un altro mondo, allora ciò che trattiene dal suicidio è il calcolo sbagliato
del bilancio tra i debiti e i crediti dell’esistenza, ripetuto ogni volta che
la falsa speranza di un futuro migliore ha la meglio su di noi. Al che Plotino,
cui spetta l’ultima parola, annuisce, e ammette che tutto quello che l’allievo
prediletto ha appena detto è vero. Nondimeno egli si appresta a giocare
l’ultima carta per tentare di dissuadere l’amico. Anzitutto gli ricorda che la
Natura è pur sempre «madre» di tutte le cose, e che lo stato di infelicità
dell’epoca moderna è da imputarsi all’uomo stesso, a causa della sua insaziabile
sete di sapere. Ora però, che pure la verità del dolore è innegabile, resta
ancora accesa in noi una scintilla della nostra età felice originaria, un certo
«per modo di dire senso dell’animo» che, nonostante tutto e contro ogni
ragionevolezza, ci spinge a tirare avanti invece di soccombere alle avversità.
Ed è proprio questo sentimento a far sì che l’individuo, «piuttosto di essere
secondo ragione un mostro», riesce a tener duro e mostrarsi per ciò che è
secondo natura, ossia un uomo, che non si fa sopraffare dalla fredda logica.
Infine, e quasi insensibilmente, Plotino prova a insinuare nel discepolo il
tarlo morale, ossia il questa volta innaturale senso di colpa. Così lo esorta a
non pensare solo a se stesso, ma anche ai suoi cari, al dolore che procurerebbe
loro con la sua dipartita, cui non può restare indifferente. Quindi tira il
colpo basso contro il suicidio, che con giudizio sferzante è definito il gesto
più egoista che ci sia: «colui che si uccide da se stesso, non ha cura né
pensiero alcuno degli altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta, per
così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano: tanto
che in questa azione del privarsi di vita, apparisce il più schietto, il più
sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo, che si trovi
al mondo». Solo che immediatamente dopo Plotino contraddice in un certo senso
se stesso. Infatti, nell’ultimo accorato appello rivolto a Porfirio, per farlo
desistere dal suo proposito, lo scongiura con le seguenti parole: «non volere
esser cagione di questo gran dolore (...) a me, che non ho persona più cara, né
compagnia più dolce». Per cui, se è egoista Porfirio, che si toglie la vita
senza pensare alla sofferenza che procura agli altri; altrettanto lo è Plotino,
che nel tentativo di impedire quel gesto in realtà pensa a se stesso, che non
vuole soffrire la perdita dell’amico più caro. Il Dialogo si conclude con una
sorta di inno alla vita, dato che per la morte c’è sempre tempo, e comunque
essa non tarderà a venire per conto suo.
Con
ciò si chiude questa lunga parentesi sulla concezione leopardiana del suicidio.
La quale è di per sé interessante da sapere, e quindi non inutile, ma che in
questo caso è stata provocata dal Saggio di De Sanctis, che su questo argomento
taglia corto lasciando intendere che il poeta fosse semplicemente un istigatore
di quel gesto estremo, a differenza di Schopenhauer. Mentre, come si è cercato
di mostrare, si tratta di una tematica assai più articolata. Tornando a noi, il
Dialogo del critico napoletano prosegue con l’esposizione dell’ascetismo del
filosofo tedesco, del quale qui si parlerà in seguito. Finché alla fine di
questa tornata il signor A, cui non piacciono le pratiche ascetiche, dice di
preferire Leopardi a Schopenhauer. Al che il signor D, confermando la sua
predilezione per il filosofo, replica: «Hai torto. Leopardi s'incontra ne'
punti sostanziali della sua dottrina con Schopenhauer; ma gli sta di sotto per
molti rispetti». Anzitutto perché, come diceva già Platone, tra i versi dei
poeti si insinua la menzogna. Inoltre il poeta, che pure ha filosofato, però lo
ha fatto senza metodo, laddove in certe cose Schopenhauer sarebbe stato un
maestro. In particolare il De Sanctis insiste sul metodo empirico adottato dal
filosofo, con la sua aderenza all’esperienza concreta, contrariamente al
razionalismo campato in aria che andava di moda ai suoi tempi. Il che è vero.
Ma questo non toglie che anche Leopardi sia stato un empirista, e anzi un
materialista, come lo ha definito lo stesso De Sanctis. Così come è altrettanto
vero che Schopenhauer, nella sua ambiguità di fondo, sia stato altresì un
campione di metafisica, e proprio dello stesso calibro dei suoi odiati
avversari, cosa di cui nel poeta italiano non si trova traccia. Quindi è
abbastanza superficiale la dicotomia che il critico pone tra l’hegeliana «filosofia
di parole» e la «filosofia di cose» proposta da Schopenhauer, poiché
quest’ultimo non è stato meno “parolaio” del primo, nonostante la sua fiera
avversione a Hegel e compagni.
Evidentemente
l’impostazione di De Sanctis è schematica, e come tale risulta necessariamente
forzata. Egli lungo tutto il Saggio parteggia per il filosofo, mentre sembra
voler ridimensionare la portata e lo spessore intellettuale del poeta. Tanto da
arrivare a usare la seguente espressione: «Schopenhauer è un ingegno fuori del
comune (...). Leopardi ragiona col senso comune». Appunto come se quest’ultimo
fosse un dilettante che ragiona «così alla buona come gli viene». In realtà si
tratta però più di un artificio letterario, che non ovviamente di incompetenza
dell’autore; un espediente adottato solo per acuire il colpo di scena finale
del Dialogo, in cui si invertono le parti dei personaggi. Infatti, a questo
punto il signor A si mostra entusiasta del filosofo tedesco, tanto da
manifestare il proposito di editare Il mondo in lingua italiana, per
divulgarlo nel Regno di Napoli. Quando all’improvviso il signor D lo mette in
guardia di badare che, se vuole avere successo in una simile impresa, dovrebbe
prima mandare al rogo l’opera di Leopardi. L’interlocutore è ovviamente
interdetto da quell’affermazione che sembra rovesciare tutto il discorso appena
fatto, e da qui ha inizio il riscatto del poeta, riabilitato dal signor D nel
seguente, giustamente celebrato passo: «Leopardi produce l'effetto contrario a
quello che si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede
alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù,
e te ne accende in petto un desiderio inesausto. E non puoi lasciarlo, che non
ti senta migliore; e non puoi accostartegli, che non cerchi innanzi di raccoglierti
e purificarti, perché non abbi ad arrossire al suo cospetto. È scettico, e ti
fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la patria
comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t'infiamma a nobili fatti.
Ha così basso concetto dell'umanità, e la sua anima alta, gentile e pura
l'onora e la nobilita. E se il destino gli avesse prolungata la vita infino al
quarantotto, senti che te l'avresti trovato accanto, confortatore e
combattitore». Quanto a Schopenhauer, si arriva a una breve ma inesorabile resa
dei conti. Il suo pessimismo «predica l'assurda negazione del Wille,
l'innaturale astensione e mortificazione del cenobita: filosofia dell'ozio che
avrebbe ridotta l'Europa all'evirata immobilità orientale», se solo avesse
preso piede. A differenza della concezione leopardiana che, anche se improntata
allo stesso radicale pessimismo, presenta però un carattere impegnato e progressivo,
che non abdica mai alla sterile e in fondo vile rinuncia. Quanto poi al cinismo
manifestato più volte dal filosofo della “Volontà”, De Sanctis conclude che in
certi casi «Leopardi, avrebbe arrossito di essere (...) della stessa natura di
Schopenhauer». Per questo costui non avrebbe successo in Italia, perché la sua
dottrina sarebbe contrastata dal pensiero, per quanto simile eppure così
diverso, del poeta di Recanati (38).
Quanto
a Schopenhauer, come già detto entrò in possesso del Dialogo l’anno successivo
alla sua pubblicazione. Gli era stato segnalato dall’amico E. O. Lindner,
traduttore in tedesco dei Canti leopardiani, e se lo fece inviare
animato da «ardente curiosità». La reazione del filosofo ci è nota da una
lettera inviata allo stesso Lindner pochi giorni dopo, in data 26 Febbraio
1859. Dove si legge: «Io ho letto quel dialogo due volte attentamente, e debbo
stupire nel riconoscere in qual alto grado questo italiano si sia impossessato
della mia filosofia, e come bene l'abbia compresa». Una sobrietà di giudizio e
un entusiasmo che quantomeno colpisce, se solo si pensa che De Sanctis lo ha
definito uno spiritualista, roba che avrebbe dovuto farlo saltare sulla sedia.
Comunque Schopenhauer gradisce il suo accostamento al «fratello spirituale
italiano», che dice di leggere sempre con ammirazione. Inoltre riconosce anche
che l’autore del Dialogo è stato piuttosto indulgente con lui e severo con il
poeta. Quanto alla sua stroncatura finale, il filosofo la prende diciamo così
con filosofia. Prima alla larga, sostenendo che De Sanctis, benché abbia colto
nel segno il suo pensiero, pure «crede di dover qua e là, per divertire il suo
pubblico, mostrare un ghigno sarcastico». Cosa che, invece che “qua e là”, accade
solo nella parte conclusiva del Dialogo. A proposito della quale, tornando in
sé e al suo linguaggio usuale, si esprime finalmente così: «Lascio stare le
invettive contro di me nella chiusa; le quali provengono da ciò, che la Giovine
Italia, come il canagliume democratico tedesco del 1848, non ha trovato in me
il suo uomo» (39).
6. Compassione e ascesi
6.1
Fondamento e fondazione della morale
Visto
il modo in cui Schopenhauer concepisce l’essenza del mondo, e le conseguenze
che ne derivano per l’esistenza umana, viene da chiedersi com’è possibile a
questo punto, con un quadro del genere, determinare qualcosa che si possa
definire bene o buono, e farlo per di più attraverso la costatazione
dell’esercizio di una qualche autentica virtù. Dove non c’è ragione, né senso;
dove la vita, in se stessa deplorevole, giustamente e fatalmente scorre tra
colpa e pena; dove regna l’illusione e l’inganno, sia nella conoscenza che nei
rapporti umani; dove la regola naturale e civile di comportamento è la lotta di
ogni essere contro tutti gli altri, lotta per la vita, per la sopravvivenza, ma
anche ordinaria sopraffazione, oppressione, sfruttamento e quant’altro. Ebbene,
in un mondo simile, come può trovare spazio l’attribuzione di un significato e
di un valore morale dell’agire umano? Alle condizioni descritte dal filosofo,
come dice ad esempio il Faggin, una tale pretesa appare piuttosto «come un
sogno vano, o come un delirio di aspirazioni impotenti» (1). Sta di fatto che
da parte sua il nostro filosofo non ha alcuna esitazione in proposito. Come
abbiamo anticipato nel primo paragrafo del terzo capitolo, per lui la morale
rappresenta il culmine del filosofare, ossia l’oggetto più importante da
decifrare. Poiché il come e perché del comportamento, è la conoscenza che
interessa sopra ogni altra, in quanto la sola che rende possibile una visione complessiva
e comprensiva dell’uomo. Affinché sia credibile uno scopo etico dell’attività
umana, però, occorre ammettere l’esistenza di un ordinamento della Natura
superiore a quello materiale, vale a dire un «ordine morale del mondo», assioma
senza il quale ogni argomento su questa materia sarebbe vano. Dato poi che la
scienza è inutile per certe cose, e siccome è escluso il fondamento religioso
dell’Etica, ecco che essa deve necessariamente poggiare su una metafisica
filosofica. E, tra le tante proposte, qual è all’altezza di soddisfare meglio
questa condizione, se non la metafisica della “Volontà”, essenziale tanto al
mondo naturale quanto all’uomo morale?
Schopenhauer
dunque, quando anche l’irrazionalismo e il pessimismo sembrino escluderla, non
solo non nega, ma al contrario sostiene con decisione la possibilità e la
realtà di una concreta eticità dei costumi. Cosa che peraltro già sappiamo. Ora
vedremo come egli tenda a giustificare e trasmettere questa sua fiducia
sforzandosi di accreditare una condotta cui attribuire un autentico valore
morale. L’esistenza cioè di azioni motivate da un impulso particolare,
speciale, in base al quale soltanto scaturisce quel modo di fare che si
distingue perciò da ogni altro; gesti che, sebbene si possano verificare solo in
rare eccezioni, tuttavia sono indubitabili. La moralità è quindi a suo avviso
così evidente che nemmeno avrebbe bisogno di essere dimostrata, almeno non come
un fenomeno di cui l’esperienza ci fornisce chiara testimonianza. Ciò di cui
difetta è piuttosto una spiegazione che renda conto delle sue ragioni, una
fondazione filosofica appunto, che indichi con precisione la natura del vero
principio di certi comportamenti. Non è dunque tanto il fatto morale ad essere
in discussione, quanto la sua fonte originaria, che sia però oggetto di una
conoscenza sicura.
E
l’occasione per affrontare la questione, il filosofo l’ebbe proprio con la
partecipazione al concorso bandito nel 1837 dalla Regia Accademia di Danimarca,
delle cui polemiche che seguirono abbiamo già parlato nei paragrafi 1.1 e 3.1.
Ebbene il quesito posto dall’Accademia era dove dovessero cercarsi «l’origine e
il fondamento» della morale, se essi fossero naturalmente congeniti alla
coscienza, oppure dovessero trovarsi in qualche altra nozione particolare.
Anzitutto è bene far presente che, siccome il testo che introduce al tema da
svolgere, fa riferimento alla moralità come qualcosa che si presenta «sia nella
scienza (...), sia nella vita», Schopenhauer fa una precisazione in proposito.
Così, nella posteriore Prefazione alla prima edizione dell’Etica (1840),
egli spiega che «il fondamento della morale non può essere che quello della
moralità stessa: infatti ciò che teoricamente e idealmente è la morale, in
pratica e in realtà è la moralità». Per dire che alla filosofia morale tocca il
compito di formulare il principio universale, per così dire scientifico della
cosa, cui ogni singolo comportamento deve adeguarsi se pretende di essere
etico. E che insomma in questa indagine non si tratta della solita prescrizione
di norme cui semplicemente obbedire, bensì di stabilire il «motivo reale» che
spinge ogni qualvolta si realizza un’azione di autentico valore.
Chiarito
questo punto, l’impresa che il filosofo si accinge a compiere con la sua
Memoria, inizia da un esame del comprensibile scetticismo che può sorgere in
chi si appresta a riflettere su questa materia, dato che l’intera storia della
filosofia è un continuo ma inutile tentativo di dare una spiegazione plausibile
al fenomeno etico. Perfino Kant è inciampato su questo argomento, e non a caso Schopenhauer
dedica un quarto del proprio Saggio a criticare la dottrina morale di costui,
che è pur sempre il suo autore preferito. Come già sappiamo, Kant è accusato di
grave ambiguità, poiché, nonostante la sua meritoria stroncatura della morale
teologica, propria della religione tradizionale, avrebbe poi finito per
edificare una teologia morale camuffata di filosofia. Per cui se anche un
calibro simile è incorso in tale errore, non sembrerebbe esserci più alcuna possibilità
di sbrogliare l’ingarbugliata matassa. Fortunatamente ecco che si presenta Schopenhauer
stesso, come l’ultima speranza per venire a capo della questione. Il quale
almeno, giovandosi proprio dell’esperienza kantiana, può contare sul seguente
punto fermo di partenza: «oggi si può meno che mai pensare a motivare l’etica
mediante la teologia, perché ora non si sa più quale delle due sia il carico, e
quale il sostegno, finendo così col cadere in un circolo vizioso» (2). Quanto
ai tentativi che hanno preceduto e anche seguito Kant, il nostro filosofo li
liquida con poco, giudicandoli sicuramente inferiori. Si tratta di sistemi
astrusi, di dichiarazioni che non provano ciò che suppongono, castelli in aria
di concetti astratti, sottili ma vuote distinzioni, del tutto estranee alla
vita reale. Per questo Schopenhauer dichiara che il suo obiettivo è di
semplificare le cose, ossia di scendere dalle nuvole di chiacchiere per tornare
con i piedi per terra. Di qui l’adozione di un approccio empirico, l’esigenza
di aderire alla realtà dei fatti, nonché di evitare sterili elucubrazioni
intellettuali. In polemica anche con lo stesso formalismo kantiano, che
pretendeva invece di costruire una morale indipendente dall’esperienza,
impossibile perché i mèri concetti non possono né spingere a compiere certe
cose, né trattenere dal farne altre.
Oltre
il gran numero e la diversità delle dottrine che si sono succedute, però, c’è
una mentalità diffusa che alimenta lo scetticismo etico, secondo la quale non
esisterebbe una «morale naturale», per così dire universale, ma solo costrutti
artificiali adattati ogni volta alle circostanze di luogo e di tempo in cui
sono inseriti. Secondo tale ipotesi, che risale già al pensiero antico, la
morale sarebbe un espediente accessorio per garantire l’ordine pubblico. Dove
la legislazione statale non riesce ad arrivare, ecco intervenire la religione
con i suoi comandamenti, nonché il consolidato potere di controllare e
manipolare anche le coscienze. Sicché quello etico non sarebbe un agire spontaneo,
quanto piuttosto l’esito di una convenzione sociale, una prescrizione imposta
al solo scopo di rinforzare la difficile e necessaria convivenza tra gli
uomini. Essendo quindi arbitrario il criterio che giudica del bene e del male,
ecco che diventa inutile cercare un fondamento oggettivo della morale,
semplicemente perché non esiste. Ora, Schopenhauer si propone di contrastare
tale ipotesi relativista e riduttiva, perché se così fosse, la morale non
sarebbe più niente di specifico, e se non avesse un fondamento autonomo,
estraneo ad ogni finalità utilitaria, essa verrebbe a mancare della sua
peculiare ragion d’essere.
D’altra
parte le cose sono complicate dal fatto che la genuinità di una condotta
morale, posto che ne sia ammessa la possibilità, non è una cosa facile da
determinare, e molti comportamenti che possono sembrare virtuosi, spesso non lo
sono per niente. Perciò il filosofo comincia con il porre la distinzione tra
legalità e moralità del comportamento, per mettere in guardia che si tratta di
cose ben diverse, se non opposte. Infatti un conto sono le sedicenti virtù
civiche, - come la cortesia, l’onore, la buona reputazione, o la simpatia. Le
quali buone maniere, ricercate e unanimemente apprezzate in società, e
consistenti nella manifestazione di una certa benevolenza verso il prossimo, sono
in realtà sono un’esibizione ipocrita, ostentata solo per dissimulare il
proprio egoismo e apparire ciò che non si è. Sono modi falsi di prestare
attenzione agli altri, poiché in realtà si pensa a se stessi, a fare bella
figura, per essere stimati e apprezzati. Più che virtuosi, quindi, questi gesti
di buona creanza rappresentano «la negazione convenzionale e sistematica
dell’egoismo nelle inezie delle relazioni quotidiane» (3). E il bello è che
tutti lo sanno, ma nessuno osa rivelarlo, sicché l’ipocrisia diventa sinonimo
di buona educazione, pur di sottrarre alla vista ciò che, anche essendo
evidente, non è bello da vedere. Così la sedicente giustizia praticata nelle
pubbliche relazioni, non si regge se non su fattori esteriori, sulla protezione
statale da un lato, e sull’ambizione personale dall’altro. Laddove l’autentica
virtù, di chi si pone nei confronti degli altri con sincerità e senza doppi
fini, è tutta un’altra cosa.
C’è
però ancora un altro caso di moralità apparente, e forse anche più dirompente,
che Schopenhauer denuncia, ossia le presunte buone azioni compiute per motivi
religiosi. Quando si compie un bel gesto nel nome di Dio, infatti, il movente
reale che spinge l'autore, è la speranza del "premio" promesso in
cambio, addirittura una vita futura eterna e beata. E non solo, dato che per il
credente fare il bene è altresì un comandamento, cioè un obbligo, a non
assolvere il quale c’è il rischio di subire una punizione. Se quindi ciò che
spinge ad agire è l’attesa di un tornaconto, o il timore di una pena, ecco che
quell’atto non ha alcun valore morale, ed è anzi una forma suprema di egoismo.
Perché in tal caso il fine ultimo dell'azione non è l'altro al quale ci si
rivolge, bensì se stessi, o meglio ciò che ci si aspetta in cambio, rispetto a
cui il beneficiato è anzi ridotto a semplice mezzo. Ecco la frase lapidaria in
cui il nostro filosofo, nel suo inconfondibile stile, esprime questo scottante
concetto: «Come si potrebbe parlare di disinteresse, quando una ricompensa mi
lusinga e la minaccia di un castigo mi spaventa? Una ricompensa in un altro
mondo, in cui si creda fermamente, si può paragonare a una cambiale, che gode
di una solida garanzia, ma è di lunghissima scadenza» (4). Tra l’altro egli
nota anche come, per ironia della sorte, siano gli stessi mendicanti che, nel
chiedere l’elemosina, ricordano ai potenziali benefattori la promessa che
quanto donato sarà loro restituito con gli interessi, proprio come se la
beneficenza fosse il contratto proficuo di un credito.
Sempre
per mostrare la differenza tra apparenza e realtà della bontà, Schopenhauer
propone infine anche un singolare esempio. Che a dire il vero lo porta un po’
fuori tema, e tuttavia interessante per noi, perché si tratta del solo
argomento economico che si trova nella sua opera. Ebbene in questo caso, per
indicare quanto sia labile il confine esistente tra rettitudine solo di
facciata e vera virtù, egli tira in ballo il concetto economico, etico e giuridico
di proprietà, con la distinzione tra moralità e legalità dell’appropriazione.
Questa nozione compare già ne Il mondo (§ 62), dove il filosofo,
parlando dell’ingiustizia, indica nell’espropriazione una delle sue
manifestazioni. Come la riduzione in schiavitù significa sottrarre all’uomo la
proprietà di se stesso, così la spoliazione consiste nel sottrargli la
proprietà delle sue cose. L’appartenenza dei beni dipende però da una
condizione, e cioè che essi siano «frutto del lavoro», poiché è questa sola
preventiva attività che rende legittimo il loro possesso. Schopenhauer non
sembra consapevole della nozione di produzione, cioè della vera essenza
dell’uomo come l’animale che appunto produce ciò di cui ha bisogno per vivere;
benché riconosca nel lavoro il processo di trasformazione delle materie prime
fornite dalla Natura, da cui derivano gli oggetti d’uso e consumo necessari
alla vita. Del resto ciò che lo interessa di più è la proprietà, ed è solo in
funzione di questa che il lavoro è preso in considerazione, cioè come un mezzo
piuttosto che il fine. Il che tuttavia, anche se non tutto, certo non è poco.
Di qui la definizione, assai significativa, secondo cui «ogni genuino, ossia
ogni morale diritto di proprietà, poggia in origine unicamente sull'acquisto
mediante il lavoro». Il filosofo aggiunge che questa concezione non è nuova, e
cita addirittura le Leggi di Manu, uno dei codici più antichi della
letteratura sanscrita, fonte principale del Diritto per l’Induismo, dove in
effetti è affermato che il prodotto agricolo appartiene di diritto a chi ha
lavorato il campo. Nell’evocare però l’antica sapienza orientale, Schopenhauer
omette di ricordare che nella nostra cultura moderna l’esatta formulazione di
questo principio si trova nel padre del Liberalismo, ossia J. Locke. Costui lo
afferma chiaramente nel Secondo trattato sul governo (1690), dove,
postulato che l’uomo appartiene a se stesso, fa seguire che: «La fatica del suo
corpo e il lavoro delle sue mani, si può dire, sono propriamente suoi.
Qualsiasi cosa, dunque, egli rimuova dallo stato in cui la natura l'ha fornita
e lasciata, qualsiasi cosa alla quale abbia mescolato il suo lavoro, e alla
quale abbia aggiunto qualcosa di proprio, perciò stesso diviene sua proprietà.
(...) Poiché infatti il lavoro è proprietà indiscussa del lavoratore, nessuno
se non lui stesso può avere diritto su ciò a cui si è unito il suo lavoro» (5).
Il filosofo inglese riconosce anche come sia proprio questa attività, che si
applica alla trasformazione delle risorse naturali, quella che crea la vera
ricchezza. Aggiunge poi che il diritto naturale di possedere non è illimitato,
poiché a nessuno è concesso appropriarsi più di quanto sia in grado di
consumare, per non rischiare di far avariare inutilmente i prodotti. Subito
precisando però che tale condizione poteva valere solo «all’inizio», quando
ancora non era stata inventata la moneta; mentre con l’introduzione dei
metalli, che non sono deperibili, si è resa possibile, nonché legittima,
l’accumulazione illimitata della ricchezza.
Ed
è strano che Schopenhauer non citi Locke, dato che poi si pone proprio sulla
stessa linea di pensiero. Già ne Il mondo, infatti, egli parla del
diritto di proprietà fondato sul lavoro come valido «in origine», cioè a dire
non per sempre. Ne Il fondamento della morale, inoltre, pone appunto
quella distinzione, secondo la quale il possesso di qualcosa può avere un
duplice significato, e cioè essere tanto un sacrosanto «diritto naturale»,
quanto un non sempre altrettanto specchiato «diritto positivo». Per dire
che nel primo caso al proprietario spetta il titolo morale di possedere ciò che
è frutto del proprio lavoro; mentre l’acquisizione legale di proprietà deriva
da tutt’altre vie, più o meno lecite, ma «certo non mediante il lavoro compiuto
col sudore della fronte». Il nostro filosofo non si addentra come Locke in
disquisizioni monetarie, per spiegare il per così dire cambiamento di rotta, e
però anche lui fa notare «quant’è grande la distanza, nella maggior parte dei
casi, fra la nostra proprietà civile e quella prima origine del diritto
naturale di proprietà». Appunto a significare che il valore lavoro poteva
valere in passato, mentre ora sono altri i requisiti necessari per
impossessarsi delle cose; dato che ormai, quanto al diritto di proprietà, «solo
nella minoranza dei casi si tratta veramente del frutto di fatica concreta e di
lavoro» (6). Ovviamente questo mutamento di prospettiva, dalla dimensione etica
del lavoro a quella giuridica degli affari, non intacca per niente la sacralità
della proprietà. Proprio come Locke, anche Schopenhauer preme implicitamente il
tasto dolente della moderna economia liberale, fondata sulla divisione della
società tra lavoratori proletari e imprenditori proprietari. Entrambi fanno
luce sulla stridente contraddizione tra la dichiarazione di principio sul
lavoro, e la realtà dei fatti rispetto all’appropriazione; la quale
incongruenza non sembra però destare loro alcun imbarazzo. Essi sanno bene che
al povero tocca di lavorare per altri, mentre il possidente fa lavorare gli
altri per sé, e tuttavia questa circostanza è presa per buona, semplicemente
passandola sotto silenzio. Un difetto che peraltro è tipico degli stessi
economisti di professione, da A. Smith in poi, per i quali anzi il diritto si è
rovesciato, diventando ora naturale proprio lo sfruttare i lavoratori e
appropriarsi il frutto della loro fatica. Ancora oggi l’ideologia liberale ha
il vizio di incensare ipocritamente il lavoro, quando pure, per chi è costretto
a farlo, esso è ridotto alla cosa più degradante che ci sia.
Con
tutto ciò andiamo però fuori tema, anche perché la riflessione di Schopenhauer
su questo argomento è del tutto marginale, una breve parentesi in un trattato
di Etica. In ogni caso è chiaro che la sua distinzione tra moralità e legalità
della proprietà, non regge, perché alla fine per lui ogni proprietà è comunque
inviolabile, in qualsiasi modo si sia acquisita. Non a caso il suo problema si
converte insensibilmente dalla legittimità giuridica della proprietà da parte
dello Stato, a quello del suo riconoscimento morale da parte dei cittadini. E
qui veramente il filosofo se ne esce con un pensiero originale, anche se non
per questo lusinghiero. A questo proposito egli distingue il diverso contegno
che i ricchi e i poveri hanno nei confronti della proprietà. Per dire della
«scrupolosa rettitudine» che distingue il possidente, quando si tratta di
rispettare la massima che recita “a ciascuno il suo”. Da cui la lealtà e onestà
che ci si possono aspettare dai benestanti, con i commercianti in testa, i
quali sono dotati della cultura e statura morale necessaria a una pacifica
convivenza civile che assicuri a ciascuno i propri possessi. Laddove i
nullatenenti, che proprio per questo non hanno niente neanche da perdere, non
sono così solleciti a riconoscere la proprietà altrui. Al contrario, essi hanno
invidia dei ricchi e della loro bella vita, senza capire che quel successo è il
frutto «dei meriti e dell’onesto profitto». Non è quindi per un genuino impulso
morale che i diseredati si astengono dall’assaltare l’altrui proprietà, quanto
piuttosto per costrizione. Da una parte imposta dall’ordinamento giuridico, che
sanziona il reato di furto; e dall’altra a trattenere è il bisogno di
conservare una buona reputazione, che rischia di perdere chi è sorpreso a
rubare. Ecco come, con questa differenza nel rispetto della proprietà, tra
spontaneità etica dei ricchi e obbligo giuridico dei poveri, il nostro filosofo
avrebbe inteso mostrare ulteriormente quanto la moralità autentica sia una cosa
rara, mentre quella solo apparente sia invece assai più diffusa. La squallida
conclusione cui egli è arrivato con questo esempio, che contraddice così
apertamente il suo punto di partenza, dimostra piuttosto quanto si possa cadere
in basso allorché, nonostante i proclami, si tratta di difendere assai meschini
interessi di parte. Schopenhauer non è stato un economista, e se per questo
neanche un pensatore politico, ma questo dettaglio sulla sua nozione di
proprietà basta a farlo rientrare a tutti gli effetti nell’alveo dell’ipocrisia
liberale, in piena sintonia con la sensibilità sociale retriva e reazionaria
che lo distingue (7).
Chiusa
questa parentesi, torniamo sui nostri passi. Il filosofo ha finora messo in
guardia su quei comportamenti che sono solo apparentemente virtuosi, la
molteplicità dei quali suscita giustamente il dubbio che possa mai darsi una
moralità autentica. Cui si aggiunge in ogni caso la difficoltà di verificare,
oltre l’azione che si vede, il movente interiore e quindi nascosto, che spinge
ad agire in un certo modo. Tuttavia la problematicità della cosa non basta ad
accreditare lo scetticismo assoluto su questa materia, e anzi il proposito di Schopenhauer
è proprio quello di contrastare tale atteggiamento, che renderebbe vana la
stessa filosofia morale. Mentre per lui si tratta al contrario di affermare la
reale esistenza di gesti compiuti con genuina bontà d’animo, rari ma
indubitabili, dei quali si tratta appunto di fornire la spiegazione. Buone
azioni che siano peraltro spontanee, ossia svincolate dalle imposizioni
religiose o sociali, e quindi autonome dal dettato della convenienza. Insomma
comportamenti distintivi e singolari, a proposito dei quali il filosofo taglia
corto: «se qualcuno insistesse nel negare la realtà di simili azioni, la morale
diventerebbe per lui una scienza senza un oggetto reale, simile all’astrologia e
all’alchimia, e sarebbe tempo perso disputare ancora sui suoi principi. Con lui
non avrei più nulla da dire e perciò mi rivolgo a coloro che ammettono la
realtà della cosa» (8).
Benché
dunque non sia facile certificarla, pure occorre ammettere l’esistenza della
moralità autentica di alcuni comportamenti umani, degna di essere studiata e
conosciuta. Dopo aver però svelato l’apparenza della morale, e prima di
rivelarne l’essenza, Schopenhauer ritiene di soffermarsi su ciò che tale
certamente non è. Così, come Dante, anche lui inizia il cammino partendo
dall’inferno, e prima di giungere a spiegare quale sia questo ingrediente che
qualifica i nobili sentimenti, si sofferma sul «motivo antimorale» per
eccellenza, ossia l’egoismo. Ebbene si tratta dell’impulso prioritario
di ogni vivente all’essere e al benessere, che però attenzione, proprio per
questo non è di per sé deprecabile. Esso costituisce infatti una disposizione
innata, l’espressione stessa della volontà di vita, il nucleo in cui affondano
le radici essenziali di ciascun vivente. Quanto all’uomo, non a caso il termine
latino ‘ego’ significa appunto ‘io’, e rappresenta quella parte
intima dove appunto ogni individuo concentra naturalmente la propria attenzione.
Tuttavia, il fatto di essere una tendenza spontanea, che permea e muove
l’intero mondo organico, non significa che l’egoismo sia altresì qualcosa di
benefico. Al contrario, la conseguenza di una “Volontà” che vuole se stessa,
come sappiamo, è un mondo della vita atroce, segnato dall’immane sofferenza
dell’universale catena alimentare. Quell’agghiacciante e inconsapevole
meccanismo della lotta per l’esistenza che si osserva in Natura, secondo il
quale ogni essere che non vuole soccombere deve o catturare la preda, oppure
fuggire il predatore. Con la differenza che mentre gli altri animali non
commettono alcuna malvagità o ingiustizia, pur essendo mossi istintivamente
dall’egoismo; invece nel mondo umano esso si affina e giunge alle
manifestazioni più estreme, attraverso l’uso della ragione e il conseguente
agire premeditato. Per questo merita di essere distinto, e quindi Schopenhauer
lo chiama «interesse», una nozione che vedremo essere centrale per lui, ma che
ci è altresì già nota dalla morale kantiana.
Il
nostro filosofo distingue poi l’egoismo umano in «teoretico» e «pratico». Il
primo, di cui abbiamo accennato nel paragrafo 2.2, sarebbe quello di chi nega
che il mondo, oltre che rappresentazione, sia anche “Volontà”. Incorrendo così
nell’idealismo assoluto, secondo il quale esisterebbe solo il soggetto
conoscente, e tutto il resto sarebbe una fantasmagoria irreale. Laddove
l’egoismo pratico è quello di chi stima solo la propria persona come degna di
attenzione, e considera perciò i propri simili un po’ come se non esistessero
proprio. Con la differenza che mentre il primo è un caso raro, che peraltro
rasenta la follia, invece il secondo costituisce quasi il costume vigente di
norma nei rapporti umani. Ciascun individuo, infatti, avverte ed è convinto di
essere tutta quanta la volontà di vivere, come se al suo venir meno dovesse
cessare l’intero Universo. Perciò ognuno concepisce se stesso come il centro di
ogni cosa, a cui tutto il resto, secondario per importanza e valore, deve
essere riferito. D’altra parte si tratta di un sentimento del tutto naturale,
che Schopenhauer spiega sulla base della sua gnoseologia. Ognuno, infatti,
conosce direttamente e immediatamente soltanto il proprio sé, mentre tutti gli
altri e il mondo intero non sono per lui se non rappresentazioni, cioè oggetti
intuiti attraverso la mediazione delle forme conoscitive che egli possiede a
priori. Se quindi tutto ciò che esiste fuori del soggetto, dipende dalla
coscienza, ed esiste solo relativamente ad essa, ecco che dal punto di vista
soggettivo la fine della coscienza stessa segnerebbe l’annientamento di ogni
cosa. Perciò ciascuno, se potesse scegliere, preferirebbe la fine del mondo,
piuttosto che la distruzione di se stesso, tanto è grande e pervasivo
l’egoismo. Come dice Schopenhauer, «ognuno si fa centro del mondo (...), ognuno
è per se stesso il mondo intero (...), ognuno è per sé tutto in tutto, e si
trova possessore di ogni realtà, e nulla può essere per lui più importante di
lui stesso» (9). Un atteggiamento paradossale che presenta anche un aspetto
comico, derivante dal profondo contrasto fra l’esclusiva considerazione che
ciascuno ha di sé, e la quasi assoluta indifferenza con cui appare invece agli
occhi degli altri.
Ben
più gravi sono però le conseguenze sociali che l’egoismo comporta. Infatti,
quando ognuno pensa per sé, nessuno pensa agli altri, e ogni reciprocità nei
rapporti umani si riduce al conflitto. Se ogni individuo pone attenzione
prevalentemente al proprio interesse - consistente nel conservare la vita,
perseguire il piacere e rifuggire il dolore - ecco che inevitabilmente viene a
concorrere e scontrarsi con tutti gli altri, i quali tengono lo stesso contegno
e perseguono a loro volta il medesimo obiettivo. Di qui quel clima generale di
antagonismo e lotta senza fine che distingue il mondo umano, già tanto bene descritto
da Hobbes, e che Schopenhauer attribuisce appunto alla «più terribile
manifestazione» dell’egoismo, quello di cui sono capaci gli uomini. Di norma
ogni azione è riconducibile ad esso come al motivo principale, cui fanno capo,
più o meno apertamente, tutti gli scopi possibili che gli individui perseguono,
ciascuno pronto a sacrificare ogni cosa e chiunque al proprio interesse
personale. Ognuno erige come un muro che lo separa dai suoi simili, i quali sono
considerati con indifferenza degli estranei insignificanti; o da eliminare,
perché fanno da ostacolo all’affermazione di sé, oppure da usare e sfruttare
come semplici mezzi da cui trarre vantaggio. Di qui l’ordinaria sopraffazione,
il vicendevole tentativo di imporre con prepotenza la propria volontà agli
altri, senza che il senso della comunità abbia la benché minima presa sui
singoli. Certamente Schopenhauer non intendeva riferirsi al clima degli ai suoi
tempi incipiente epopea liberale, della quale anzi ignorò del tutto la portata.
Eppure la sua descrizione dell’egoismo generalizzato si adatta perfettamente a
quell’economia di mercato che di lì a poco avrebbe dominato l’intera scena
occidentale. Quel sistema che oggi si è addirittura globalizzato, e che si
fonda appunto sulla legittimazione del contrasto tra gli interessi privati in
concorrenza tra loro.
Laddove
per il nostro filosofo l’egoismo, invece che indotto da un certo sistema di
organizzazione della vita economica, è piuttosto un elemento congenito della
natura umana, che in quanto tale si configura come la fonte di tutti i mali
morali e sociali. Una tendenza spontanea, assecondare la quale si traduce in
pratica nell’ingiustizia, della quale egli illustra i differenti gradi di
gravità. In generale, agire ingiustamente significa affermare la propria
volontà oltre la legittima espressione e conservazione di sé, ossia recando
danno al prossimo. Infatti, poiché la giustizia comporta il riconoscimento
degli altri, essa impone dei limiti all’azione di ciascuno, trasgredire i quali
impedisce l’affermazione dell’altrui volontà. Così per l’egoista, che pensa
solo a sé, non conviene ciò che è giusto in sé, bensì è giusto ciò che conviene
a lui, nonostante che l’utile perseguito in tal modo possa nuocere gli altri.
Sicché l’ingiusto afferma la propria volontà negando quella del prossimo, o
sopprimendola con la violenza, oppure asservendola con l’inganno. Rientrano nel
primo caso i torti più materialmente evidenti, come l’omicidio, le lesioni
personali, la riduzione in schiavitù, o l’espropriazione forzata. Mentre nel
secondo caso si ha la forma più insidiosa di ingiustizia, che consiste nel
sottomettere gli altri attraverso il raggiro, affinché essi obbediscano agli
ordini credendo di fare la loro volontà. Invece di usare la violenza,
l’approfittatore falsifica la realtà e influenza subdolamente gli altri con la
menzogna, allo scopo di indurli a realizzare il suo interesse, senza che quelli
se ne rendano conto. Questo agire d’astuzia, che culmina nel tradimento, è
definito da Schopenhauer «ingiustizia doppia», poiché egli considera
l’infedeltà la cosa più ripugnante, e il venir meno ai patti ancora peggiore
che non l’uso della forza: «Ingiustizia mediante violenza non è per chi la
commette tanto obbrobriosa, quanto è l'ingiustizia mediante insidia; perché quella
attesta forza fisica (...); mentre questa, andando per via obliqua, è prova di
debolezza, ed abbassa chi la compie (...); ancor più lo abbassa, in quanto
menzogna e inganno possono riuscire solo a condizione che chi li adopra
manifesti in pari tempo ripugnanza e disprezzo verso tali armi, per guadagnarsi
fiducia, e la sua vittoria sta nel farsi attribuire la lealtà che non possiede»
(10).
Il
dominio dell’egoismo fa quindi sì che nel mondo umano prevalga di norma la
malevolenza, dato che ognuno entra istintivamente in conflitto con gli altri.
Per fortuna che l’ipocrisia delle buone maniere nasconde e tiene a freno questi
sentimenti, sempre pronti però a manifestarsi alla prima occasione. Quando la
convenienza e la prudenza non trattengono più, ecco che si dà sfogo
all’antipatia repressa, o con la semplice calunnia, oppure con gli scatti d’ira
che degenerano in lite aperta. Un ingrediente che accomuna i casi di egoismo,
poi, è l’invidia, ossia il provare malessere per i beni altrui, tanto più
detestabile quando si tratta di qualità o pregi che al contrario si dovrebbero
ammirare. Con tutto ciò siamo però ancora sul piano delle azioni ingiuste,
dettate in fondo da un’inclinazione naturale. Il male che si arreca in questi
casi è sempre finalizzato a qualche cosa, in genere la soddisfazione di un
proprio desiderio, e fa quindi parte dell’ordinaria manifestazione di una più o
meno irruenta volontà di vita che mira ad appagare se stessa. Sicché con la
prevaricazione che danneggia l’altro, il male compiuto non è che un mezzo, di
cui il prepotente si serve per assecondare un proprio interesse. Per dire
insomma che v’è ancora di peggio, qualcosa che se possibile si spinge oltre il
connaturato impulso egoistico. Sarebbe a dire la malvagità vera e propria,
quella cioè di chi gode semplicemente della sofferenza altrui, in un certo
senso al contrario dell’invidioso, che invece soffre del bene altrui. In questo
caso, dove entra in gioco la pura brutalità, il male dell’altro è fine a se
stesso, causato senza altro scopo che non sia la «gioia maligna» di assistervi.
Tale cattiveria costituisce la vetta estrema di perversione cui può condurre la
corruzione morale, ed è una sorta di vendetta del soggetto stesso, che per
alleviare il proprio malessere si consola nel contemplare o procurare
gratuitamente quello degli altri. Così, mentre l’egoista danneggia il prossimo
solo quando ne trae un qualche vantaggio, il crudele fa invece il male ogni
volta che può, col solo motivo del gusto di farlo, il quale degrado etico è
quello che rende un uomo diabolico (11).
Passata
in rassegna la graduatoria dei comportamenti immorali alimentati dall’egoismo,
ne risulta che, siano compiuti con la violenza oppure con l’astuzia, essi
costituiscono sempre l’attuazione di un torto nei confronti del prossimo.
Secondo Schopenhauer questo è un modo di fare universale, e non a caso egli
cita, condividendola, la teoria hobbesiana dell’uomo per così dire naturalmente
cattivo. Concetto su cui, già nella polemica contro la morale kantiana, il
nostro filosofo si è espresso chiaramente, laddove dice che: «la massima
dell'ingiustizia - ossia il prevalere della forza sul diritto - che secondo
Kant non potrebbe neppure essere pensata come legge di natura, è in realtà e di
fatto la legge dominante in natura» (12). Da cui la costatazione che
l’ingiustizia sta alla giustizia come la norma all’eccezione, oppure come
l’elemento originario, positivo e attivo, sta a quello derivato, negativo e
passivo. Di qui ancora, e sempre sulle orme di Hobbes, la spiegazione
dell’origine dell’apparato statale, istituito appunto come il potere coercitivo
che tenga a freno l’impulsiva malvagità degli uomini. In questo caso però con
la differenza sostanziale che Schopenhauer rifiuta il governo arbitrario del
Sovrano assoluto, propugnato dall’autore del Leviatano. Egli non si
oppone però solo al dispotismo, bensì anche alla democrazia, che rischia di
degenerare in anarchia, e propende quindi per la monarchia costituzionale,
meglio se ereditaria.
Tuttavia,
a parte questi dettagli, ciò che più interessa il nostro filosofo è distinguere
la sfera giuridica statale da quella etica individuale, benché la sua dottrina
politica compaia come una sorta di appendice della teoria morale. Ebbene egli
non esita a definire lo Stato come il «capolavoro dell’egoismo», che suona
apparentemente come un controsenso, se si pensa che esso è deputato ad
amministrare la giustizia. La cosa però si spiega considerando che quello delle
istituzioni politiche è un compito negativo, nel senso che esse possono sì
costringere a non fare il male, ma non a fare il bene, che al contrario è un
gesto compiuto spontaneamente. Non a caso l’origine dello Stato si deve a una
sorta di astuzia e opportunismo della ragione. Nella versione di Schopenhauer
sarebbe accaduto che l’uomo nello “stato di natura”, avvedutosi
dell’ingiustizia dilagante, - che procura piacere a chi la compie e dolore a
chi la subisce - avrebbe preso atto che, a conti fatti, la sofferenza superava
di gran lunga i godimenti. Perciò si sarebbe imposta l’esigenza di «un sacrificio
comune», però vantaggioso per tutti, che ponesse fine a quella condizione
generalizzata di vita precaria. Così «la ragione ne ricavò che, tanto per
diminuire il male su tutti disteso, quanto per distribuirlo quanto più fosse
possibile uniformemente, il migliore e unico mezzo fosse risparmiare a tutti il
dolore di subire l'ingiustizia, per questa via: rinunziar tutti anche al
piacere di commetterla. Questo mezzo dunque, (...) è il contratto sociale o la
legge». Una ricostruzione evidentemente non meno fantasiosa di quella degli
altri filosofi, che come loro insiste a spiegare il sorgere dello Stato da un
patto tra gli uomini, invece che dalla sopraffazione degli uni sugli altri.
Tuttavia anche questo è un dettaglio trascurabile, se non altro perché ancora
nell’Ottocento non si conoscevano le vere origini storiche delle civiltà più
antiche, e contro quel difetto, l’immaginazione era l’unico rimedio possibile.
In
ogni caso, attestata in un modo o nell’altro l’esistenza dello Stato, per il
nostro filosofo l’importante è stabilire la seguente differenza, che mentre la
legge morale si impone a chi compie l’azione, la legge statale è rivolta invece
a chi ne subisce le conseguenze. Come a dire che la prima proibisce di agire
ingiustamente, mentre la seconda impedisce di patire ingiustizia. Non a caso
per l’Etica conta anche l’intenzione che precede l’azione, e anzi basta già
quella sola a determinare il valore di un comportamento; mentre la
giurisdizione statale guarda solo al fatto compiuto, e solo quando esso ha
danneggiato qualcuno. Lo Stato non ha quindi alcun significato o scopo etico,
come ritenevano Kant e Hegel, e anzi sarebbe un «folle proposito» pretendere
che esso si faccia carico dell’educazione morale dei propri cittadini, da
promuovere magari a colpi di decreti. In un certo senso il suo compito non è
prevenire l’ingiustizia, ma piuttosto curarla, ossia porre riparo ai suoi
effetti dannosi. D’altra parte sarebbe contraddittorio per lo Stato accanirsi
contro chi cura i propri interessi, dato che esso stesso comprende in sé
«l'egoismo di tutti», il quale come «egoismo armato di ragione» provvede a
limitare i danni provocati dai reciproci egoismi individuali. Se infatti gli
uomini non fossero naturalmente egoisti, allora nemmeno lo Stato si sarebbe reso
necessario, perché nessuno avrebbe avuto da temere l’ingiustizia del prossimo.
Mentre in realtà lo stesso rispetto della legalità non è dettato da altro che
un movente egoistico, essendo che, se ogni singolo si trattiene dal danneggiare
gli altri, non lo fa per virtù, ma per convenienza, per assicurarsi di non
subire a sua volta la stessa sorte. Chi dunque, come la maggioranza dei
giuristi e dei filosofi, insiste a ritenere che la moralità sia il fine supremo
dello Stato, non fa che confondere le cose e celebrare «l’apoteosi del
filisteismo».
In
effetti, secondo Schopenhauer, il diritto positivo deriva il suo contenuto
dall’Etica, ma facendone rispetto ad essa un uso capovolto. In questo senso,
che mentre la filosofia morale stabilisce i limiti entro cui si deve contenere
chi voglia comportarsi con giustizia, lo Stato invece considera quegli stessi
confini come termini il cui superamento non va tollerato. Più che alla
deferenza morale, quindi, che dovrebbe essere spontanea, è contro la trasgressione
criminale che mira la giurisdizione statale; e insomma non perché tutti
facciano giustizia, ma affinché nessuno debba subire ingiustizia. Per questo la
legge dello Stato sarebbe un’applicazione rovesciata della legge morale, e
«come molto argutamente lo storico fu definito un profeta a rovescio, così è un
moralista a rovescio il giurista».
Perciò,
in conclusione, la funzione principale che il nostro filosofo assegna
all’organismo statale, consiste unicamente nel proteggere e difendere i
cittadini da loro stessi, e cioè l’uno dall’altro, come una «museruola» che
impedisce loro di mordersi a vicenda. Compito dello Stato è far sì che nessuno
debba patire impunemente ingiustizia, e a tale scopo è determinante l’uso della
forza pubblica. La quale, con una potenza sovrastante di gran lunga quella dei
singoli, costringe ognuno a obbedire e conformarsi alle leggi. Ancora una
volta, se la morale esorta a fare il bene, lo Stato obbliga a non fare il male.
Prima con la minaccia della pena, il cui timore funge da freno, come un contro motivo
che fa da impedimento al compimento del reato. Poi, nel caso in cui abbia
prevalso l’impulso trasgressivo, con l’inesorabile esecuzione della condanna
prevista dall’apposito codice. Quello di punire è il potere fondamentale dello
Stato, senza il quale sarebbe come un’arma scarica. Veramente Schopenhauer
prevede anche una sorta di diritto all’autodifesa da parte del singolo. Egli
sostiene che l’individuo può legittimamente reagire con la violenza alla
violenza, e che di fronte a una minaccia l’uso della forza, o anche
dell’inganno, è giustificato dalle circostanze. In tal caso è lecito anche
uccidere l’aggressore, gesto estremo che però «è solo negazione della
negazione, ossia affermazione e non negazione» del diritto. Poi però il
filosofo esclude anche che il singolo possa farsi giustizia da sé per vendetta,
sostenendo che il diritto di pena è di pertinenza esclusiva dello Stato. La
differenza sta nel fatto che la legge prevede in anticipo il reato e la
relativa sanzione, mentre l’autodifesa individuale è la reazione a un fatto
improvviso e imprevisto. Infatti il tratto distintivo del diritto penale è quello
di guardare ai comportamenti futuri, e di pianificarne le conseguenze, a
differenza della legittima difesa, che è immediata e presente; nonché a
differenza anche della vendetta, che è invece una rivalsa per fatti accaduti
nel passato. È vero che anche la pena è applicata dopo il reato, e però come
l’esecuzione di una legge precedente, che il trasgressore doveva conoscere, ma
la cui funzione deterrente non è bastata a trattenerlo. Laddove la vendetta è
una mèra ritorsione individuale estemporanea, illegittima poiché consiste nel
reagire a un torto subìto con un altro torto, e insomma in una per così dire
ingiustizia al quadrato. Colui che si vendica, infatti, non ha altro scopo che
gratificarsi infliggendo dolore all’altro, la quale azione non è altro che una
manifestazione di crudeltà. Mentre la pena giudiziaria, imposta dalla legge, è
un esempio finalizzato a trattenere tutti i cittadini dal compiere in seguito
gesti trasgressivi. «Servire al futuro è ciò che distingue la pena dalla
vendetta; e la pena ha questa finalità solo quando viene applicata come
esecuzione di una legge; la quale esecuzione, solo siffattamente annunziandosi
come inevitabile in ogni altro caso futuro, dà alla legge la forza
d'intimidazione in cui sta appunto la sua finalità». Fermo restando che lo
Stato ha tutto il diritto di condannare perfino alla morte, perché la pubblica
sicurezza esige l’inflessibilità della pena normativa prevista. Anche perché
d’altra parte, senza l’uso della forza, senza intimidazione e repressione, non
ci sarebbe regola che tenga, e anzi la violazione della legge sarebbe
all’ordine del giorno. In definitiva è quindi uno Stato di polizia, quello a
cui pensa il nostro filosofo, che soltanto attraverso la costrizione riesce a
realizzare il suo fine di assicurare l’ordinamento sociale, e prima di tutti il
diritto di proprietà dei possidenti. Dunque uno Stato che amministra sì la
giustizia, ma soltanto negativamente, con il codice penale alla mano, e che non
ha pertanto implicazioni, se non indirette e secondarie, con la morale (13).
A
questo punto, sgombrato il campo dai numerosi motivi che la negano, nonché
dagli equivoci che la fanno solo apparire, Schopenhauer passa finalmente a
illustrare cos’è per lui la vera moralità, in che consiste e come si spiega.
Certo, lo spazio rimasto è assai ristretto, e in un mondo umano quale quello
descritto, gesti di autentica bontà sono del tutto eccezionali. Il che però non
significa che non esistano, perché anzi tutte le precisazioni premesse dal
filosofo, servono solo a spianare la strada alla rivelazione del genuino
principio morale. C’è da dire che la sua è in fondo una concezione molto
schematica, ma non nel senso che è inserita artificiosamente nel sistema, né
per dire che si avvale di astruse costruzioni concettuali. Abbiamo già visto, nel
paragrafo 3.1, che uno dei motivi principali della critica alla morale kantiana
è il suo estremo formalismo logico, con il fermo proposito di fare
dell’aprioristico principio morale qualcosa di estraneo e del tutto depurato
dall’esperienza. Cui Schopenhauer obietta l’indispensabile esigenza di un
approccio empirico, più attento al contenuto concreto dei fatti, che non alle
vuote astrazioni intellettuali. Un metodo che al tempo stesso restringe la
portata dell’Etica e ne semplifica la dottrina, perché la consapevolezza del
comportamento umano non può essere affare di pochi eruditi, ma accessibile alla
comprensione di tutti. Ecco un altro passo, oltre a quelli già citati a suo
tempo, dove il filosofo riepiloga bene tale sua concezione di quella che sembra
la quasi scontata evidenza di questo sapere: «L’etica è in verità la più facile
di tutte le scienze; e c’era da aspettarselo, poiché ognuno ha l’obbligo di
costruirsela da sé, di trarre dal principio supremo, che è radicato nel suo
cuore, la regola valida per ogni circostanza della vita» (14). Un linguaggio
che, con l’appello al “cuore”, ricorda molto quello religioso tradizionale,
però con la differenza che in questo caso, come già sappiamo, non è così.
Lo
schematismo di cui si parlava, quindi, sta piuttosto nel fatto che la
concezione morale di Schopenhauer è sì conseguente ai preliminari esaminati
finora, però nel senso che consiste esattamente nell’opposto, e che proprio in
conformità a questo contrasto egli costruisce la sua teoria. Sicché, come
dall’egoismo traggono origine tutti i possibili comportamenti antimorali, così
da un altro impulso, altrettanto fondamentale, deriverà ogni condotta realmente
etica. Essendo poi che i due moventi sono antitetici e contraddittori, nel
senso che l’affermazione dell’uno implica la negazione dell’altro e viceversa,
ecco che il criterio per definire l’autentico valore morale di un’azione risulta
essere, molto semplicemente, «l’assenza di qualsiasi motivo egoistico». Tutto
qui. Il filosofo cita altri due criteri per decifrare la qualità di un
comportamento, basati sul sentimento che un’azione suscita, sia in chi la
compie che in chi la osserva, e precisamente la soddisfazione o il rimorso
della propria coscienza, nonché la lode o il biasimo da parte degli altri.
Questi ultimi sono però dei corollari, dettagli secondari, poiché l’essenziale
della cosa risiede appunto nella capacità di compiere un gesto non egoistico.
Ora tutto sta a interpretare e spiegare il motivo che possa spingere un uomo a
realizzare un comportamento del genere. Ebbene, ogni movente della volontà, e dunque
ogni azione, si riferisce di solito al bene e al male dell’agente stesso, vale
a dire a ciò che è conforme o contrario alla sua volontà. Il che è tipico di
colui che agisce pensando a sé, cercando di perseguire il proprio bene, nonché
di evitare il suo male, e che perciò pone quale ultimo fine dell’azione se
stesso. Dato che però ogni forma di egoismo esclude qualsiasi rilevanza etica,
ecco che, affinché quest’ultima si possa attestare, deve entrare in gioco
l’altruismo. Di qui il criterio discriminante decisivo, ossia che «l’importanza
morale di un’azione può consistere soltanto nella sua relazione con gli altri;
solo da questo punto di vista essa può avere un valore morale, o essere
detestabile, essere un atto di giustizia o di carità, oppure il contrario»
(15). Per stabilire certe cose, quindi, è necessario tenere presente tanto chi
compie l’azione, quanto colui cui essa è rivolta, per verificare qual è lo
scopo ultimo del rapporto tra i due, se l’agente oppure il paziente. E solo
quando è la parte passiva a incarnare il fine, piuttosto che essere trattata
come un semplice mezzo, allora può parlarsi con cognizione del compimento di un
autentico comportamento morale di chi agisce. Questo dunque, e solo questo
significa dirigere l’attenzione sull’altro, quando con un gesto entro in
relazione con lui, e cioè avere di mira il suo bene invece che il mio, o
quantomeno intenderlo come se fosse il mio. Un simile premettere il vantaggio
di chi subisce l’azione, o identificarlo con il proprio, da parte di chi
agisce, è l’unico motivo che attribuisce alla condotta umana un valore etico, perché
è soltanto con questa intenzione e iniziativa che l’egoismo connaturato può
essere realmente superato e soppiantato dall’impulso opposto.
Ora,
il movente che spinge ad agire per così dire contro natura, è la compassione,
che Schopenhauer definisce «il grande mistero dell’etica, il suo fenomeno
originario e la pietra terminale» (16). Eccolo il reale fondamento dell’Etica,
il sentimento da cui deriva ogni comportamento morale possibile, in forza del
quale si capovolgono completamente i rapporti umani. Per chi è mosso dalla
pietà, infatti, cade quella barriera che l’egoismo erige ordinariamente tra gli
individui, e all’irriducibile differenza, alla costante diffidenza, subentra
una specie di identificazione, per la quale l’io si riconosce nell’altro fino
quasi a confondersi con esso. Solo così si spiega, per quanto rara possa
essere, la conversione dall’esclusivo interesse proprio a un’azione veramente
disinteressata, che si volge al prossimo senza altro fine che non sia fare il
suo bene. Anzi meglio, a mitigare per quanto possibile il suo male, perché in
realtà non si tratta di compiacersi del bene altrui, bensì di compatire la sua
sofferenza. Ciò che infatti l’individuo, mosso da compassione, condivide con
l’altro verso il quale si volge, non è la felicità, bensì il suo dolore, del
quale partecipa immediatamente come se fosse il proprio. Conformemente alla sua
concezione pessimista della vita, Schopenhauer ribadisce qui la positività del
male, che costituisce la vera sostanza del mondo, mentre il bene è una
momentanea e apparente parentesi negativa. Sicché è il dilagare dell’infelicità,
la condizione che suscita la pietà, sono le disgrazie che osserviamo negli
altri a destare questo nobile sentimento di condivisione e soccorso; laddove il
godimento e la gioia del prossimo risvegliano piuttosto l’invidia, oppure
lasciano nell’indifferenza lo spettatore. Questo stretto legame tra moralità e
compassione per la sofferenza degli altri, è espresso anche ne Il mondo,
dove lo scaturire della benevolenza dallo spettacolo del dolore, è definito dal
filosofo un paradosso, però nel senso letterale del termine, ossia qualcosa di
strano ma vero. Come egli spiega, «quello che bontà, amore e nobiltà possono
fare per altri è sempre nient’altro che lenimento dei loro mali; e quel che per
conseguenza può muoverle alle buone azioni e opere dell’amore è sempre soltanto
la conoscenza dell’altrui dolore». Per il semplice fatto che se non c’è una
condizione di sofferenza nel prossimo, nemmeno può esserci bontà nei suoi
confronti, dato che non si può soccorrere chi non ne ha bisogno, né alleviare
il male che non c’è. Per questo «ogni amore che non sia compassione è egoismo»,
perché se non è condivisione del dolore sofferto dall’altro, allora ogni forma
di amore, - sentimentale, filiale, amicale, o religioso che sia - non è in
fondo altro che amore di sé, per quanto camuffato possa essere (17). Beninteso
che compatire non significa soffrire il male dell’altro, che ovviamente è solo
suo, bensì del male altrui; cioè sentirlo come proprio nel senso che, di fronte
a una sorte infelice, sorge nell’osservatore un moto di adesione spontanea, che
lo spinge alla partecipazione emotiva di quella condizione.
A
questo punto disponiamo di quello che secondo Schopenhauer costituisce il
campionario completo delle possibili disposizioni d’animo che possono spingere
un uomo ad agire: l’egoismo di chi ha cura esclusiva del proprio interesse, la
malvagità di chi danneggia il prossimo senza motivo, e la pietà di colui che
bada al bene dell’altro. A parte l’evidente opposizione tra l’egoismo e la
pietà, il filosofo fa anche notare una sorta di unità d’intenti tra malvagità e
compassione, che, pur essendo comportamenti contrari, hanno in comune una forma di agire disinteressato.
Nel senso che come per crudeltà si fa il male fine a se stesso, solo per far
soffrire l’altro, così per pietà si fa il bene con la stessa intenzione, solo
per alleviare il dolore altrui. In entrambi i casi non è quindi il soggetto
agente a fare da scopo ultimo dell’azione, bensì l’altro, con la differenza che
mentre il malvagio gode del dolore che procura, il pietoso soffre di quello a
cui assiste.
E
insomma, affinché un comportamento sia dettato da compassione autentica, e vi
si possa imprimere «il sigillo del valore morale», è indispensabile che si
tratti di altruismo incondizionato, perché altrimenti è per forza il solito
movente egoistico che opera di soppiatto. Perciò la pietà è una condotta rara e
difficile, un gesto «stupefacente, anzi misterioso», e tuttavia dettato da un
impulso naturale, di cui l’esperienza non manca di certificare l’esistenza.
Schopenhauer ci tiene a precisare che questo sentimento genuino «è un fatto
incontestabile della coscienza umana e le appartiene essenzialmente; non si
fonda su ipotesi, concetti, religione, dogmi, miti, educazione e cultura; è un
fatto originario e immediato della stessa natura umana, resiste ad ogni prova e
si rivela in tutti i luoghi e in tutti i tempi. Perciò ci si appella ovunque ad
essa con fiducia, come a cosa che esiste necessariamente in ogni uomo, e mai
essa è annoverata fra gli ‘dei stranieri’. Al contrario, se qualcuno sembra
esserne privo, viene detto inumano; e spesso anche il termine ‘umanità’ viene
inteso come sinonimo di pietà» (18). Benché ciò contrasti con la concezione dell’uomo
naturalmente cattivo, pure il filosofo insiste sulla natura istintiva di questo
sentimento benevolo, come un dato di fatto accertato, perché a suo parere esso
costituisce lo stesso fenomeno morale «originario», ed è solo sulla base di
questa sensibilità e reazione nei confronti delle altrui disgrazie, che poggia
ogni moralità possibile.
Schopenhauer
si mostra tuttavia anche consapevole dell’isolamento filosofico in cui lo pone
il suo punto di vista, e nomina quali esempi tre fonti autorevoli che la
pensano in modo opposto al suo. Il primo è Seneca, l’autore latino che in
effetti nel De clementia definisce senza mezzi termini la compassione
come «il vizio di un animo piccino, che viene meno alla vista dei mali altrui».
Per costui la pietà è una degenerazione della clemenza, come la crudeltà, solo
che in senso opposto. Non si tratta quindi di cattiveria, ma del fatto che
all’impassibilità dello stoico è estraneo tanto il gioire quanto l’angosciarsi
del dolore; sia il suo e sia, a maggior ragione, quello del prossimo. Così come
la stessa «tristezza» che pervade il compassionevole, è considerata uno stato
d’animo malato, un sintomo di debolezza dell’uomo che cede di fronte alla
sventura, per sprofondare in una condizione miserabile. Questo non significa però
che il saggio sia indifferente, perché si può soccorrere il prossimo anche
senza compatirlo. Perciò la pietà non gli si addice, e pretenderla da lui
«sarebbe quasi come se gli si chiedesse di effondersi in lamenti o di piangere
ai funerali di persone estranee». Il che non fa una piega, a parte che Seneca
dedica questa sua opera a Nerone, spacciato come modello di uomo buono. C’è da
notare piuttosto che il suo rifiuto della pietà è un modo di pensare diffuso
ancora oggi. Soprattutto a livello di senso comune, infatti, le persone non
amano e anzi rifiutano di essere compatite, giudicando degradante un simile
atteggiamento nei loro confronti. Inoltre si preferisce ostentare un “tutto
bene” e una falsa allegria, piuttosto che parlare dei propri guai, i quali si
immagina non siano argomenti di conversazione interessante in società. Benché
in questi casi si tratti più di un pregiudizio superficiale che altro.
Invece
un altro autore ricordato da Schopenhauer, che al contrario di lui nega che la
compassione abbia un valore morale, è Spinoza. Costui, che non a caso echeggia
Seneca, definisce tale sentimento come il provare «una Tristezza accompagnata
dall’idea di un male accaduto a qualcuno che immaginiamo esser simile a noi».
L’autore dell’Etica fornisce in più una descrizione psicologica del
fenomeno, per svelare il movente in realtà egoistico di chi agisce per pietà.
Nel senso che costui, turbato dallo spettacolo del prossimo sofferente, lo
soccorre non tanto per alleviare il suo dolore, quanto piuttosto il proprio,
ossia per mitigare il turbamento che quell’altrui dolore gli arreca. «Questa
volontà, o appetito, di beneficare, che nasce dal nostro aver
compassione (...), si chiama Benevolenza: e non è altro che una Cupidità
originata dalla compassione». D’altra parte, secondo il filosofo, la
compassione per il male degli altri ha nella natura umana la stessa radice
dell’invidia per il bene altrui. Fino all’affondo decisivo, secondo cui «la
Compassione, in un umano che vive guidato dalla Ragione, è di per sé cattiva, e
inutile». Cattiva perché è e mette tristezza, uno stato d’animo di per sé
nocivo, che indebolisce la personalità; inutile perché la sola ragione è un
movente sufficiente a soccorrere il prossimo, qualora lo si voglia fare, senza
il bisogno di sentimentalismi commoventi e lacrimevoli. Tuttavia alla fine
Spinoza, nonostante le raccomandazioni a non farsi prendere dalla pietà,
riserva un benché minimo spazio a questa tendenza, che pure spinge gli uomini
ad agire in un certo modo, riconoscendo che «la Compassione, sebbene non sia
una virtù è però buona». Infine, il terzo nominato di questa serie è
Kant, il quale tuttavia se la sbriga con una battuta. Per costui la pietà è
un’inclinazione uguale alle altre, e come tale produce una condotta «cieca e
servile», benché sia mossa da buoni propositi. Il suo difetto è che nel
compatire si asseconda un motivo determinante volgarmente materiale, che quindi
inquina la purezza morale dell’azione, poiché elude il dettato rigidamente
formale del «dovere» razionale (19).
Invece
c’è un altro esempio illustre che Schopenhauer chiama in causa, finalmente uno
che la pensa come lui, ossia Rousseau, definito «il profondo conoscitore del
cuore umano», del quale stavolta non fa solo il nome, ma cita anche vari passi
in francese. Oltre l’identità di vedute, però, c’è una differenza sostanziale
che il nostro filosofo sembra trascurare, e cioè che il pensatore illuminista
concepisce l’uomo come un essere di per sé buono, che solo in seguito al
progresso culturale e sociale ha corrotto tale sua natura originaria. Nel Discorso
sull’origine della disuguaglianza, è proprio opponendosi a Hobbes che
Rousseau espone la dottrina del buon primitivo, spiegando che, essendo ancora
privo di ragione, fonte di tutti i vizi, l’uomo nello stato di natura è altresì
incapace di comportarsi male. Come recita uno dei suoi passi più celebri, «i
selvaggi non sono cattivi, precisamente perché non sanno che cosa sia l’esser
buoni, poiché non lo sviluppo delle conoscenze, né il freno della legge, ma la
calma delle passioni e l’ignoranza del vizio impediscono loro di mal fare». Al
contrario, prosegue il filosofo, che, - stavolta in piena sintonia con quanto
avrebbe poi sostenuto anche Schopenhauer, solo che in questo caso con una
discreta coerenza in più - proclama la compassione come la virtù naturale
dell’uomo naturalmente buono: «Non credo di dover temere alcuna contraddizione
accordando all’uomo la sola virtù naturale che sia stato costretto a
riconoscergli il denigratore più esagerato delle virtù umane [Mandeville].
Parlo della pietà, disposizione conveniente a esseri così deboli e soggetti a
tanti mali come siamo noi: virtù tanto più universale ed utile all’uomo in
quanto precede in lui l’uso di ogni riflessione, e così naturale che le bestie
stesse talvolta ne danno segni visibili. (...) È dunque ben certo che la pietà
è un sentimento naturale, che, moderando in ogni individuo l’attività dell’amor
di se stesso, concorre alla mutua conservazione di tutta la specie».
Il
tema ritorna poi nell’Emilio, dove è approfondito in chiave pedagogica,
in funzione dell’educazione da dare al giovane allievo. Qui Rousseau osserva
che nei primi anni di vita il fanciullo sente soltanto i propri dolori, e non è
interessato ad altro fuorché a se stesso. È però naturale che sia così, poiché
egli è preda dell’istinto di conservazione o «amore di sé», una sana tendenza
alla cura della propria esistenza. Solo con l’adolescenza l’individuo comincia
ad aprirsi agli altri, a entrare in relazione con essi considerandoli quali
suoi simili. Ed è già in questo momento cruciale che tali rapporti possono
improntarsi o allo sfrenato egoismo dell’«amor proprio», oppure alla pietà
verso il prossimo. Ora, affinché il ragazzo sia educato nel verso giusto,
occorre insegnargli la triste sorte che in realtà accomuna l’intera umanità,
invece degli agi artificiali di cui godono pochi privilegiati. Farlo cioè
consapevole che l’uomo è un essere naturalmente fragile, che non basta a se
stesso, e ha quindi bisogno degli altri per sopravvivere. E anzi, è proprio da
questa «debolezza» che nascono le relazioni affettive e i rapporti sociali,
perché un individuo perfettamente autosufficiente, senza alcuna necessità,
sarebbe un uomo solo e incapace di amare. La guida di questa conoscenza
susciterà nel giovane l’apertura verso gli altri e la condivisione spontanea
del loro dolore, invece della chiusura in se stesso e l’invidia meschina dei
benestanti più fortunati. Così che è in questa fase delicata e precoce che si
decide il destino morale dell’individuo, e compito dell’educatore non è tanto
inculcare nozioni etiche, quanto preservare la naturale bontà insita in
ciascuno, prima che la corruzione della civiltà abbia il sopravvento.
Il
filosofo aggiunge poi anche un altro particolare significativo, ossia che la
pietà rischia di essere illusoria, se la si rivolge solo a chi fa comodo.
Perché sia autentica, infatti, essa non deve fare preferenze, ma essere
indirizzata all’intero genere umano; e anzi, bisogna «aver pietà della nostra
specie ancor più che del nostro prossimo». Solo che quest’ultima avvertenza,
che mette al riparo la compassione dall’egoismo, contrasta con quanto Rousseau
dice infine a proposito del tratto egoistico della pietà stessa, come già aveva
fatto Spinoza, solo che in termini diversi. Il pensatore francese dice infatti
che per compatire il dolore altrui occorre conoscerlo, ma non provarlo, perché
chi soffre arriva a compiangere solo se stesso. Perciò colui che si immedesima
nell’altro e lo commisera, prova piuttosto un sentimento di piacere, in quanto
si compiace del fatto che è appunto l’altro a soffrire, e non lui stesso.
Inoltre, la seconda delle tre massime in cui nell’Emilio il filosofo
riassume la sua concezione, recita così: «Non si compiangono negli altri se
non i mali di cui non ci sentiamo esenti noi stessi». Per dire che in fondo
è la paura di soffrire a nostra volta, la molla che fa scattare in noi la
pietà. Per questo i potenti sarebbero in genere spietati con i loro sottoposti,
perché non temono di subire la loro sorte infelice, mentre i deboli sarebbero
al contrario naturalmente inclinati a impietosirsi. Un dettaglio non
trascurabile, che però stranamente Schopenhauer non rileva; probabilmente
perché se fosse così come dice Rousseau, allora la pietà sarebbe una disposizione
più necessitata che disinteressata, e perderebbe quella fondamentale valenza
morale che invece il nostro filosofo le attribuisce (20).
Quanto
a lui, c’è un ultimo argomento che egli solleva per accreditare quella che
giudica la virtù suprema, o meglio un sintomo che ne rivela l’autenticità, e
cioè l’amore per gli animali. Un dettaglio solo apparentemente marginale,
perché ricco di implicazioni; e che inoltre, paradossalmente, denota forse il
lato più umano del filosofo, che a tale proposito mostra una sensibilità
veramente all’avanguardia per i suoi tempi. Anzitutto egli, come abbiamo visto
nei paragrafi 2.2 e 3.2, espone la differenza che esiste tra la nostra specie e
gli altri animali. È in questi ultimi che, dopo i minerali e i vegetali, sorge
il primo barlume di conoscenza, con il sistema nervoso e il cervello, apparato
necessario alle più complesse condizioni di vita. Laddove l’uomo si distingue
infine per la ragione, quella «coscienza di secondo grado» che costituisce la
facoltà del pensiero e del linguaggio. Ora il punto è che non si tratta
ovviamente di una differenza da poco, e però non assoluta, come in genere si
tende a far credere. Di qui, contro la concezione che innalza l’umanità sopra
un piedistallo privilegiato rispetto alle altre creature, Schopenhauer si
proclama fiero sostenitore dei diritti degli animali, nonché dei doveri
dell’uomo nei loro confronti. Una questione dal significato non solo etico, ma
anche scientifico, poiché contribuisce a mettere la nostra specie per così dire
al suo posto nel mondo. Alla sua epoca il filosofo ancora non poteva sapere che
l’uomo è un mammifero appartenente all’ordine dei Primati, e tuttavia della nostra specie riconosce la «sua
grande rassomiglianza con lo scimpanzé e l’orango»; importante verità espressa
anche con le seguenti parole: «agli spregiatori degli animali e idolatri della
ragione bisogna rammentare che, come essi sono stati allattati dalla loro
madre, anche il cane lo è stato dalla sua». Un’osservazione solo apparentemente
ovvia, se si pensa che è stata fatta prima di Darwin, e soprattutto se si
considera che ancora oggi i benpensanti siano restii ad ammettere che la nostra
è una specie animale come le altre.
Schopenhauer
individua due pregiudizi che sono alla base della mentalità antropocentrica
occidentale, uno religioso e l’altro filosofico. Quanto al primo, è noto come,
nel Genesi biblico, fin dalla “creazione” Dio dispone che tutta la Terra
sia asservita al giogo degli uomini, compreso il loro dominio su ogni animale.
Decreto sancito dal potere attribuito all’uomo, prima ancora che comparisse la
donna, di assegnare un nome a ogni specie. Una supremazia confermata anche dopo
il “diluvio”, quando il Signore, pur avendo salvato gli animali, poi inculca in
loro «il terrore» nei confronti dell’uomo, allo scopo di rafforzare il dominio
di quest’ultimo su di essi (21). Ebbene questa concezione, che il filosofo
definisce senza mezzi termini «fetore giudaico», è da ritenersi la prima
responsabile dell’indiscriminato imperversare dei maltrattamenti contro gli
animali. Una «dottrina ributtante», la cui brutale indifferenza morale è stata
poi fatta propria anche dal Cristianesimo, con il suo idolatrare il valore
dell’uomo a spese degli altri animali, ridotti a mèri oggetti d’uso e consumo.
A questo proposito Schopenhauer propone due curiosi esempi tratti dai Vangeli,
quello di Giovanni Battista descritto vestito con pelli animali, come se fosse
una virtù invece che una barbarie. E poi l’episodio della pesca miracolosa
paragonato all’aneddoto di Pitagora, del quale invece si racconta che acquistò
una retata colma che i pescatori stavano issando in barca, solo per poi
liberare gli animali catturati. Notando altresì che l’antico filosofo
vegetariano subì l’influenza della cultura egizia, per la quale non a caso gli
animali erano sacri, e infatti erano anch’essi imbalsamati per il rito funebre.
Che poi il pregiudizio sia tipicamente europeo, lo denotano anche le principali
religioni orientali, per le quali il rispetto degli animali, più che
l’imposizione di un dogma, è un atteggiamento del tutto naturale.
Al
cattivo esempio religioso dell’Occidente, ha poi fatto seguito quello
filosofico, che in sostanza è però un’appendice del primo. Schopenhauer nomina
e accusa giustamente Cartesio, quale responsabile di un vero e proprio “razzismo”
nei confronti degli esseri viventi che
non siano uomini. Ora, c’è da premettere che in tutta la sua opera il filosofo
francese si occupa assai poco degli animali come tali. Piuttosto egli parla
diffusamente degli «spiriti animali», che però non c’entrano niente,
trattandosi di una sorta di "particelle" presenti nel sangue, che
spiegherebbero la fisiologia dei movimenti e delle passioni del corpo. Inoltre
ci sono due passi in particolare dove egli confessa apertamente la sua
ignoranza in zoologia, o almeno sembra non considerare questa materia una
conoscenza fondamentale. Anzitutto nelle Meditazioni metafisiche (1641),
dove, nel pieno della tempesta del dubbio universale, il filosofo si chiede e
risponde: «Ma che cosa è un uomo? Dirò forse che è un animale dotato di
ragione? No, perché poi ci si dovrebbe chiedere che cosa sia un
"animale", che cosa "razionale "; e così da un solo
problema cadrei in problemi più numerosi e più difficili. Né ho tanto tempo
libero da volerne abusare in mezzo a sottigliezze di tal genere» (II, § 5).
L'altro passo si trova nei Principi della filosofia (1644), che
rappresenta un po' il Timeo cartesiano, essendo che qui il filosofo
espone la sua visione scientifica del mondo fisico, astronomico e geologico.
Ebbene verso la fine della quarta e ultima parte di quest'opera, il § 188
titola così: «Quali cose debbono ancora essere spiegate, affinché questo
trattato sia completo». Dove Cartesio annuncia che in effetti al compimento di
quel lavoro mancherebbero ancora due parti, «l'una riguardante la natura degli
animali e delle piante; l'altra riguardante la natura dell'uomo». Aggiungendo
che però su questi argomenti egli non dispone ancora della conoscenza adeguata,
né forse riuscirà mai ad averla, per cui rinuncia a completare l'opera come
avrebbe voluto. Da cui si capisce che il pregiudizio di Cartesio nei confronti
degli animali è stato puramente ideologico. Solo che, con la parvenza
scientifica dei suoi discorsi, insieme all’autorità filosofica di cui godeva,
egli ha finito per dare un impulso decisivo all’orribile pratica della
vivisezione per motivi di ricerca. In effetti anche il filosofo francese aveva
riconosciuto il cogito, ossia il pensiero e il linguaggio, come il
tratto distintivo dell’essere umano. Solo che poi egli ha tradotto tale
prerogativa non con la ragione, come avrebbe poi fatto Schopenhauer, bensì con
l’esistenza dell’anima, intesa proprio nel senso religioso di una “sostanza”
divina e immortale. Di qui l’abisso incolmabile scavato tra la nostra specie e
le altre, dato che l’animale, benché sia l’essere animato per definizione, pure
sarebbe privo di “anima”. Termine la cui ambiguità si presta ad essere inteso
in duplice senso, sia quello teologico tradizionale, e sia quello reale di
pensiero, coscienza, o sentimento interiore in generale.
Questa
concezione si trova nella prima e forse più celebre opera di Cartesio, il Discorso
sul metodo (1637), precisamente nell’ultimo quarto della Parte V; ed è
confermata in una lettera del 23 Novembre 1646 a un certo W. Cavendish,
marchese di Newcastle. Una prima curiosità da segnalare è che nella breve
Avvertenza introduttiva al Discorso, il filosofo dichiara che tra gli
argomenti trattati c’è anche quello sulla «differenza che incorre tra la nostra
anima e quella degli animali»; espressione quantomeno fuorviante, quasi che
anche gli animali avessero un’anima, mentre essa è appunto un’esclusiva
dell’uomo. Come infatti è poi esposto nel testo, dove si scopre essere
piuttosto il corpo, ciò che accomuna la nostra specie alle altre. Corpo animale
che, nella nota definizione del filosofo, è «come una macchina», cioè simile ai
congegni automatici costruiti dall’uomo, solo che in questo caso infinitamente
più perfetta poiché fatta da Dio. Al che, per venire al punto, Cartesio azzarda
un’ardita ipotesi. Se l’uomo fosse in grado di costruire una macchina uguale a
un qualsiasi «animale privo di ragione», poi non sarebbe in grado di
distinguerla dall’animale vero. Invece se facesse la stessa cosa con l’uomo, in
tal caso sarebbe possibile riconoscere la differenza, poiché l’automa umano,
per quanto perfetto possa riuscire, non sarebbe comunque in grado pensare, e
dunque di parlare. Cosa che nessun altro animale può fare, e di cui è invece
capace anche l’uomo più rozzamente ignorante. Il che vale sempre, perché
nonostante anche alcuni animali riescano a pronunciare dei nomi, solo le parole
dell’uomo sono l’espressione naturale della sua interiorità, e persino se muto,
egli è ugualmente in grado di comunicare con i segni. Circostanza la quale «non
sta solo a testimoniare che le bestie hanno meno ragione degli uomini, ma che
non ne hanno affatto». Né per questo stesso motivo esse sarebbero capaci di
comunicare tra loro, appunto perché, essendo “vuote” dentro, non avrebbero
niente da dirsi. Gli animali sarebbero insomma delle macchine insensibili,
corpi materiali automatici, il cui movimento è causato dall'istinto, come le
rotelle di un orologio sono mosse dalle sue molle. E così sarebbe anche l’uomo,
se Dio non avesse provveduto a fornirlo dell’anima. La conclusione del brano in
questione merita di essere citata per esteso: «dopo l’errore di coloro che
negano l’esistenza di Dio, (...) non ce n’è nessun altro che allontani
maggiormente le menti deboli dal retto cammino della virtù, quanto immaginare che
l’anima delle bestie abbia la stessa natura della nostra; e che, di
conseguenza, non abbiamo nulla da sperare né da temere, dopo questa vita, non
più delle mosche e delle formiche; mentre, venendo a sapere quanto esse
differiscano da noi, si comprendono assai meglio le ragioni che provano che la
nostra anima è, per sua natura, del tutto indipendente dal corpo, e che quindi
non è affatto soggetta a morire con esso».
Il
fatale errore di cui il filosofo parla, ci porta direttamente all’altro testo,
la lettera del 1646 sopra citata, dove egli se la prende con Montaigne e
Charron, appunto perché costoro avrebbero attribuito agli animali la capacità
di intendere e di pensare. Qui Cartesio ripete in pratica le stesse cose dette
nel Discorso, riconoscendo in più che in effetti esistono delle
somiglianze di comportamento tra l’uomo e gli altri esseri, ma questo non deve
indurre a confondere le acque. Perché se è vero che certe azioni e passioni
animali sembrano imitare l’uomo, lo è altresì che anche quest’ultimo, quando
agisce senza pensare, imita gli animali. Si tratta quindi di dettagli
marginali, mentre il discrimine fondamentale rimane il linguaggio, inteso come
comunicazione dei pensieri, cose di cui gli animali sarebbero assolutamente
privi. Anche in questo caso la conclusione della lettera è degna di nota: «se
le bestie pensassero come noi, esse avrebbero un'anima immortale proprio come
noi; il che non è verosimile, per il fatto che non c'è ragione di crederlo di
qualche animale, senza crederlo di tutti, e ce ne sono parecchi troppo
imperfetti, come sono le ostriche, le spugne, ecc., per poter credere ciò di
essi». Ecco a cosa porta l’ambiguo compromesso tra un radicale meccanicismo
materialista e un’altrettanta decisa metafisica spiritualista.
Concezione
il cui esito nefasto è particolarmente evidente in Malebranche, prete e
filosofo seguace di Cartesio. Un personaggio da segnalare qui, perché nella sua
opera maggiore, Della ricerca della verità (1675), costui affronta
proprio il nostro tema, portandolo alle estreme conseguenze. Lo fa nel Libro IV,
alla fine del Capitolo XI, dove insiste sull’insensibilità degli animali, sia
al dolore che al piacere, e taccia di pregiudizio quelli che la pensano
diversamente. Il fatto è che si tratterebbe di un «assioma» astratto, cioè non
sensibilmente evidente, mentre stando all’apparenza empirica, sembrerebbe al
contrario che gli animali soffrano eccome. Insomma, che gli animali siano privi
di sensazioni e sentimenti, sarebbe una di quelle «verità puramente
intelligibili» di cui è difficile convincere gli uomini ordinari, preda come sono
del rozzo senso comune. Ecco le sconcertanti parole con cui questo pseudo
pensatore si esprime: «Le azioni e i movimenti che fanno le bestie (…), ci
inclinano ben più fortemente a credere che esse soffrano di dolore, quando le
colpiamo e esse gridano, che non a credere questa ragione astratta dello
spirito puro, benché assai certa ed evidente per se stessa». Anche se li
maltrattiamo quindi, e ci sembra di vederli che si lamentano, in realtà «gli
animali non sentono alcunché», per cui solo crediamo il contrario, perché non
siamo capaci di sapere come stanno veramente le cose. La prova, per così dire,
che Malebranche porta a sostegno della sua tesi, è che, se gli animali fossero
sensibili, allora soffrirebbero; ma in tal caso sarebbe un’ingiustizia, poiché
si tratta di creature innocenti, e una cosa simile il buon Dio non la
permetterebbe mai. La verità è che questo cumulo di assurdità ha un altro e ben
preciso scopo, ossia negare che, insieme alla sensibilità, gli animali abbiano
un’anima. Cosa che invece gli uomini superficiali sono facili affermare,
convinti dal complesso stile di vita delle creature che è dato osservare. Se
fosse così però, e qui sta l’obiezione, perché allora essi non assegnano l’anima
anche a «un uovo», che non è meno complesso di un individuo formato? Per non
dire di quelli che sostengono l’esistenza di un’anima corporea, la quale è una
mèra contraddizione logica. In realtà, taglia corto Malebranche, l’anima
animale, a differenza di quella umana, può sostenersi con «prove soltanto
verosimili», le quali franano non appena si considera che gli animali non sono
altro che delle «macchine».
Chiusa
questa scabrosa parentesi, c’è da dire che Schopenhauer, benché lo nomini
appena, però coglie nel segno con ciò che ha da dire su Cartesio e i suoi
seguaci. Ossia che la sua concezione della completa diversità tra l’uomo e gli
altri animali, non è appunto che un corollario della nefasta dottrina di
un’anima immortale, che pone un’artificiale e incolmabile separazione tra le
creature viventi. Di conseguenza «le naturali pretese del mondo animale
andarono evidentemente a cozzare contro questo privilegio esclusivo e contro il
brevetto di immortalità riservati alla specie umana; e la natura, come succede
in questi casi, non ha potuto far altro che protestare in silenzio». Il nostro
filosofo contesta ancora a Cartesio la supposizione che gli animali non
avrebbero consapevolezza di sé. Ebbene oggi sappiamo che questo è vero, poiché,
ad eccezione di alcuni Primati superiori, gli altri esseri non si riconoscono
allo specchio, il che denota sperimentalmente l’assenza di autocoscienza.
Tuttavia ciò non impedisce a Schopenhauer di fare ugualmente un’osservazione
calzante, ossia che ogni creatura è naturalmente egoista, per cui anche la più semplice
e d’infimo grado è dotata di un “io”, attraverso il quale sa come orientarsi
nel mondo. Da cui l’esempio: «Se uno di quei cartesiani finisse tra gli artigli
di una tigre, potrebbe benissimo costatare quale precisa differenza la tigre
ponga tra il proprio io e il non-io».
Non
è quindi l’anima, né tantomeno la presunta figliolanza divina, ciò che
distingue realmente l’uomo, bensì la ragione, quale facoltà dei concetti e del
linguaggio. Perciò non è un fatto di “sostanza” spirituale, quanto di sapere
materiale, che però non è un nostro privilegio esclusivo. Infatti, dato che un
barlume di conoscenza esiste in ogni animale, ecco che si tratta solo di un
grado superiore che la nostra specie è capace di conseguire. Per questo ora Schopenhauer
dichiara che tale pur evidente differenza culturale non è sostanziale, e che,
per quanto sia ampio il divario tra gli animali e l’uomo, pure la loro
vicinanza è ancora maggiore. A tale proposito ricordiamo come per il filosofo
il mondo animale sia, per chi lo osserva, uno specchio esemplare
dell’universale senso tragico della vita. Mentre nel presente contesto, in più,
egli arriva a proclamare che ogni essere vivente ha un’uguale dignità morale, poiché
«nell’animale e nell’uomo l’essenza principale è la stessa». Ora, sappiamo che
per lui tale essenza sia la “Volontà” del mondo, e tuttavia, pur negando tale
premessa metafisica, la conclusione resta vera. Un po’ come succede anche con
le religioni orientali, che sono sensibili verso ogni forma di vita, anche se
sulla base pregiudiziale della reincarnazione. In realtà il rispetto per gli
animali è parte di una concezione ecologica, laica e scientifica, della Natura
in generale. È un dovere naturale fine a se stesso, che al limite nemmeno ha un
particolare valore morale, mentre all’inverso è certamente immorale maltrattare
le creature viventi e devastare l’ambiente. E occorre riconoscere che
l’identità essenziale di tutti gli esseri, sostenuta dal nostro filosofo, si
inserisce perfettamente in tale visione, nonostante i falsi presupposti. Di
più, tale dottrina anticipa chiaramente l’impostazione teorica
dell’Evoluzionismo, che ancora in seguito sarà definitivamente dimostrata con l’affermazione
e i progressi della genetica. Per cui oggi sappiamo che ogni specie è derivata
da un’altra precedente, in una catena ininterrotta che, a partire dai primitivi
organismi unicellulari, è culminata nell’uomo. Non a caso lo stesso impianto
filosofico complessivo di Schopenhauer, come abbiamo visto nel paragrafo 2.2, è
improntato su di un evidente schema evolutivo, il quale già di per sé smentisce
il creazionismo antropocentrico, nonché la sua tipica indifferenza verso gli
altri animali.
Sicché
la diversità che ci distingue non basta a fare di noi degli enti superiori,
come predica la «pretaglia europea». Anche perché l’esperienza dimostra che
l’uomo, arrogandosi quel titolo assegnatogli dalla Bibbia, per quanto ha potuto
ha sempre devastato la Natura. Non a caso egli è l’unico essere capace di
mentire e agire con crudeltà, il che spiega il timore degli altri animali nei
suoi confronti, essendo il suo comportamento la maggior parte in causa delle
loro sofferenze. Di qui altresì la lecita indignazione del nostro filosofo contro
la falsa etica religiosa, tutta presa a innalzare l’uomo, e al tempo stesso a
ignorare la sua spietatezza. Posizione questa, riflessa peraltro anche dalla
dottrina kantiana, stavolta più che mai giustamente tacciata di essere una
morale teologica mascherata di filosofia. Nell’opera di Kant l’argomento
compare nelle Lezioni di etica, tenute negli anni 1775-’81 e pubblicate
postume nel 1924. Dove in un brano di due pagine il filosofo, al sacrosanto
principio dell’uomo come fine, accosta quello piuttosto deprecabile degli
animali come «dei semplici mezzi, privi di una coscienza di sé». In pratica il
sillogismo è che, siccome l’animale non è un essere razionale, allora non è
neanche un soggetto etico, e quindi nemmeno è degno di rispetto. Al tempo
stesso Kant condanna la crudeltà, però non perché essa danneggia gli animali,
bensì perché un tale comportamento sarebbe moralmente dannoso per l’uomo stesso
che lo compie. Insomma una concezione decisamente sconcertante, il cui esempio
proposto non lascia però dubbi: «Chi facesse uccidere il proprio cane, non
agirebbe affatto contro i doveri riguardanti i cani, i quali sono sprovvisti di
giudizio, ma lederebbe nella loro intrinseca natura quella socialità e umanità,
che occorre rispettare nella pratica dei doveri verso il genere umano. Per non
distruggerla, l'uomo deve mostrare bontà di cuore verso gli animali, perché chi
usa essere crudele verso di essi è altrettanto insensibile verso gli uomini».
Sicché il rispetto degli animali non è un dovere diretto verso di essi, bensì
fa parte dei «doveri indiretti verso l'umanità», appunto perché la nostra
specie è il solo scopo morale che il filosofo del Criticismo riesce a
concepire. Così, a rigor di logica, se io prendessi a calci il cane di un
altro, farei torto non tanto all’animale, quanto al suo padrone. Quest’agghiacciante
versione, che pure è già meno spietata di quella cartesiana, Kant la ribadisce
poi, e quasi alla lettera, nella Metafisica dei costumi (1797). Qui egli
sostiene espressamente che l’uomo può agire per dovere, cioè moralmente, solo
verso se stesso o i suoi propri simili. Specificando che non esistono quindi
doveri, né verso gli animali, che sono esseri inferiori, e nemmeno verso «gli
angeli» o Dio, che sono superiori. Così che la crudeltà verso gli animali è sì
una mancanza di dovere, ma, ancora una volta, non dell’uomo nei loro confronti,
bensì verso se stesso. Perché un tale comportamento affievolisce la
compassione, un sentimento naturale e necessario della moralità, la quale
avrebbe senso appunto solo nei rapporti umani. Inoltre anche la riconoscenza
per ciò che fanno gli animali da lavoro o da compagnia, è un dovere solo
indiretto verso di loro, poiché direttamente esso riguarda, ancora una volta,
soltanto un dovere dell’uomo verso se stesso. Infine, che questo pregiudizio
filosofico Kant se lo sia portato dietro tutta la vita, lo dimostra la
circostanza che l’ultima sua opera pubblicata, l’Antropologia pragmatica
(1798), apre proprio con il seguente passo: «Il fatto che l’uomo possa
rappresentarsi il proprio io, lo eleva infinitamente al di sopra di tutti gli
altri esseri viventi sulla terra. Per questo (...) egli è una sola e medesima persona,
cioè un essere del tutto diverso, in grado e dignità, dalle cose, quali
sono gli animali irragionevoli, dei quali può disporre a suo arbitrio». Dove
anzi il filosofo sembra ancora più radicalmente meschino che mai, con questo
suo parafrasare quasi alla lettera il vecchio dettato biblico. Una deriva tanto
più sconcertante se si pensa che questo autore, che è stato forse il primo a
mettere in guardia gli uomini dal non trattare i propri simili come cose, poi
la pensi in modo diametralmente opposto riguardo agli animali (22).
Si
capisce quindi la giusta reazione di Schopenhauer, che accusa Kant di essere
anche lui responsabile di un enorme sopruso, poiché, con le sue affermazioni
«rivoltanti e abominevoli», ha contribuito ad accreditare l’antica e
spregiudicata concezione che gli altri esseri viventi sarebbero semplici
oggetti, strumenti a uso e consumo dell’uomo. Il nostro filosofo, veramente
all’avanguardia su questo argomento, denuncia con forza tale oltraggio
millenario, ed è uno dei primi a prendere sul serio la causa animalista. Egli
propugna uno statuto etico per quelli che definisce «esseri privi della parola,
ma sensibili», distinguendosi con ciò dai suoi spietati predecessori. Un
dettaglio per niente affatto trascurabile, visto che sulla compassione verso
gli animali si gioca anche la credibilità della morale. Kant a modo suo l’aveva
già detto, e Schopenhauer lo ripete, ma con molta più coerenza, che «l’uomo
crudele con gli animali non può essere buono», e anche l’indifferenza nei loro
confronti è un sintomo di carenza morale. Per cui ogni dottrina che non tenga
in conto la dovuta attenzione verso le altre creature, non può pretendere di
avere valore, perché in tal caso si tratta della solita ipocrita
giustificazione morale della prepotenza umana.
Degna
di nota è anche la serrata denuncia contro la vivisezione animale. Argomento su
cui si è espresso anche Kant nelle Lezioni di etica, sebbene con una
frase lapidaria e come al solito ambigua: «Quando gli anatomici si servono di
animali vivi per i loro esperimenti, ciò è senza dubbio crudele, sebbene sia
fatto in vista di qualcosa di buono». Il nostro filosofo ne parla invece nei Parerga,
dove anzitutto ricorda di quando, ancora giovane studente di medicina, il suo
professore di fisiologia protestava contro certe pratiche, largamente diffuse
in tutta Europa. E raccomandava altresì che, se proprio si dovesse ammetterle,
occorreva vigilare, per limitarle allo stretto necessario, solo nei rari casi
in cui fossero veramente importanti. E soprattutto gli esperimenti «dovevano
aver luogo con tutta la pubblicità possibile, nel grande anfiteatro, davanti a
tutti i medici preventivamente invitati, affinché il crudele sacrificio
sull’altare della scienza fosse della più grande utilità possibile». Laddove,
continua Schopenhauer, le cose sono invece peggiorate, perché poi si è diffusa
proprio la tendenza contraria. La vivisezione è diventata tanto più atroce
perché spesso inutilmente crudele, poiché ogni ricercatore agisce per conto
proprio, senza informarsi prima delle esperienze altrui, per cui le torture sui
poveri animali sono compiute indiscriminatamente ogni volta da capo. Per la
pigrizia di non andarsi a studiare i resoconti dei colleghi, ogni «medicastro»
si arroga il diritto di fare ciò che gli pare, sacrificando impunemente una
moltitudine di creature innocenti e indifese. Solo perché è più facile
maltrattare e uccidere, invece di acquisire prima la necessaria conoscenza di
ciò che si va a fare. Una raccomandazione che il filosofo propone è l’uso del
cloroformio, per attenuare la sofferenza degli animali, sia da macello che da
laboratorio, benché consapevole che quando si tratta di esperimenti sul sistema
nervoso tale palliativo è impossibile. Ecco la conclusione della requisitoria
su questo argomento: «Dobbiamo mettere fine anche in Europa [come già accade in
Oriente] al trattamento senza scrupoli degli animali. La visione giudaica del
mondo animale deve essere espulsa dall’Europa a causa della sua immoralità. E
cosa potrebbe essere più evidente del fatto che l'animale sia, principalmente
ed essenzialmente, a tutti gli effetti uguale a noi? Per misconoscerlo occorre
essere ciechi o, meglio, non voler vedere, perché si preferisce un vantaggio
alla verità».
D’altra
parte, infine, Schopenhauer presta attenzione anche alle allora nascenti
associazioni protezioniste, considerate importanti segnali di un’inversione di
rotta, un nuovo «ramo della beneficenza», appunto dedicato alla cura dei
diritti degli animali. Egli elogia gli inglesi per aver aperto la strada a
simili iniziative, e in effetti è in Inghilterra che, nel 1824, nasce la prima
organizzazione del genere, poi imitata negli altri Stati europei e americani.
L’effetto positivo è stato che questa emergente sensibilità non si è limitata a
un movimento di opinione, ma ha fatto pressione sui Governi, affinché fossero
varate le prime leggi di tutela degli animali dalla crudeltà umana. Perché non
le prediche morali, ma solo la magistratura e le forze dell’ordine possono
avere efficacia dissuasiva, e trattenere gli uomini dalla loro atavica mancanza
di riguardo verso le altre creature. Tali interventi statali, osserva ancora Schopenhauer,
si sono resi necessari proprio per «la lacuna che la religione aveva lasciato
nella morale»; laddove in India e nell’Asia non influenzate dal giudaismo, un
problema così non si è mai posto, poiché i culti orientali hanno già di per sé
a cuore la sorte degli animali. Egli fa notare anche il paradosso che i
patrocinatori di queste organizzazioni protezioniste sono spesso devoti
credenti, per cui tentano di giustificare con la Bibbia alla mano la loro
iniziativa, o peggio ancora seguendo il pregiudizio kantiano secondo cui
occorre rispettare gli animali non per loro, ma per noi stessi. Il filosofo
conclude tuttavia che l’importante è fare qualcosa, e costatare che, in un modo
o nell’altro, finalmente «la corda morale, della quale stiamo parlando, sta vibrando
anche nel mondo occidentale» (23).
Se
ci siamo dilungati tanto su questa parte, è non solo per la sua effettiva
importanza, ma per un doveroso riconoscimento nei confronti di Schopenhauer, la
cui sensibilità è tanto più sorprendente se si considera il tipo di uomo che
fu. Decisamente misantropo, eppure sincero amante degli animali, egli denota
così uno dei tratti distintivi della sua personalità multiforme. E la vocazione
animalista è appunto uno dei lati più apprezzabili di questa figura controversa,
così come lo sono ad esempio le sue originali invettive contro la spazzatura
filosofica e le menzogne teologiche, di solito prese invece molto sul serio a
ogni latitudine culturale. Certo anche in questo caso, come si dice, non è
tutto oro quello che luccica. Perché mentre ad esempio Kant, per magnificare
l’uomo, finisce per disprezzare gli animali, il nostro filosofo cade invece
nell’eccesso opposto. Infatti, alla sua sacrosanta battaglia contro la
reificazione animale, non corrisponde niente di simile rispetto a quanto di
analogo avviene anche nei rapporti umani. Dato che egli non si è mai mostrato
indignato, e se è per questo nemmeno consapevole, del fatto gli uomini
trattassero come cose anche i loro stessi simili. Al contrario di Kant, che
invece su questo punto aveva messo chiaramente in guardia, sebbene non dal
punto di vista sociale, ma solo morale.
Più
ancora però, il pur autentico amore che Schopenhauer manifesta verso gli
animali, contrasta visibilmente con il suo altrettanto esplicito disprezzo
delle donne, di cui è il caso di rendere conto. C'è un solo passo de Il fondamento
della morale (cit., p. 220), dove questo argomento è affrontato, e tuttavia
assai denso, nonché abbastanza inquietante. Qui le esponenti del gentil sesso
sono rappresentate quasi come una via di mezzo tra gli animali, privi di senno,
e il maschio umano, capace di ragionare. Esse si distinguerebbero infatti per
«la debolezza della loro ragione», che le costringerebbe ad agire quasi per
istinto, senza riflettere su quello che fanno. Da cui l'incapacità delle donne
a comportarsi secondo giustizia, l'esercizio della quale richiede la
comprensione di princìpi universali a loro inaccessibili. Perciò esse «di
solito sono molto meno capaci degli uomini nella virtù della giustizia, quindi
anche nell'onestà e nell'agire secondo coscienza. Per questo i loro più
frequenti difetti sono l'ingiustizia e la falsità, e la menzogna è il loro
proprio elemento». In compenso le donne sarebbero più sensibili alla
compassione, perché questo sentimento sorge in modo spontaneo e immediato,
dettato dall'occasione momentanea, per cui provare e praticare la pietà non
richiede alcuna riflessione. Ecco come il filosofo riassume la differenza tra i
sessi, con uno dei suoi aforismi mordaci: «la virtù della giustizia è più
frequente negli uomini, l'amore verso il prossimo più frequente nelle donne. Il
pensiero di vedere una donna esercitare l'ufficio di giudice fa sorridere; ma
le suore di carità superano decisamente in misericordia i loro fratelli frati».
C'è
però un altro luogo in cui Schopenhauer affronta più distesamente questo tema
scottante, e precisamente il capitolo 27 dei Parerga II, un testo lungo
poco meno di venti pagine, titolato appunto 'Sulle donne'. Dove il filosofo
conferma sostanzialmente quanto visto finora, approfondendo però la questione
con altri dettagli, che, se non fossero affermazioni dannatamente serie, come
battute comiche farebbero anche sorridere. Qui alla debolezza dell'intelligenza
si aggiunge quella del corpo, per cui la donna sarebbe destinata naturalmente a
svolgere mansioni di portata mediocre; nonché, più che ad agire in generale, a
patire il parto. Il suo compito principale è però che «essa deve obbedire
all'uomo» senza discutere. Inoltre il filosofo amplia il ventaglio dei motivi
che spiegano perché le donne siano naturalmente prive della facoltà di
ragionare. Anzitutto l'infantilismo, da cui sarebbero affette per tutta la
vita, quel carattere puerile che è il più adatto alla cura dei bambini, poiché ciò
consente loro di mettersi all’altezza dei piccoli. Poi c’è l'importanza che le
ragazze assegnano alla bellezza e alle vicende amorose, elementi fugaci
dell'età giovanile, ma sufficienti a raggiungere lo scopo, ossia conquistare
l'uomo della loro vita. Per questo le femmine hanno uno sviluppo precoce
rispetto ai maschi, perché la loro innata «miopia intellettuale» non necessita
di essere coltivata più di tanto. Né esse hanno ambizioni particolari, se non
quella di farsi mantenere, e in cambio sbrigare le faccende domestiche. «In
fondo al cuore le donne si immaginano che gli uomini sono fatti per guadagnare
del denaro, e loro per spenderlo».
Schopenhauer
conferma poi la sua singolare teoria morale della femminilità, secondo cui le
donne sarebbero più propense degli uomini alla compassione, e però incapaci di
agire con giustizia. E non solo per motivi intellettuali, ma anche perché
costrette dalla loro stessa costituzione fisica. Infatti, per supplire alla
loro mancanza di forza, esse usano l'astuzia per difendersi, ossia la
dissimulazione e la menzogna. Tanto che «è quasi impossibile incontrare una
donna assolutamente veridica e sincera. (…) Da questo difetto fondamentale e
dalle sue conseguenze nascono la falsità, l'infedeltà, il tradimento,
l'ingratitudine, eccetera». Una simile condotta, inoltre, le donne ce
l'avrebbero proprio tra di loro, essendo naturalmente nemiche per motivi di
rivalità, dato che sono tutte prese dallo stesso unico scopo di conquistare il
miglior partito in circolazione. Esse non hanno infatti un proprio «rango»
sociale, ma solo acquisiscono quello dell’uomo che sposano. Per questo il
genere femminile costituirebbe «il sesso secondo sotto ogni aspetto, fatto per
tenersi a distanza e in secondo piano», perché la Natura, «separando la specie
umana in due categorie, non ha fatto le parti uguali». Una "verità"
che l'Occidente moderno sembra ignorare, visto il ridicolo culto e la «stupida
venerazione» di cui le donne sono fatte oggetto. Attenzioni tanto più insensate
in quanto le donne omaggiate diventano arroganti e impertinenti, alzano la
testa e pretendono perfino gli stessi diritti degli uomini. Questo «malvezzo»
europeo di trattare la donna come «dama», il nostro filosofo proprio non lo
digerisce. Egli rimpiange gli usi degli Antichi, che sapevano tenere le donne
al loro posto, ed esorta a imitare i Paesi orientali, che quanto alla poca
stima del gentil sesso non sono da meno. Da cui l’auspicio, sfrontato e feroce:
«Sarebbe da desiderare che anche in Europa questo numero due della specie umana
fosse rimesso al posto che gli spetta per natura (...). Tale riforma sarebbe
dal punto di vista politico e sociale veramente ben fatta. Il principio della
legge salica [che solo i figli maschi hanno diritto a ereditare il trono] è
così evidente, così indiscutibile, che è perfino inutile formularlo. (...) Non
dovrebbero esserci al mondo che donne chiuse in casa, applicate alle faccende
domestiche, e ragazze che desiderino lo stesso destino, quindi educate non
all’arroganza, ma al lavoro e alla sottomissione».
Né
Schopenhauer manca di luoghi comuni se possibile ancora più diffamanti. Poiché
«le donne sono create unicamente per la propagazione della specie, e in ciò si
esaurisce il loro compito», ecco che esse sono altresì prive di ogni
sensibilità artistica. Incapaci non solo di creare, ma perfino di apprezzare
opere d’arte di qualsiasi tipo, quando ostentano interesse per queste cose è
solo per far colpo sugli uomini. Perché «è nella natura delle donne considerare
tutto solamente come mezzo per conquistare il maschio, e il loro interesse per
qualcos’altro è sempre e soltanto un interesse simulato, un mero stratagemma,
vale a dire che esso si riduce a pura civetteria e scimmiottatura». Quanto al
matrimonio, il filosofo se la prende con le leggi europee che impongono la
monogamia, poiché tale ordinamento suppone l’impensabile e inaccettabile
uguaglianza dei sessi. Un danno ovviamente per l’uomo che si sposa, il quale a queste
condizioni finisce per «perdere la metà dei diritti e raddoppiare i doveri».
Sicché il matrimonio monogamico, che rende uguale ciò che non lo è, risulta un
patto ingiusto, e i maschi sensati farebbero bene a starne alla larga. Laddove
la poligamia sarebbe vantaggiosa anche per le donne, che da un lato non
correrebbero il rischio di rimanere senza marito, e dall’altro non dovrebbero
più subire l’umiliante tradimento degli uomini. Infatti «ogni uomo ha bisogno
di più donne», e se gli si concede una sola moglie, egli non ha problemi a
lasciarla a casa per andarsene a prostitute. Costume che ovviamente l’ipocrisia
borghese vieta alle donne, la cui onorabilità esige la verginità prima del
matrimonio, e la fedeltà dopo. In definitiva però, il regime poligamico avrebbe
un vantaggio su tutti, che con la sua adozione le donne sarebbero «ricondotte
al loro vero ruolo, che è quello di essere subordinate».
Ecco,
sono parole che non hanno bisogno di commento, e che per così dire parlano da
sole. Di certo la misoginia è uno dei tratti peggiori della mentalità
reazionaria, che almeno Schopenhauer ha avuto la sincerità di mettere nero su
bianco. Purtroppo quella della donna come essere inferiore è una concezione
ancora diffusa nel senso comune, sedimentata in particolare da atavici
pregiudizi religiosi. D’altra parte abbiamo visto un’inclinazione simile anche
in Leopardi, e si potrebbero citare altri nomi di riguardo, tra cui lo stesso
Rousseau. Probabilmente però pochi come il nostro filosofo l’ha espressa con
tale schiettezza, e in quel modo così rivoltante. Sapevamo di quanto egli fosse
un tipo altero, cinico e sprezzante, ma evidentemente, come si dice, al peggio
non c’è mai fine. Il guaio è che ora ci tocca di riprendere il filo del
discorso morale, a questo punto difficilmente credibile, quando a parlare di
ciò che qualifica la bontà, è un uomo che la pensa nella maniera appena vista.
Perché evidentemente, per quanto sincera e doverosa sia la sua esortazione ad
amare gli animali, essa non può compensare il disprezzo degli uomini e l’odio
delle donne. Tuttavia occorre per forza distinguere tra predicatore e predica,
perché la dottrina etica di Schopenhauer presenta spunti che sono comunque
degni di attenzione.
Ebbene il filosofo escogita una per così dire
simmetria architettonica dei concetti di bene e male. Come abbiamo già visto,
dall’impulso egoistico scaturiscono i due vizi capitali: l’ingiustizia, che
consiste nel perseguire il proprio bene a spese dell’altro, ossia quando si
commette un torto per un tornaconto personale; e la crudeltà, che procura il
male dell’altro fine a se stesso, per il solo gusto di farlo. Così la pietà
costituisce all’inverso la comune fonte delle due «virtù cardinali», giustizia
e carità, delle quali ci apprestiamo a trattare ora. Sicché bene e male hanno
ciascuno la propria radice interiore, ed entrambi si manifestano in un duplice
modo possibile, ossia sono suscettibili di una doppia motivazione. Prima di
scendere nel dettaglio, però, è da tenere presente una differenza importante, e
cioè che il male lo si fa e basta, direttamente come viene, poiché l’altro è
come se non esistesse. Mentre il bene, che pure si fa, non è così immediato,
poiché deriva da una considerazione del prossimo, e precisamente del suo
dolore. Infatti, come aveva già notato Rousseau, non è il benessere altrui che
può muoverci a compassione, perché una tale condizione ci lascia anzi
indifferenti, oppure al limite ciò che suscita è l’invidia. Solo davanti a uno
stato sofferente, può quindi stimolarsi la nostra partecipazione, e solo a chi
sta peggio di noi, può rivolgersi il nostro soccorso. Inoltre, ancora sulla
scia di Rousseau, Schopenhauer osserva anche che compatire vuol dire sì sentire
il dolore dell’altro, ma non nel senso che si soffre il suo stesso male, che è
solo suo, quanto piuttosto di esso, cioè dello spettacolo cui l’altrui
condizione infelice ci mette di fronte.
Arriviamo
così al primo grado di condotta virtuosa, la giustizia. La quale è per così
dire meno buona dell’amore, proprio così come, per una sorta di simmetria
inversa, l’ingiustizia è meno cattiva della crudeltà. O ancora, mentre
l’ingiustizia è sopraffazione della volontà altrui, la giustizia è invece
abolizione della propria volontà oltre certi limiti. Nel senso che questa virtù
consiste in sostanza nel non nuocere ad altri, ossia prevenire il dolore del
prossimo astenendoci noi stessi dal recargli torto, per quanto è in nostro
potere. A questo grado l’impulso etico è quindi ancora «soltanto negativo»,
poiché si realizza in pratica con il non volere né fare il male dell’altro,
mentre positivo è piuttosto il comportamento contrario. D’altra parte abbiamo
già visto come per il filosofo l’ingiustizia sia un’inclinazione naturale, che
perciò costituisce la norma dei comportamenti umani, mentre la giustizia è
l’eccezione alla regola, ossia la sua negazione. E anzi già sappiamo altresì
come essa possa essere anche una doppia negazione, come nei casi di legittima
difesa, in cui colui che reagisce a un abuso di cui è vittima, appunto nega la
negazione della giustizia. Il quale caso è peraltro l’unico in cui è
giustificato l’uso della violenza o della menzogna, torti che diventano diritti
quando si tratta di far fronte a una minaccia incombente. Schopenhauer fa pure
un gustoso esempio per attestare la «qualità negativa della giustizia», cioè il
suo consistere di un atto passivo e derivato, contro la positività originaria
del suo contrario. La giustizia è infatti spesso intesa secondo la «definizione
volgare» del termine, ossia come «’dare a ciascuno il suo’». Che è però un
controsenso, perché quando uno possiede qualcosa, già ce l’ha, per cui non esiste
alcun motivo né bisogno di dargliela. Perciò il principio della giustizia è
piuttosto quello di «’non togliere a nessuno il suo’», che si coniuga appunto
in forma negativa. Qui però ci sarebbe un appunto da sollevare. Perché ad
esempio Cicerone, in un brano su cui torneremo più avanti, definisce la
giustizia non come dare, bensì come «rendere» a ciascuno il suo, nella
supposizione che gli sia stato tolto indebitamente, e in questo caso
l’obiezione di Schopenhauer non regge più. Resta comunque intatta la nozione
negativa della giustizia, confermata anche dal fatto che la «si può ottenere
con la forza», nel senso che lo Stato, se non può obbligare a fare il bene, ha
però il potere di costringere a non fare il male. Infine il nostro filosofo
cita a ulteriore sostegno della sua tesi anche U. Grozio, il giurista olandese
del Seicento, la cui celebre opera gettò le basi del Diritto internazionale,
dove proprio verso l’inizio costui dichiara che «il diritto coincide con ciò
che ingiusto non è», e quindi lo si deve intendere «in senso negativo più che
positivo» (Sul diritto della guerra e della pace, I, 1, § 3).
L’atto
di giustizia quindi, essendo una pura omissione, è altresì un gesto passivo,
nel senso che resiste alla tentazione di danneggiare il prossimo. E insomma,
ponendo freno alla tendenza naturale di agire ingiustamente, il soggetto
dimentica in un certo senso se stesso a favore dell’altro, nel che consiste il
primo passo della virtù, e il primo segno del valore morale di un
comportamento. Sicché è più difficile non fare il male che farlo, perché
istintivamente ciascuno è portato a preoccuparsi più di sé che degli altri. A
tale proposito Schopenhauer fa una precisazione, ossia che, sebbene la pietà
sia un sentimento naturale come l’egoismo, pure l’esercizio della giustizia non
è un atto spontaneo, e richiede anzi una certa «riflessione intelligente».
Poiché la virtù, affinché sia un costume consolidato, deve reggersi
sull’acquisizione della «nozione astratta» di rispetto verso il prossimo, la
quale deve valere una volta per sempre, mentre senza tali «solidi princìpi» la
moralità sarebbe un fenomeno casuale e occasionale. Il che si ricollega a
quanto detto poco fa sulle donne, che sarebbero incapaci di agire con giustizia
perché irragionevoli, mentre sarebbero più propense alla pietà poiché questa
non richiede alcuna riflessione. Sicché la giustizia, benché sorgente dalla
compassione naturale, necessita in più una certa «padronanza di sé», che solo
una coscienza intellettuale e morale può garantire. C’è infatti una bella
differenza tra legalità e moralità di un comportamento, poiché il primo è
dettato dall’ordinamento giuridico di uno Stato che è esso stesso il «capolavoro
dell’egoismo», mentre la vera giustizia è una pianta rara. Il non volere il
male altrui, infatti, e dunque il trattenersi dal farlo, ha valore non tanto
perché in caso contrario si rischia di commettere un reato penale, bensì quando
si pratica anche nella certezza che si potrebbe agire impunemente nel modo
opposto. Così il padrone che paga il salario al suo operaio agisce con
giustizia legale, ma non morale, poiché egli ha in realtà sfruttato il lavoro
altrui; mentre il povero che ritrova una somma di denaro, e sebbene non visto
la riconsegna al proprietario, magari ricco, allora questo è un caso di vera
giustizia. La quale per essere tale non deve realizzare altro che il
riconoscimento e rispetto dei diritti altrui, e senza aspettarsi niente in cambio,
proprio perché è giusto che sia così. C’è un passo suggestivo in cui Schopenhauer
sottolinea questa differenza, dove egli fa notare «quanto esigua sia la misura
della giustizia autentica, volontaria, disinteressata, nuda e cruda, che si
trova tra gli uomini; e come la si trovi soltanto in qualità di eccezione
sorprendente, la quale per qualità e quantità sta alla sua specie inferiore,
fondata sulla sola furbizia e proclamata a gran voce, come l'oro al rame».
Oltre queste belle parole, però, da ultimo occorre anche segnalare un’altra
frase del filosofo, quasi sibillina, e tuttavia non per questo meno
inquietante: «Noteremo ancora che l’equità è nemica della giustizia, e spesso
la danneggia gravemente; perciò non le si deve concedere troppo». Affermazione
che ancora una volta fa vacillare le stesse fondamenta dell’intero castello
morale, poiché postula la disuguaglianza come un ingrediente necessario alla
giustizia. Schopenhauer la butta là così, alla fine di un paragrafo, senza
premessa né spiegazione. Tuttavia c’è un suo esempio che quell’espressione fa
venire in mente, e sarebbe a dire la concezione della donna, la quale essendo
considerata naturalmente diversa dall’uomo, sarebbe ingiusto considerarla
uguale, mentre secondo tale pretesa giustizia dovrebbe occupare una posizione
inferiore. Un principio quindi evidentemente equivoco e nefasto, tanto più
perché varrebbe universalmente, e giustificherebbe allo stesso modo tutte le
disuguaglianze sociali possibili, come quella tra padrone e schiavo, o signore e
servo, o sovrano e suddito, o imprenditore e lavoratore, e così via (24).
Arriviamo
così alla seconda e suprema virtù, la carità. Che non deve intendersi come il
fare l’elemosina, bensì nel significato latino del termine caritas, che
vuol dire amore del prossimo in generale. Sentimento che rappresenta il massimo
grado in cui può esprimersi il valore morale di un’azione. Mentre infatti la
giustizia consiste in un atteggiamento negativo, di chi per rispetto dell’altro
si limita a non recargli danno; la carità è invece un comportamento positivo,
di chi per amore va incontro al prossimo in difficoltà. Sicché, mentre la prima
virtù è un passivo non fare il male, la seconda è un attivo fare del bene. O
ancora, mentre il giusto previene il male altrui, semplicemente astenendosi dal
farlo; il caritatevole invece condivide la sofferenza dell’altro, sforzandosi
di soccorrerlo con ogni mezzo. E il sintomo di una vera bontà d’animo è appunto
tale operosa sollecitudine verso chi ha bisogno, il dedicarsi al prossimo con sincera
generosità, che vuol dire non solo senza tornaconto personale, ma al limite
perfino a costo del proprio sacrificio. Il che, in una parola, significa
dimenticare se stesso a favore dell’altro, il quale diviene così lo scopo
ultimo di chi agisce. Sebbene quindi giustizia e carità abbiano la medesima
sorgente nella pietà, pure c’è una notevole differenza tra le due virtù, perché
nel primo caso sono trattenuto dall’agire in un certo modo, mentre nel secondo
sono spinto ad agire in un altro. La conseguenza è che il giusto, limitandosi a
non recare torto, può anche restare indifferente davanti alle disgrazie del
prossimo, senza per questo perdere la sua caratura etica. Laddove l’eccellenza
morale dell’amore sta proprio nel partecipare attivamente all’altrui
sofferenza, e non solo come davanti a uno spettacolo commovente, bensì
spendendosi ad alleviare per quanto possibile quel dolore. Schopenhauer
ribadisce quindi un pensiero già espresso, e cioè che anche in questo caso la
virtù non è compiacenza, bensì appunto compatimento. Perché non è tanto il
godere del bene altrui, a renderci degni di apprezzamento morale, quanto
piuttosto il soffrire del male cui si assiste, insieme allo sforzo speso nel
tentativo di lenirlo. E nonostante il filosofo sia consapevole di quanto ciò
possa sembrare paradossale, egli ripete più volte che «il puro amore è per sua
natura compassione». Mentre ogni altra sua forma, come già sappiamo, è puro
egoismo. Una madre ad esempio, che si compiace della gioia del proprio figlio e
compatisce il suo dolore, si comporta naturalmente, ma non moralmente, appunto
perché quella è la sua creatura, e si tratta perciò di un amore per così dire
di interesse. Mentre soccorrere un bambino estraneo che soffre, e farlo per un
altruismo incondizionato, quello sì è un atteggiamento che può fregiarsi di
valore etico, il gesto di una profondità che non a caso è difficile e raro da compiere.
Perché questo e tutti i casi simili richiedono una benevolenza universale verso
gli altri, nonché una condivisione totale della loro sorte avversa,
massimamente quando si tratta di persone che non fanno parte della nostra
cerchia di amici e parenti. Ci vuole insomma un radicato senso di umanità, e in
particolare di un’umanità sofferente, insieme a un rigoroso disinteresse, affinché
sia possibile l’esercizio del vero amore. Il quale esige di amare il prossimo
per se stesso, invece che per amor proprio, e impone anzi un oblio di sé tale
che, nel prestare soccorso, l’individuo è pronto a sacrificare tutto, anche la
propria vita. E senza nemmeno pensarci su, poiché quello dell’amore autentico è
uno slancio istintivo che non ha bisogno di riflessione, a differenza di quanto
visto invece a proposito della giustizia.
Schopenhauer
poi osserva come, nonostante la sua importanza, questa somma virtù dell’amore
sia rimasta sconosciuta agli antichi, perlomeno quelli della cultura
occidentale. I Greci, sebbene grandi moralisti, non hanno pensato a niente che
andasse oltre la perfetta giustizia, il “divino” Platone compreso. Farebbe
eccezione Cicerone, che il nostro filosofo nomina apposta, citando la fonte
dove si trova il concetto in questione. Il che da una parte è vero, ma appunto
solo in parte. L’opera in questione è Sui confini del bene e del male
(V, § 23), un Dialogo dove in effetti il retore romano a un certo punto usa
l’espressione ‘caritas generis humani’, cioè appunto l’amore del genere
umano, indicato come quanto di più moralmente notevole possa esserci. Solo che
tale amore universale di cui parla, come Cicerone spiega subito dopo, è
piuttosto un amore assai particolare. Poiché non sarebbe altro che
un’estensione del «nodo più sacro» dei rapporti umani, quello dei legami
coniugali e filiali, che in realtà sono i più egoisti di tutti. Insomma,
proprio secondo la stessa incongruenza vigente ancora oggi, che si sostiene
come la famiglia sia la base su cui si edifica la società, quando però quello
familiare è un interesse privato, mentre quello sociale è un bene comune, cioè
esattamente l’opposto. L’autore latino va poi anche oltre, elencando una sorta
di evoluzione a tappe intermedie dell’amore, che da quello familiare «si
estende ai parenti, agli alleati, agli amici, ai vicini, ai connazionali, ai
cittadini delle nazioni alleate, fino all’unione di tutto il genere umano». È
quindi evidentemente di un sentimento piuttosto opportunista che si tratta, in
tutti i casi di un amore che fa comodo, e che perciò non corrisponde per niente
ai severi requisiti richiesti dalla versione di Schopenhauer, il quale appunto
esclude ogni motivo egoistico affinché si dia un comportamento di valore
autentico. D’altra parte è lui stesso a precisare che quella menzionata da
Cicerone è solo una traccia della virtù eccelsa, la quale indicazione però,
benché appena accennata, rappresenta comunque un caso eccezionale nel panorama
della filosofia antica.
Invece
il nostro filosofo non ha dubbi su a chi spetti l’elogio per aver insegnato e
predicato la prima volta al Vecchio continente il supremo comandamento della
carità. Sarebbe a dire il Cristianesimo, che non a caso è definito anche come
la religione dell’amore, il cui «grande e squisito merito», consisterebbe
proprio in ciò. Il condizionale è
d’obbligo, poiché il generoso, ma anche affrettato e sommario giudizio che Schopenhauer
formula in questo caso, si presta ad alcune obiezioni piuttosto rilevanti,
suscitate in parte proprio dalle sue stesse osservazioni critiche fatte
altrove. Ebbene come si sa, è Gesù stesso a predicare il doppio comandamento di
amare Dio con tutto il cuore e gli altri come se stessi (Matteo 22,
37-40; Marco 12, 30-31; Luca 10, 26-27). In realtà i credenti
amano piuttosto Dio come se stessi, o meglio ancora se stessi come Dio. A parte
questa sua singolare applicazione, però, occorre precisare anzitutto che la prescrizione
dell’amore non è originale dei Vangeli, poiché dal passo stesso di Luca si
capisce come essa sia tratta dalla «Legge» ebraica. Nel Levitico ad
esempio (cap. 19, vv. 18 e 34), si impone chiaramente di amare il prossimo come
se stessi, e non solo i membri della propria comunità, ma anche i «forestieri».
Però non tanto perché costoro fossero degni di considerazione come tali, quanto
perché anche gli Ebrei a suo tempo furono prigionieri in terra straniera. La
versione di Giovanni è invece diversa, ma anche più problematica. Qui, nella
scena dell’ultima cena, Gesù dice di assegnare «un comandamento nuovo» (Giovanni
13, 34), che poi è sempre quello. Solo che in questo caso il dovere di
amarsi è rivolto ai discepoli e basta, affinché in tal modo essi facciano colpo
sugli altri. Inoltre è la stessa motivazione fornita da Gesù, a suscitare
qualche perplessità, poiché l’amore di cui parla sembra tutt’altro che
disinteressato. Egli spiega infatti che come «il Padre» ha amato lui, così lui
ha amato i discepoli, e così costoro devono amarsi tra loro (Ibid., 15,
9-12), secondo una reciprocità che rasenta più una forma di contrattualismo che
altro. Dato che scambiare amore contro amore, almeno stando ai canoni morali di
Schopenhauer, non ha alcun particolare valore né merito. Inoltre, ancora nel
testo giovanneo, il Nazareno dice che «Nessuno ha amore più grande di quello di
dar la sua vita per i suoi amici» (15, 13). Affermazione di nuovo smentibile
seguendo la lezione del filosofo, il quale opporrebbe che un amore più grande
ancora esiste eccome, ed è quello di chi perde la vita nel soccorrere uno
sconosciuto.
Ciò
che sconcerta di più, però, è che Gesù medesimo in un altro celebre passo
mostra di pensarla esattamente così, contraddicendo quindi in un certo modo se stesso.
Laddove egli, rivolto ai suoi, dice: «Se amate quelli che vi amano, quale
grazia ve ne viene? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del
bene a quelli che vi fanno del bene, quale grazia ve ne viene? Anche i
peccatori fanno lo stesso. E se prestate a quelli dai quali sperate di
ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per
riceverne altrettanto» (Luca 6, 32-34). Questo brano sul valore
dell’agire per disinteresse è veramente degno di nota, se non fosse per i
versetti che lo precedono e lo seguono. Gesù dice infatti quelle parole dopo
aver esortato ad amare i propri nemici, appunto a significare che amare gli
amici sono tutti capaci, mentre porgere l’altra guancia è un tutt’altro paio di
maniche. Anche questa nozione è però problematica. Perché da una parte Schopenhauer
stesso riconosce tale virtù in un passo della sua Memoria (p. 282), dove scrive
che «il magnanimo che perdona il nemico e che ricambia il male con il bene è
una persona sublime, degna della massima lode». Il che contrasta però con
l’altra sua osservazione, secondo la quale è la stessa logica giuridica a
decretare il diritto dell’autodifesa. Per cui se uno mi colpisse senza motivo,
sarebbe giusto reagire, piuttosto che prendere un altro schiaffo. Inoltre è
abbastanza ovvio che amare chi nuoce al prossimo, più che un’impresa scomoda, è
una pretesa piuttosto assurda e contraddittoria, sempre ammesso di aver chiaro
il significato della parola ‘nemico’. Costui è infatti spesso uno travestito
sotto mentite spoglie, un lupo che si spaccia per agnello, che quindi va
piuttosto individuato e smascherato, per essere combattuto e abbattuto. Mentre
soccombere passivamente al torto subìto, predicare la non violenza a tutti i
costi, è una strategia non solo vile, ma che non può portare da nessuna parte.
Quanto invece al versetto immediatamente seguente quelli appena citati, Gesù si
perde per così dire in un bicchiere d’acqua, e smentisce se stesso proseguendo
nel seguente modo: «amate i vostri nemici, fate del bene, prestate senza
sperarne nulla e il vostro premio sarà grande». Ecco dove si infrange ogni
nobiltà d’animo possibile, compreso l’amore impossibile verso i nemici; ecco
come il declamato disinteresse si rivela il più interessato di tutti, e per
l’ennesima volta seguendo le indicazioni di Schopenhauer. Il quale sostiene che
la sola ricompensa legittima che ci si
può attendere da una buona azione, è il senso di intima soddisfazione che si
prova per ciò che si è fatto. Laddove Gesù, che pure esorta chiaramente ad
essere buoni senza aspettarsi niente in cambio, al tempo stesso alimenta
l’attesa di un «premio» finale, tanto più grande quanto maggiore è il bene
compiuto. Sicché il fine ultimo di tutto ciò che facciamo non sono gli altri,
cui pure magari ci rivolgiamo con “amore”, bensì noi stessi e la nostra ansia
di “salvezza” eterna. Il nostro filosofo sembra non aver fatto caso a tutto
ciò. Egli cita un unico versetto dei Vangeli, laddove Gesù raccomanda che «non
sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra» (Matteo 6, 3), e porta
questo aforisma come l’esempio dell’autentica moralità cristiana, incappando
però in un clamoroso passo falso. In questo caso infatti, Gesù esorta a non
ostentare le elemosine che si elargiscono, solo per fare un’ipocrita bella
figura davanti agli altri, ma al contrario il gesto generoso deve restare
segreto, affinché abbia valore. E va benissimo. Solo che immediatamente prima
il Maestro aveva già messo in guardia i suoi ascoltatori dal fare della
beneficenza uno spettacolo per riscuotere applausi, minacciando loro che
«altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli» (6,
1). Mentre immediatamente dopo, a colui che seguirà l’indicazione di tenere
nascosta l’elemosina che fa, Gesù assicura che «il Padre tuo, che vede nel
segreto, ti ricompenserà» (6, 3). Insomma, esattamente come nel caso
precedente, la parvenza di disinteresse si dissolve come neve al sole della
promessa di un interessantissimo “premio” eterno. E lo strano è appunto che Schopenhauer,
il quale pure si è fatto paladino della falsa morale religiosa, denunciata
proprio per questi motivi, stavolta non si accorge di niente, e va ripetendo
che il Cristianesimo è la vera religione dell’amore. Tanto da sostenere che
tutta l’eccellenza morale del Nuovo Testamento consiste proprio in questa
virtù, mentre il Vecchio non riesce a concepire altro che la mèra giustizia.
Alla
fine però il filosofo torna per così dire in sé, o meglio corregge il tiro,
riconoscendo che, nonostante la qualità dei suoi valori, il Cristianesimo ha
una scarsa efficacia etica, come dimostra «il lungo registro di crudeltà
disumane» compiute per motivi religiosi lungo tutto il corso della
civilizzazione occidentale. Perché un comandamento semplicemente prescritto è
come un principio filosofico astratto; che, per quanto suggestivo possa essere,
non ha alcuna presa nel momento decisivo dell’azione. La fede si nutre infatti di
credenze passive, il che indebolisce il carattere, e alla prima occasione
concreta lo rende pronto ad abdicare ai princìpi più santi. Laddove soltanto lo
stimolo della compassione naturale può avere la forza di trattenere l’individuo
da certi comportamenti che non si devono, oppure di spingerlo a compierne altri
che sono doverosi. Sicché non ci sono dogmi filosofici o religiosi che tengano,
mentre la pietà è «l’unica genuina molla morale», il solo impulso fondamentale
che agisce e rende possibili i benché rari gesti di autentica giustizia e
carità (25).
A questo punto rimane un ultimo
problema, e cioè che il fondamento dell’Etica appena indicato, ha bisogno a sua
volta di essere fondato. Perché quello della compassione, sebbene sia un fatto
accertato, resta pur sempre ancora un fenomeno non solo paradossale, ma anche
misterioso. Sarebbe a dire «qualche cosa di cui la ragione non può rendere
direttamente conto, e le cui ragioni non si possono trovare attraverso
l’esperienza». Perché la pietà, che pure costituisce l’origine e la spiegazione
di ogni atto morale, non si capisce da dove a sua volta abbia origine. È insomma
qualcosa che si sente, ma non si comprende, né si riesce a definire, dato che
rimane in se stessa «un enigma». A noi è concesso attestarne l’esistenza,
comprenderne il come, ma non il perché, la causa, che rimane inaccessibile alle
forme tradizionali di conoscenza. Allora per risolvere tale inconveniente si
rende necessario andare oltre il piano della descrizione empirica, e fare
ricorso all’interpretazione metafisica, affinché lo spirito umano possa
appagarsi di una spiegazione ultima delle vicende morali. Compito al quale Schopenhauer
si appresta ovviamente volentieri, e a cui dedica l’ultimo capitolo della sua
Memoria, dove egli avverte che ora si tratta appunto di «abbandonare il saldo
terreno dell’esperienza sul quale abbiamo camminato finora, per cercare, là
dove nessuna esperienza può giungere in alcun modo, un’ultima soddisfazione
teoretica». Il filosofo aggiunge anche che il suo è un proposito arduo, primo
perché il problema metafisico è il più difficile di tutti; inoltre questo tema
non è neanche previsto nel bando di concorso cui partecipa con l’opera che sta
scrivendo; e infine è costretto a procedere per così dire a rovescio, cioè
dalle conseguenze al principio. Per tutti questi motivi egli avvisa il lettore
che la sua sarà quindi per forza un’esposizione solo parziale, un’indicazione
di massima che può solo tracciare la via da seguire, ma senza condurre alla
meta. Di fatto, la sua proposta fondazione metafisica del problema morale, non
è una grande novità rispetto a quanto visto finora, e ciò di cui egli parla qui,
è poco più di una semplice aggiunta che estende concetti già noti. Tuttavia è
ugualmente interessante vedere come la soluzione conclusiva di questa materia
vada a rifarsi al punto di partenza della sua filosofia.
Ebbene, come sappiamo dal capitolo due,
l’ibrido idealismo di Schopenhauer postula che la “Volontà” in sé è una e
identica, mentre i fenomeni per noi sono molteplici e diversi. Ciò che rende
tali questi ultimi sono lo spazio e il tempo, la cui «unione» operata
dall’intelletto spiegherebbe l’esistenza dei corpi materiali che ci circondano.
Nella supposizione che le coordinate spazio-temporali, però, non derivano
dall’esperienza, ma sono forme soggettive della conoscenza che noi possediamo a
priori, cioè prima di ogni esperienza, e anzi condizione affinché essa sia
possibile. Da una simile concezione segue che le cose intorno a noi sarebbero
tali solo grazie a noi, ossia che l’esperienza non consisterebbe nella nostra
adeguazione alla realtà, quanto piuttosto il contrario; ossia che la percezione
che abbiamo del mondo esterno sarebbe una conformazione di quest’ultimo a ciò
che è contenuto dentro la nostra testa. Il guaio è che tutto questo stravagante
e complicato meccanismo, è messo in piedi solo per poi dire che il mondo
empirico sarebbe una pura apparenza. Ossia che la reciproca posizione spaziale
e successione temporale dei corpi, cui pure assistiamo, non è la vera realtà,
bensì una sorta di sogno ingannevole, un velo dietro il quale si nasconderebbe
appunto l’unica, immutabile, indivisibile, eterna e infinita “Volontà”. Di cui
il mondo intero sarebbe quindi una manifestazione per così dire estemporanea,
nonché una «rappresentazione» del soggetto umano, che per la sua capacità
conoscitiva si distingue pur sempre dagli altri esseri. Tuttavia questa pur
significativa differenza non toglie che gli uomini, come tutte le cose, siano
anch’essi fenomeni apparenti della medesima “Volontà”, nel senso che i singoli
individui di cui abbiamo esperienza, sono tali solo per noi, ma non in se
stessi.
E proprio quest’ultima è la
supposizione metafisica dalla quale Schopenhauer trae le conseguenze morali
della sua dottrina. A tale scopo egli definisce lo spazio e il tempo come il «principium
individuationis», appunto per ribadire che anche l’individualità umana,
cioè la molteplicità e diversità dei soggetti, non è la realtà, bensì un
portato della nostra struttura mentale, che attraverso quelle sue proprie forme
produce, per così dire, il mondo variegato che conosciamo, compreso quello
umano. Ora il guaio è che in genere gli uomini non sono consapevoli di questo
stato di cose, per cui ciascuno considera la differenza tra se stesso e gli
altri come assolutamente oggettiva, invece che una mèra apparenza. Di qui il
prevalere dell’egoismo e di tutti i mali che esso procura. Perché l’individuo
che rimane «prigioniero» del principio di individuazione, non pensa che ad
affermare se stesso, e a tale scopo è pronto a danneggiare gli altri se
occorre. Ignorante del fatto che ogni volere particolare è la manifestazione di
un unico “Volere” universale, nonché incurante dell’indifferenza esistente tra
il dolore causato e quello patito, il cui bilancio consiste in una sorta di
autolesionismo della “Volontà” medesima. D’altra parte è facile restare
impigliati in questo circolo vizioso, perché come l’egoismo è un sentimento
istintivo, così l’individuazione è a prima vista una condizione del tutto reale
e indubitabile. La dimensione spazio-temporale è infatti una diretta
conseguenza del principio di ragione, il quale con le sue regole e leggi ordina
il mondo dell’esperienza così come lo percepiamo, fatto di corpi distinti e
separati, nonché di individui estranei l’uno all’altro. Tutto sta a capire che
tale ricchezza empirica è solo fenomenica, cioè apparente o ideale, e non
reale; oltre o dietro la quale si nasconde la vera essenza del mondo.
Occorre insomma contraddire e negare
l’esperienza ordinaria, che in pratica siamo noi stessi a costruire, se
vogliamo acquisire un punto di vista ulteriore da cui guardare la vera realtà
qual è in se stessa, ossia indipendentemente dall’ingerenza delle nostre
categorie concettuali. Non a caso la “Volontà” rivelata costituisce decisamente
un altro mondo. Unica, immutabile e indivisibile com’è, sta fuori dallo spazio
e dal tempo, e la legge di causalità non ha alcuna presa su di essa. A questo
punto si intuisce anche la conseguenza morale di tale cambiamento di rotta.
Come lo spazio e il tempo sono semplici forme della conoscenza sensibile, così
l’individuazione dei singoli e la pluralità dei molti costituiscono una pura
formalità, poiché relativa ai fenomeni, e non alla “cosa in sé”. Sicché
molteplicità e diversità, nonostante l’esperienza che ne abbiamo, si rivelano
per ciò che sono, ossia mèra apparenza, illusione che deriva dal nostro modo di
conoscere, rappresentazione per noi di ciò che nell’essenza è invece assoluta
unità e identità della “Volontà” in se stessa. Tale nuova cognizione, questo
superiore livello di coscienza che vede al di là del fenomeno, comporta
per chi lo adotta il riconoscimento del suo proprio essere nell’altro, e il
rendersi conto che l’intima essenza avvertita immediatamente dentro di sé è la
stessa che anima ogni altro vivente. Come a significare che, siccome tutto è
uno, e ciascuno è manifestazione della medesima “Volontà”, allora siamo per
così dire tutti fratelli, e insomma tutti uguali.
Una presa d’atto che, tradotta nella
pratica, si esprime nella condotta alternativa alla precedente, segnando il
passo dal comportamento tradizionalmente egoistico a quello opposto. Perciò
l’uomo giusto si astiene dal recar danno, perché sa che la separazione tra chi
procura il dolore e chi lo subisce è del tutto apparente, trattandosi sempre
della medesima “Volontà” che, come accecata dal suo radicamento nella
singolarità fenomenica, non si accorge di fare il male da un lato e di
soffrirlo al tempo stesso dall’altro. Man mano che poi questa cognizione
progredisce, cresce anche la qualità morale dell’individuo. Il soggetto che
avverte con sempre maggior chiarezza quel sentimento di uguaglianza tra il
proprio io e coloro ai quali si rivolge, perviene fino ai massimi gradi della
carità, e perfino al supremo sacrificio di sé a favore dell’altro.
Schopenhauer cita una formula
dell’antico Oriente indiano, che secondo lui racchiude il senso del suo
discorso sulla fondazione metafisica della morale. Tratta dai Veda, «il
libro più antico del mondo», essa in sanscrito suona «tat-twam asi», e
significa «questo sei tu». La quale espressione indica la massima che, di
fronte a ogni altro vivente, ripete a se stesso colui che ha conseguito la
virtù. Sicché è da tale coscienza dell’identità di tutti gli esseri, che deriva
il superamento della concezione che nel prossimo vede un semplice «non-io», per
considerarlo invece come «ancora io», ed agire di conseguenza. A tale grado
diciamo così d’illuminazione, che penetra la profondità della realtà, cadono le
barriere divisorie tra gli individui, per far posto a rapporti umani sinceri e
solidali. All’odio suscitato dalla diversità, subentra l’amore che si alimenta
dell’affinità, per cui il prossimo diviene risorsa di amicizia, da ostacolo
nemico che era. Ecco una bella immagine con cui Schopenhauer esprime questa
concezione, arricchita peraltro di una suggestiva ispirazione psicanalitica:
«chi, animato da ostilità, irrompesse fino nell'intimo più profondo del suo
odiato avversario, vi scoprirebbe, con grande sorpresa, proprio se stesso.
Infatti, esattamente come nel sogno in tutte le persone che ci appaiono noi
nascondiamo noi stessi, così avviene anche nella veglia, - anche se non sia
tanto facile il riconoscerlo. Eppure tat-twam-asi». In sintonia con
questo pensiero il filosofo aggiunge poi un altro dettaglio, ossia che, come
tutte le dottrine religiose, anche quella indiana è dovuta ricorrere al mito,
affinché il popolo ignorante potesse afferrare quel profondo principio
altrimenti inaccessibile. Di qui il dogma della metempsicosi, che, sebbene in
forma di «surrogato» della verità filosofica, attesta appunto l’unità e
identità metafisica dell’essere, oltre l’apparente pluralità e diversità dei
fenomeni. Credere infatti che l’anima trasmigrerà in una vita futura, che si
reincarnerà e che le toccherà in sorte quella stessa che ha fatto subire agli
altri nella vita presente, non è se non la conferma del presupposto che siamo
un tutt’uno, ossia che il tormentatore e il tormentato sono di fatto la stessa
cosa. Anche se nel caso del mito questo accade in tempi diversi, mentre secondo
la versione di Schopenhauer la “Volontà” arreca dolore e lo soffre
contemporaneamente.
D’altra parte potrebbe anche sembrare
che questo riconoscersi nel prossimo sia in sostanza una versione esotica
dell’amare gli altri come se stessi. Opinione che però il nostro filosofo nega,
escludendo che il Cristianesimo abbia adottato la dottrina di cui sta parlando.
Perché in effetti la nozione dell’identità di tutte le creature, che pure,
essendo la più antica, è la più radicata, costituisce una sorta di panteismo,
che mal si concilia con la teologia ufficiale della Chiesa. Il filosofo ne
segnala invece tracce nell’Eleatismo, nel Pitagorismo, e soprattutto nel
Neoplatonismo. Mentre tra i pensatori medievali indica Scoto Eriugena, il quale
non a caso ha fatto propria la teoria della divinità di Plotino, giusto però
adattandola alle esigenze cristiane, e in sostanza traducendo l’impersonale
«Uno» neoplatonico nel paterno Dio biblico. Invece tra i filosofi della
tradizione occidentale che rievocano l’antica sapienza indiana, Schopenhauer
nomina Bruno, Spinoza e perfino Schelling. Solo Kant però, che con la sua
Estetica trascendentale avrebbe dimostrato l’idealità dello spazio e del tempo,
può fregiarsi del merito di aver fornito l’inoppugnabile prova filosofica di
quella verità, benché poi Kant stesso non vi sia pervenuto. Laddove per la
«filosofia di donnicciole» dei professori universitari dei suoi tempi, il
pensiero di una sostanziale identità di tutti gli esseri suona non solo
blasfemo, ma anche imbarazzante, e quindi preferibilmente da evitare (26).
In
conclusione, è ovvio che questa interpretazione metafisica che Schopenhauer
propone, quale garanzia di qualità e verità della sua morale, non è così
convincente come lui crede. Perché nonostante la dottrina della compassione sia
ricca di spunti avvincenti, la sua fondazione non regge, almeno per chi non condivide
il suo idealismo e non crede alla sua filosofia della “Volontà”. Laddove è solo
a queste condizioni che i conti del filosofo tornano. Inoltre non si può
evitare di notare lo stridente contrasto, difficilmente conciliabile, che
risulta tra teoria e pratica. Infatti, mentre l’esercizio della pietà sarebbe
un gesto naturale e spontaneo, la sua spiegazione e giustificazione
richiederebbe invece lo studio approfondito e la comprensione di un’intera e
voluminosa opera filosofica. La quale, come se non bastasse, conduce attraverso
un tortuoso e macchinoso percorso. Prima presentando una complicata conoscenza
del mondo, che poi viene però smentita come apparente e ingannevole, da
superare per far posto a una presunta vera realtà esattamente contraria. Così che
l’esperienza che pure abbiamo di tutte le cose, compresi gli individui nostri
simili, ci sarebbe data come attraverso un velo che offusca la vista, - e
Schopenhauer evoca espressamente l’immagine del «velo di Maja» proprio del
Brahmanesimo - il quale limiterebbe la nostra conoscenza entro i limiti angusti
del verosimile. Sicché sollevare questo “velo”, scorgere al di là di esso,
sarebbe la condizione perché si concepisca il vero sapere, e si compia
l’esercizio autentico della virtù. Conseguenze inevitabili, di questo come di
ogni idealismo, quando si pretende di attribuire realtà a ciò che di reale ha
solo la fervida immaginazione metafisica dei filosofi. Chiaramente Schopenhauer,
che pure non nasconde gli aspetti misteriosi e paradossali della sua dottrina,
è convinto della sua assoluta verità. Egli ritiene che il suo compito sia dire
a tutti i costi come stanno le cose, nonostante ciò possa essere scomodo o
doloroso. Anche nella consapevolezza che le sue parole non saranno ascoltate
come dovrebbero, e tuttavia fiducioso che un giorno il suo merito sarà
riconosciuto. Il filosofo sente tanto forte tale vocazione, da impersonare
infine egli stesso la verità, forse con un eccesso di presunzione, ma sempre
con una prosa gradevole e uno stile accattivante. Ecco infatti come termina la
sua Memoria, nella certezza che almeno la posterità saprà far tesoro della sua
lezione: «In tutti i secoli la povera verità ha dovuto arrossire di essere
paradossale, eppure non per colpa sua. Essa non può assumere l'atteggiamento
trionfante dell'errore universale, e allora guarda sospirando il suo divino
protettore - il tempo - che le fa cenno di vittoria e di gloria, ma il cui
battito d'ali è così ampio e lento, che intanto gli individui muoiono. Mi rendo
perfettamente conto del paradosso che questa spiegazione metafisica del
fondamento primordiale dell'etica deve rappresentare per le persone con una
cultura occidentale, abituate a ben altri fondamenti dell'etica, e tuttavia non
posso tacere la verità. (...) Quando si cerca di promuovere la conoscenza e
l’intelligenza umana, si incontra sempre la resistenza dei contemporanei,
simile a un fardello che bisogna trascinare e che preme pesantemente al suolo,
ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi
sono contro di noi, abbiamo con noi la verità, la quale, dopo essersi unita al
suo alleato, il tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio
oggi tuttavia domani».
6.2 Prologo ed epilogo del nichilismo
La
morale di Schopenhauer dunque, per quanto apprezzabile sotto vari aspetti, non
è esente da serie difficoltà filosofiche. L’esercizio della virtù, in
particolare quella suprema dell’amore disinteressato, consiste nella pratica in
un agire impulsivo, che non richiede alcuna riflessione particolare. Mentre in
teoria si spiega con un grado di coscienza superiore alla norma, di chi non
solo fa propria la conoscenza ordinaria del mondo, secondo le leggi e le forme
del principio di ragione, ma che poi quel sapere stesso contraddice e rinnega.
Questo perché secondo l’impostazione dualista, tipica dell’idealismo, l’uomo si
trova invischiato a barcamenarsi tra “due mondi” dai caratteri alternativi. La
cui opposizione è inoltre anche un travisamento senza scrupoli della realtà,
poiché il mondo come rappresentazione, che sarebbe quello dell’esperienza
empirica, è ridotto a una consistenza puramente ideale; mentre l’invenzione
metafisica di un mondo come “Volontà” è spacciata per veramente reale.
Un’ottica per cui il sapere storico e scientifico, che si attiene ai dati
sensibili, è giudicato una mèra illusione; mentre il vero sapiente sarebbe il
filosofo che guarda oltre certe minuzie, appunto a un presunto altro mondo
opposto a questo. E ovviamente anche le implicazioni morali di una simile
impostazione, per quanto conseguenti alle premesse siano, non possono
convincere se non gli idealisti, che quelle premesse appunto condividono.
Abbiamo anche notato una certa simmetria dei concetti, che aiuta a comprendere
meglio l’Etica di Schopenhauer: l’egoismo e la pietà, l’ingiustizia e la
giustizia, la crudeltà e la carità. Le quali contrapposizioni però, se anche
reggono a un primo sguardo, diventano problematiche non appena si tenta di
giustificarle con una spiegazione metafisica, anche se lo si fa con un
ragionamento dalla sequenza logica coerente. Ovviamente però questo è il
terreno su cui si muove il nostro filosofo, e quindi a esso dobbiamo attenerci
qui anche in ciò che segue, prima di tutto la sua concezione estetica, strettamente
legata a quella etica.
A
quanto visto finora, l’egoismo si erige sulla fatale illusione del mondo
sensibile. Colui che si arresta all’esperienza spazio-temporale, considera la
sua individualità al di sopra di tutto, e vede negli altri soltanto degli
ostacoli da superare, allo scopo di affermare la propria volontà. Laddove la
compassione sorge da un’atra, opposta consapevolezza, secondo cui la
molteplicità e diversità dei singoli è appunto solo apparente, perché in realtà
vige l’identità metafisica di tutti gli esseri. Sicché dalla rivelazione della
“Volontà” universale vien meno la forza prepotente della volontà individuale,
che così procede al mutamento di rotta comportamentale. Il soggetto prende atto
dell’inconsistenza e insignificanza delle sue pretese egoiste, e invece di
porsi al centro e volere tutto, dimentica in un certo modo se stesso, si
riconosce nell’altro identificandosi con lui, e agisce di conseguenza.
L’avvento della moralità implica quindi una doppia negazione, sia della normale
conoscenza secondo il principio di ragione, e sia della volontà naturale che
ciascuno ha, di avere tutto per sé. Superare tale tendenza connaturata,
distogliere lo sguardo dall’attenzione esclusiva per il proprio orticello,
autolimitare le pretese personali fino al rischioso soccorso degli altri: tutto
ciò sarebbe l’esito della raggiunta consapevolezza metafisica della realtà, la
ragione che spiegherebbe come sia possibile compiere azioni di autentica
giustizia e carità.
Ebbene secondo Schopenhauer anche l’arte, pur
con le dovute differenze, segue un procedimento analogo, che sovverte il sapere
ordinario e allenta la presa che per sua natura il volere ha su di noi e sulla
realtà. La differenza è che mentre la sfera etica riguarda il rapporto dell’io
agli altri individui, nell’esperienza estetica è la relazione del soggetto
all’oggetto a entrare in gioco. Ora, per l’intelletto comune e per la scienza,
l’oggetto empirico è intuito e conosciuto in qualità di fenomeno nei suoi
rapporti spazio-temporali e causali; oppure, in quanto motivo, nella sua
relazione con la volontà. In entrambi i casi conformemente alla partizione del
principio di ragione, con le sue regole e i suoi limiti. Invece nell’arte
questo rivolgersi del soggetto all’oggetto cambia fisionomia, e anzi muta
radicalmente, dando luogo a una conoscenza nuova, che si distingue poiché
annulla quella sensibile tradizionale. In questo caso, infatti, l’intuizione va
oltre l’esteriorità materiale della rappresentazione, l’intelletto diviene
autonomo rispetto al consueto meccanismo di dipendenza dal volere, e l’oggetto è
contemplato, più che conosciuto. Detto altrimenti, con l’esperienza artistica
non si percepisce più la cosa singola, bensì «l’idea».
A
tale controverso concetto abbiamo già fatto cenno alla fine del paragrafo 2.2,
dove è anticipato cosa Schopenhauer intenda con simile espressione. Egli
riesuma in sostanza l’antica dottrina di Platone, prendendola senz’altro per
buona, e però adattandola alle esigenze del suo pensiero, proprio secondo lo
stesso approccio che ha usato anche con Kant. Ricordiamo a proposito la
profonda affinità che il nostro filosofo riscontra tra la kantiana cosa in sé e
l’idea platonica, ossia la comune posizione idealistica, che riduce il mondo
empirico alla mèra apparenza di qualcos’altro. Così egli azzarda che «l’intimo
senso delle due dottrine è identico», perché si spiegano reciprocamente l’una
con l’altra, e sono come «due strade affatto diverse che pure conducono a una
stessa meta. Ovviamente tale lusinghiero giudizio non è senza riserve e, tanto
per cominciare, Schopenhauer condanna senza appello la dottrina kantiana delle
idee. Dai paragrafi 3.2 e 4.1.1, sappiamo delle tre «idee trascendentali» (la
semplicità dell’anima, la totalità del mondo e l’esistenza di Dio) che la ragione
produrrebbe allo scopo di conseguire un sapere assoluto. Idee che appunto Kant
rivela, ma solo per poi dimostrare che trattasi di tre oggetti ignoti e
inconoscibili. La pretesa della ragione di conoscere certe cose è naturale, ma
vana, nonché dannosa, poiché a star dietro certi argomenti la nostra facoltà
incorre in discorsi sofistici, ossia raziocini dialettici che non hanno per
così dire né capo né coda. Ebbene, ciò che Schopenhauer obietta a questa
concezione è «il misuso», cioè l’infelice uso che Kant ha fatto della parola
‘idea’, travisandone così il genuino significato platonico originario. E
contraddicendo altresì la stessa etimologia del termine, la quale si riferisce
all’evidenza di qualcosa che si vede, e quindi che si conosce piuttosto che ignora.
Perciò il nostro filosofo vanta il merito di restaurare il significato
autentico delle idee, ossia non quali semplici concetti, bensì come vere e
proprie realtà, cui la conoscenza è in un certo modo capace di accedere. Ancora
con linguaggio platonico, questi “enti” sono intesi come «forme eterne», ossia
«modelli» immutabili, di cui le singole cose sono ripetute e transitorie copie
soggette a generazione e corruzione. Con ciò però si esaurisce la fedele
adesione all’idealismo classico di Platone, perché poi per il resto la dottrina
delle idee di Schopenhauer va proprio per conto suo, e si presenta piuttosto
come una sostanziale revisione dello stesso platonismo, come del resto abbiamo
visto essere anche del kantismo (27).
Stando
alla sua versione, infatti, le idee costituirebbero una realtà intermedia tra
la cosa in sé e i fenomeni. Nel senso che dalla “Volontà” deriverebbe prima un
“mondo delle idee”, e poi il mondo naturale. Con la differenza che quest’ultimo
è il mondo come rappresentazione, cioè obiettivazione graduale della “Volontà”,
che si manifesta nelle forze e nei vari corpi della Natura, attraverso la
mediazione delle forme sensibili e intellettuali del nostro apparato
conoscitivo. Mentre le idee sarebbero prodotte d’un botto, ciascuna come «immediata
e quindi adeguata oggettità della cosa in sé». Sicché il campionario degli enti
si arricchisce di questo nuovo elemento, il quale pur essendo in sé immediato,
fungerebbe però da mediatore tra il mondo metafisico della “Volontà” e quello
fisico della Natura. Sui rapporti tra le idee e le cose, Schopenhauer non se ne
fa un problema più di tanto. Ad
eccezione dell’uomo, infatti, ogni specie di minerale, vegetale e animale
farebbe capo a una singola idea. Quanto alla nostra specie superiore, invece,
ogni individuo disporrebbe della propria per così dire idea personale. Perché
mentre gli altri animali si comportano sostanzialmente tutti nello stesso modo,
noi altri ci distinguiamo invece per la marcata differenza che c’è nei tratti
sia somatici e sia caratteriali di ciascun esemplare.
Il
punto cruciale della questione, però, è che le idee sono da una parte estranee
alle forme del principio di ragione, perché fuori dallo spazio e dal tempo,
nonché svincolate dal nesso di causalità; ciascuna è infatti una e immutabile,
al contrario della molteplicità e del divenire dei corpi di cui abbiamo
esperienza. Eppure d’altra parte esse sono ugualmente l’oggetto di una
particolare conoscenza, solo che non fenomenica, bensì del tutto nuova. In tal
senso ogni idea si distingue dalla “Volontà” come impenetrabile cosa in sé,
mentre conserva la forma primordiale della rappresentazione, che è quella di
essere oggetto per un soggetto. Ebbene la condizione perché la novità
dell’oggetto ideale diventi conoscibile, è che si abbia un nuovo tipo di
soggetto conoscente, il quale in pratica è tenuto ad abolire in un certo modo
se stesso: «Se si vuole che le idee diventino oggetto della conoscenza, questo
può accadere solo col sopprimere l'individualità nel soggetto conoscente». E ancora:
«certo è che quando sia a noi possibile sollevarci dalla conoscenza delle
singole cose a quella delle idee, ciò può aversi solo accadendo nel soggetto
una mutazione corrispondente e analoga a quel gran cambiamento nel modo
d'essere dell'oggetto; per cui il soggetto, in quanto conosce un'idea, non è
più individuo» (28). Per quanto sconcertanti siano simili espressioni, occorre
dire che, seguendo il filo dei suoi ragionamenti, il discorso di Schopenhauer
almeno non è privo di coerenza logica. Perché egli in sostanza dice che, come
sul piano etico l’uomo deve superare se stesso, trascurando il proprio io a
favore dell’altro; così sul piano estetico deve dimenticare la propria
individualità, per riuscire a cogliere l’essenza ideale dell’oggetto cui si volge.
Sicché,
come in ambito morale si tratta del passaggio dall’egoismo all’altruismo, così
nell’esperienza artistica il mutamento di rotta è appunto quello che dalla
«volgare conoscenza» dei corpi si eleva a quella sublime delle idee. E cosa
accade in quest’ultimo caso, che «il soggetto cessa di essere semplicemente
individuale, diventando soggetto puro della conoscenza, privo di volontà» (29).
Anche quest’altra frase sibillina si spiega avendo presenti le premesse
dottrinali del filosofo. Come già sappiamo, infatti, la conoscenza ordinaria
che ciascuno ha del mondo, è asservita al volere. Non solo il corpo umano,
cervello compreso, è il più alto grado di obiettivazione della “Volontà”, ma lo
stesso conoscere dell’intelletto è a sua volta finalizzato ad assecondare la
volontà di vivere del soggetto, che poi vuol dire trovare i mezzi necessari a
soddisfare i suoi bisogni. Questo fatto non è esclusivo dell’uomo, perché anche
negli altri animali l’apparato conoscitivo serve a sopravvivere. La differenza
è che nella nostra specie le maggiori dimensioni del cervello e delle sue
capacità devono attribuirsi ai nostri bisogni che si sono fatti sempre più
complessi. A queste condizioni quindi, la conoscenza non è disinteressata, e
anzi nemmeno quella scientifica lo è, poiché ciò che questo tipo di sapere
persegue è capire quali siano i rapporti causali che intercorrono tra gli
oggetti, allo scopo di sfruttarli vantaggiosamente. Conoscere la Natura
significa infatti decifrare le leggi secondo cui i suoi corpi si modificano,
allo scopo di usare poi quelle leggi per piegare la Natura stessa ad agire
secondo le nostre esigenze.
Si
capisce quindi in che senso occorra un approccio diverso, se si ambisce a una
conoscenza ulteriore del mondo, più “pura”, essenziale e disinteressata del
solito. Sarebbe a dire che il soggetto, nel suo approccio all’oggetto, deve
affrancarsi dalla brama del volere, e guardare in modo distaccato a ciò che ha
di fronte. Cioè l’individuo, più che indagare sulle relazioni di causa ed
effetto che l’oggetto ha con gli altri corpi e con se stesso, deve fermarsi e
immergersi nella muta «contemplazione» di ciò che esso è di per sé. In questa
maniera, «quel che viene così conosciuto non è più la singola cosa come tale,
ma è l'idea, l'eterna forma, la diretta oggettità della volontà in quel grado.
E perciò appunto non è più individuo quegli che è assorto in tale intuizione,
imperocché proprio l'individualità vi s'è perduta. Egli è invece puro soggetto
della conoscenza, fuori della volontà, del dolore, del tempo». Schopenhauer fa
notare che quella delle idee è una conoscenza eccezionale, e precisa che tale
sua dottrina è una «stranezza» solo apparente, anche perché la si troverebbe
già nello stesso Spinoza, laddove costui sostiene che la mente umana
«concepisce le cose sotto specie di eternità» (Etica, V, prop. 31,
scolio). Sta di fatto che questo approccio di cui il nostro filosofo parla,
avrebbe una duplice conseguenza. Anzitutto che l’individuo e l’oggetto cambiano
per così dire la loro natura, il primo diventando «puro soggetto del
conoscere», e l’altro manifestandosi come idea. In secondo luogo i due poli del
rapporto finirebbero al tempo stesso per identificarsi, poiché il conoscente in
contemplazione, dimentico di sé, si perde nel conosciuto che gli si rivela,
così che soggetto e oggetto non sono più distinguibili. Un esito che
contraddice in pieno la conoscenza ordinaria del mondo, ma che non per questo è
di per sé contraddittorio, perché anzi confermerebbe la verità del postulato
idealista. Nel mondo come rappresentazione, infatti, l’individuo è ancora preda
della propria individualità e volontà, e quindi resterebbe fermo all’apparenza
della molteplicità e mutevolezza dei singoli fenomeni; mentre nel mondo delle
idee egli, spogliato di se stesso, si eleverebbe alla percezione della vera
essenza delle cose, che sarebbe una, universale e immutabile per ogni specie.
La conseguenza più grave di simile atteggiamento già la conosciamo, ossia il
disprezzo per la conoscenza scientifica e storica. Saperi che, invece di guardare
all’essenziale delle cose, si perdono dietro il cumulo dei fatti del mondo
naturale e di quello umano, come se fossero quelli la vera realtà.
Laddove
per fortuna c’è un’altra disciplina che bada al sodo, guardando oltre le
minuzie empiriche, e sarebbe a dire «l’arte, l’opera del genio». Il cui unico
scopo è appunto la conoscenza delle idee, e la loro rivelazione tramite la
produzione artistica. Sicché esiste la «maniera razionale» di concepire il
mondo, che è imbrigliata nelle maglie del principio di ragione e dei motivi
utilitari; e c’è invece la «maniera geniale» di considerare le cose, la quale
scardina tutti i vincoli e gli scopi della conoscenza tradizionale. In questo
caso l’artista si pone davanti all’oggetto preso di per sé, isolatamente, senza
badare al contesto delle sue relazioni, ai suoi rapporti con gli altri oggetti
o con la propria persona. Così che l’osservatore diviene «chiaro occhio del
mondo», interessato solo a vedere le “idee” nascoste dietro le cose, piuttosto
che star dietro ai concetti astratti dalle cose medesime. Inoltre, mentre
l’uomo comune è una «merce all'ingrosso della natura, che ne produce migliaia
al giorno», compresi gli scienziati e gli storici, invece l’uomo di genio è un
caso raro e prezioso da incontrare. Raro perché egli, dimentico di se stesso,
non è preda del solito opportunismo meschino che in genere spinge ciascuno a
fare ogni cosa; prezioso perché ciò che questa figura rivela è della massima
importanza, e quindi degno della maggiore attenzione possibile. Le idee sono
infatti un patrimonio conoscitivo fine a se stesso, che non ha per così dire
scopo di lucro, se non quello di arricchire interiormente colui che arriva a
percepirle. Perché ciò accada, e si riesca a vedere il mondo qual è veramente,
occorre prendersi tempo per indugiare nella pura contemplazione, a differenza
delle persone normali che osservano fugacemente le cose, giusto quanto basta a
servirsi di esse. Per questa sua attitudine il genio è un personaggio
stravagante, che per certi tratti rasenta la follia. Egli non solo è incurante
dei propri affari, e dedito a viaggiare con la fantasia, ma neanche si trova a
suo agio con le discipline logiche e matematiche, che richiedono attenzione per
i dettagli, e costringono il pensiero a seguire regole determinate. Perciò
nemmeno può dirsi che sia un uomo intelligente, dato che su di lui non hanno
presa le forme e le leggi del principio di ragione, nell’applicazione del quale
consiste appunto l’uso dell’intelligenza. Piuttosto quello geniale è un uomo
sregolato e dal carattere difficile, intemperante e uso agli scatti d’ira,
nonché con la testa per così dire tra le nuvole, perché privo dell’ordinario
buon senso comune. Neanche si presta all’ipocrisia delle buone maniere, per cui
non usa l’accortezza di frenare la lingua, incorrendo nei guai cui può cacciare
la sincerità senza mezzi termini. Insomma, «da per tutto il genio vede estremi,
e appunto perciò la sua azione va sempre all'estremo: non sa cogliere la giusta
misura». Perciò egli, tutto preso dalla superiore conoscenza delle idee, poi si
perde nei dettagli pratici, distratto e incapace di star dietro alle inezie
della vita quotidiana (30).
Tuttavia
la contemplazione del genio, benché disinteressata e fine a se stessa, ha pur
sempre uno scopo, che è quello di produrre l’opera d’arte. Quindi l’artista non
è del tutto svincolato dal volere. A parte i tratti volitivi del carattere,
infatti, egli vuole soprattutto manifestare il proprio talento, creando
qualcosa di ammirevole. In questo modo comunica al mondo le sue visioni, rende
partecipi gli altri della sua speciale esperienza conoscitiva, e tale esigenza
di trasmettere le “idee” costituirebbe appunto il bello dell’arte. E siccome la
produzione artistica è rivolta al pubblico, ecco che occorre spiegare anche la
fruizione dell’opera, ossia il godimento del gusto estetico che essa provoca.
Ebbene il meccanismo è praticamente lo stesso che agisce nel genio, solo più
affievolito e momentaneo. Così lo spettatore che, davanti a un capolavoro,
prova un intenso sentimento di piacere suscitato dalla bellezza che vede, è un
individuo che per un momento dimentica se stesso. In un frangente simile costui
si libera della propria personalità, e alleggerisce altresì i fardelli della
quotidianità, elevando il proprio spirito a una sorta di assaggio delle “idee”.
E insomma, come l’artista si pone di fronte agli oggetti naturali, di cui poi
riproduce l’idea; così, anche se in misura minore, il fruitore del bello si
pone di fronte all’opera d’arte, nell’ammirazione della quale, quell’idea gli
si fa appunto accessibile.
Sicché
la funzione del genio artistico, filosoficamente compresa, sarebbe in
definitiva quella di colui che mette e tiene in moto la circolazione delle
“idee” tra gli uomini. Un po’ come la funzione che ha il mercante di far
circolare il denaro. Con una decisiva differenza, però, che l’esperienza
estetica è assolutamente disinteressata, al contrario dell’attività economica
mossa esclusivamente dai ricavi che se ne traggono. Paradossalmente, infatti,
l’oggetto artistico non suscita alcun interesse, se non il gusto di osservarlo,
e solo perché è bello. «Tutto è bello fino a quando non ci riguarda», dice il
filosofo nei Supplementi (p. 387), appunto a significare che il
godimento estetico si distingue dagli altri piaceri, nella misura in cui
esclude il possesso e consumo dell’oggetto. Eppure, nonostante questa
restrizione, l’ammirazione dell’opera d’arte è un’avventura talmente
coinvolgente da destare non soltanto un intenso sentimento di piacere, ma anche
raro un senso di pace. Proprio perché lo stato contemplativo suppone
l’affrancamento dal volere, sicché l’oggetto non diviene motivo del desiderio,
ossia fonte di dolore o di noia, bensì è visto oggettivamente in se stesso, ed
è sufficiente la sua bellezza a procurare una sensazione di completo benessere.
Ecco dunque il requisito principale, condizione per il godimento estetico, per
la produzione e fruizione dell’opera d’arte, per l’acquisizione e la
trasmissione della conoscenza delle idee: una contemplazione non inquinata
dalla partecipazione di inclinazioni o passioni personali. In questo modo la
preponderanza dell’intelletto puramente obiettivo, l’oblio di sé come
individuo, il silenzio del volere, rendono possibile un’esperienza rara e passeggera,
che però quando si realizza procura uno stato di conforto e di quiete, dovuto
appunto alla momentanea sottrazione dall’imperioso influsso di quella volontà
che è alla radice di tutti i mali. L’arte quindi distoglie l’uomo da se stesso,
piuttosto che dal mondo sensibile, e di quest’ultimo ne offre anzi la
rappresentazione più compiuta possibile. A conclusione della sua esposizione,
Schopenhauer usa un inconsueto tono quasi ottimista, a sottolineare l’estrema
importanza che egli assegna all’esperienza estetica, per gli effetti sia
conoscitivi e sia esistenziali che essa procura. Ecco le sue parole che suonano
come un inno alla bellezza, la quale, se non proprio salvifica, è però
confortante, e dà tregua al dolore della vita: «il mondo come rappresentazione,
quando lo si consideri a parte, ed essendo svincolati dal volere lo si lasci
occupare esso solo la coscienza, è il più gioioso e l'unico innocente aspetto
della vita; (...) e [l’arte] può quindi nel pieno significato della parola
esser chiamata la fioritura della vita» (31).
C’è
dunque un nesso che nella filosofia di Schopenhauer lega tra loro l’etica del
bene e l’estetica del bello, il cui tratto comune è una sorta di abnegazione
della volontà. Affinché l’uomo buono possa realizzare la virtù, e il genio
l’arte, è necessario che questi soggetti siano animati da uno spirito di
sacrificio personale, nonché di dedizione ad altro da sé. In entrambi i casi
tali condizioni sono soddisfatte dal rinnegamento della conoscenza ordinaria
secondo le forme del principio di ragione, dietro la cui apparenza si rivela
l’identità di tutti gli esseri da una parte, e l’esistenza delle idee
dall’altra. Sono gradi superiori e alternativi di consapevolezza, che
consentono e spiegano tanto il superamento del connaturato egoismo, quanto la
possibilità e realtà dell’esperienza artistica. Ebbene il punto è che questi
non sono casi marginali, ma piuttosto la via maestra lungo cui il solitario di
Francoforte ha intenzione di condurre i propri lettori. Nel senso che l’arte e
la morale non rappresentano che momenti propedeutici, tappe di un cammino della
conoscenza orientato verso un progressivo distacco dell’uomo da se stesso e dal
mondo. Un percorso il cui epilogo ascetico è però più radicale ancora, per il
suo culminare nella risoluta e definitiva «negazione della volontà di vivere».
Abbiamo
visto come la “Volontà” sempre vuole, ciecamente e senza una ragione, fin dagli
infimi gradi della sua oggettivazione nei fenomeni naturali. Anche quando
perviene alla conoscenza di sé, nell’uomo, quando il mondo le diventa uno
specchio dove riflettersi, essa continua a volere e basta, senza posa. Vuole
soprattutto la vita, perpetuando però con ciò anche quella condizione
drammatica che è propria di ogni esistenza. L’incessante volere è fonte di infinito
dissidio e dolore, è l’autentica tragedia del mondo. D’altra parte lo stesso
intelletto umano, presentato all’inizio come il presupposto e la condizione
dell’esistenza del mondo quale «rappresentazione», nonché dell’esperienza che
ne abbiamo, è risultato poi essere anch’esso un prodotto strumentale della
“Volontà”, un mezzo di cui essa si è dotata per conseguire i suoi scopi fattisi
sempre più complessi. Sicché la facoltà di conoscere si è rivelata ingannevole,
nella misura in cui, arrestandosi all’intuizione dei fenomeni, considera come
realtà ciò che è invece solo apparenza. Perché l’intelletto è sì l’artefice di
un mondo per noi, ma la cui consistenza non va oltre la fragile dimensione
onirica. In tal modo asservita, la
conoscenza ordinaria si riduce a ossequiare la “Volontà”, mirando
principalmente all’affermazione e conservazione della vita, insieme alla
continua riproduzione della sofferenza che questo comporta. Di qui anche la
colpa in cui incorre colui che, attaccato all’esistenza, non si avvede come
quella che in tal modo asseconda non è la propria volontà individuale, ma
quella metafisica universale. La quale peraltro non presta la minima attenzione
ai singoli, perché anzi è proprio il loro sacrificio che rende possibile la
conservazione delle specie e il perpetuarsi della vita. Così che il voler
vivere a tutti i costi, benché sia un istinto inconsapevole di tutte le
creature, non è di meno una specie di peccato originale, la giusta causa per
cui a ogni essere tocca di soffrire, appunto proprio per scontare una giusta
pena. Sorte riservata massimamente all’uomo, l’animale più intelligente, e
quindi più colpevole di tutti.
Sennonché,
sulla base di tali suoi presupposti, Schopenhauer ha indicato appunto questo
sentiero che attraversa tutta la sua opera, una via che conduce
progressivamente alla liberazione da tale condizione in cui versano i più.
Attraverso un processo della conoscenza che spezza la catena del volere, e con
ciò redime dalla colpa della vita, ponendo insieme fine al suo meritato dolore.
Ciò che insomma accade prima solo a tratti, con l’arte e la morale, deve poi
realizzarsi definitivamente mediante l’ascesi, che scardina del tutto il potere
che la volontà ha sull’individuo. Un simile procedimento, man mano che si
sviluppa, comporta un crescente distacco del soggetto da ciò che lo circonda,
insieme a una tendenza sempre più marcata del rifiuto di sé, fino al deciso
impulso di annientare il mondo ed estinguere la vita. Giunto così al vertice
della riflessione e della consapevolezza, l’individuo ha infine orrore del
proprio attaccamento alla vita e dei suoi desideri mondani, di cui tende quindi
spontaneamente a disfarsi. Ampliato lo sguardo sull’intera totalità
dell’essere, preso atto dell’effettiva tragedia della realtà, sperimentati perfino
i benefici ma passeggeri effetti dell’arte e della pietà, l’individuo giunge
infine a mutare radicalmente indirizzo e invertire la rotta della propria
condotta. A tale grado di coscienza egli avverte una nuova, sovversiva
aspirazione, che è appunto quella di negare la sua naturale, prepotente e
finora irresistibile affermazione di sé. Sicché la sua volontà muta nel segno
contrario, facendosi nolontà, quando
si risolve a volere di non volere più. In tal modo gli stessi motivi, che di
solito determinano necessariamente il nostro agire, perdono tutta la loro
forza, e diventano piuttosto quietivi della volontà ormai decisa a rinnegare se
stessa. Smettere di volere comporta altresì l’affermarsi di un nuovo ruolo
della conoscenza, la quale emancipata dal suo tradizionale asservimento,
contribuisce a disilludere l’individuo rispetto alle false attrattive e alle
vane cure dell’esistenza. Al punto che il mondo e la vita, ormai giudicati
insignificanti apparenze e sorgenti di inutile dolore, non vengono più affannosamente
inseguiti, quanto piuttosto respinti e rifiutati. Questa è in breve sostanza la
ricetta che Schopenhauer propone, il fine ultimo da intendersi come il sommo
bene che c’è dato di conseguire, la meta finale cui porta il processo
progressivo della conoscenza, il passo risolutivo che dall’arte e dalla virtù
conduce all’ascesi. Per dirla con le
parole del filosofo, ecco che accade a chi raggiunge la meta da lui indicata:
«La volontà si distoglie ormai dalla vita: ha orrore dei suoi piaceri, nei
quali riconosce l’affermazione di sé. L’uomo perviene allo stato della
volontaria rinunzia, della rassegnazione, della vera calma e della completa
soppressione del volere» (32).
Certo,
per quanto il discorso segua un certo filo logico, la conclusione non si concilia
tanto facilmente con le premesse, e sorge da sé il dubbio su come possa
realizzarsi un simile procedimento. Se non altro perché esso implica una
duplice contraddizione, dato che sia la volontà e sia l’intelletto invertono
praticamente il loro ruolo. Con la prima che vuole non volere più, e il secondo
che da servo diventa padrone della sua padrona. Inoltre con la stessa
conoscenza che, naturalmente incatenata alla rappresentazione, diviene poi al
tempo stesso l’unico mezzo possibile per un al di là della rappresentazione
medesima. Sì, è vero che attraverso l’arte e la morale si impara a vedere con
occhi diversi il mondo e gli uomini, cioè quali sono in se stessi, invece che
solo in funzione di un tornaconto personale dell’osservatore. Tuttavia l’intelletto
più che conoscere non può fare, mentre a quanto sembra è la volontà stessa che
procede alla propria auto soppressione, cosa che sinceramente non è così
semplice da capire come Schopenhauer lascia intendere. E non a caso egli tira
fuori il controverso tema della libertà, per giustificare in qualche modo più
convincente il proprio nichilismo.
Come
sappiamo, la “Volontà” universale è assolutamente libera, mentre le singole
volontà individuali non lo sono per niente. Sul piano empirico ogni uomo è
dotato di un determinato carattere, il quale reagisce necessariamente agli
stimoli che gli si presentano. Poiché tra i motivi e il volere esiste un nesso
di causalità altrettanto inesorabile di quello che opera tra i corpi naturali,
ecco che non ha senso parlare di libero arbitrio, cioè di una scelta autonoma
del soggetto, indipendente dalle circostanze esteriori. Poi certo, con
l’espediente di un «carattere intelligibile», tratto di peso da Kant, il nostro
filosofo parla anche di una presunta e misteriosa libertà, che però sarebbe
attribuibile solo a quello che l’uomo è sul piano metafisico, e non a ciò che
fa nell’esperienza concreta. Egli sarebbe quindi in un certo modo libero, ma
non in pratica, perché resta il fatto che ogni sua azione è determinata con
necessità. Ebbene, date tali premesse, ecco che ora salta fuori l’eccezione
alla regola, ossia l’unico caso in cui anche sul piano empirico è possibile
agire con libertà. Sarebbe a dire appunto quando l’individuo si risolve a
smettere di volere. Come dice chiaramente Schopenhauer, «il più alto, il più
importante, il più significativo fenomeno, che il mondo possa mostrare, non è
chi il mondo conquista, ma chi il mondo supera. Ossia è in verità la
silenziosa, inosservata condotta di un uomo, al quale sia venuta tal conoscenza,
che per effetto di lei egli getti via da sé e rinneghi quell'avida volontà di
vivere, che tutto riempie e in tutto si agita. Solo in lui la volontà apparisce
allora libera: ma la sua condotta diviene opposta alla condotta comune». Eh sì,
anche perché una simile “libertà”, piuttosto che un modo di fare, si rivela
come un non agire più, dato che la sopravvenuta mancanza della voglia di
vivere, l’assopimento del desiderio e il rifiuto del godimento, riducono
l’individuo a un evidente stato di inerzia. Schopenhauer avverte la stravaganza
della sua trovata, e quindi ci tiene a dissipare i possibili dubbi che
potrebbero sorgere da questo imprevisto sviluppo dottrinale, spiegando ancora
che «la libertà propriamente detta, ossia indipendenza dal principio di
ragione, appartiene soltanto alla volontà come cosa in sé, e non al suo
fenomeno, la cui forma essenziale è sempre il principio di ragione, l'elemento
della necessità. Ma l'unico caso, in cui quella libertà può direttamente
apparire anche nel fenomeno, è quello in cui essa al fenomeno mette fine» (33).
Precisazione che conferma trattarsi non tanto della libertà di fare alcunché,
quanto piuttosto di una liberazione da qualcosa, in cui consiste appunto
l’atteggiamento negativo di rifiuto nei confronti del mondo e della vita.
Ad
accrescere ulteriormente la perplessità che desta tale concezione, contribuisce
poi la deriva religiosa che essa prende. Infatti, gli ingredienti dell’ascesi
indicati da Schopenhauer sono la scelta consapevole della castità e della povertà,
nonché ogni tipo di mortificazione che impedisca al corpo di manifestare se
stesso. Condotta che il filosofo non esita a definire come espressione di vera
e propria «santità», e proprio quella stessa di cui forniscono esempio le
religioni principali. Come egli ammette chiaramente, «ciò che io qui con debole
lingua e solo in termini generali ho descritto, non è per avventura una fiaba
filosofica di mia invenzione, e che solo da oggi duri: no, era invece
l'invidiabile vita di numerosi santi e di belle anime tra i Cristiani, e ancor
più tra gli Hindù e i Buddhisti, e pure in altre confessioni. Per quanto
fossero diversi i dogmi impressi nella loro ragione, nell'identica guisa venne
tuttavia ad attuarsi, mediante il modo di vivere, l'intima, diretta, immediata
conoscenza, da cui esclusivamente può procedere ogni virtù e santità» (34). Il
caso più emblematico che illustra tale convergenza tra il Cristianesimo e le
confessioni orientali, è rappresentato dalle due figure forse più significative
dell’ascetismo, il Buddha Shakia Muni e Francesco d’Assisi. I quali, pur
destinati entrambi a un’esistenza agiata fin dalla nascita, hanno rinunciato di
proposito ai loro privilegi, per farsi poveri tra i poveri. Certo, ciò non
toglie come i santi tradizionali agissero sulla base di miti e credenze, quindi
in sostanza senza sapere quello che facevano, ma questo non ha importanza, né
diminuisce minimamente la loro santità. Poiché in certe cose non conta la
filosofia, bensì agire l’inazione, ossia attuare concretamente la negazione
della volontà di vivere. Per questo Schopenhauer raccomanda di leggere la vita
di quei personaggi, perché essi rappresentano i rari casi in cui è possibile
osservare tradotta in pratica la sua dottrina. E nonostante quelle figure
mistiche siano state mosse da pregiudizi religiosi e superstizioni di ogni
sorta, pure le loro biografie sono molto più istruttive che non i libri di
storia, poiché è solo in quei racconti di vita che si trova traccia della
rivolta contro il mondo, che costituisce appunto la verità filosofica più
importante.
Sicché
è Schopenhauer stesso ad ammettere che la sua concezione non è nuova, né
originale. Nel contenuto essa esprime lo stesso insegnamento di alcune delle
principali religioni mondiali, le quali hanno in fondo predicato la sua
medesima verità, solo che in forma allegorica, come «metafisica per il popolo».
Il merito che egli ritiene di avere consiste quindi proprio in ciò, nell’aver
cambiato la forma ed aver esposto per la prima volta in termini filosofici quel
contenuto, senza riferimento a miti o imposizione di dogmi. Il dato di fatto è
che fin dall’antichità i santi e mistici di diversi orientamenti, hanno tutti perseguito
ogni volta il medesimo scopo, realizzando sempre la stessa esperienza di vita,
e ciò nonostante le anche profonde differenze di tempi, di luoghi, di
convinzioni. E questa è la migliore convalida che il filosofo vanta a sostegno
della propria dottrina, la prova che conferma la giustezza della sua concezione
del mondo e della vita, insieme al conseguente rinnegamento del volere. Di più
ancora, egli sostiene di essere il solo europeo ad aver assegnato il dovuto
credito al misticismo ascetico, altrimenti considerato una sorta di follia,
ritenendo con ciò che la sua sia l’unica filosofia vera. Certo, occorre anche
tenere presente che quella mistica è un’esperienza misteriosa e ineffabile,
qualcosa di intimo che non si può comunicare, se non negativamente. Non a caso
il rapimento estatico segna «il punto dove ogni conoscenza necessariamente
cessa», uno stato in cui regna l’oscurità e il silenzio, benché lo si definisca
‘illuminazione’. Qualcosa insomma di contrario alla filosofia, la quale quindi
non può pretendere di esporre positivamente i contenuti del misticismo.
Criterio cui Schopenhauer sostiene di essersi adeguato, poiché egli ha
descritto il mondo ed esortato alla sua negazione, ma senza specificare a quale
meta questa via avrebbe condotto. Il che a dire il vero non è proprio esatto,
perché altrove il filosofo parla addirittura della felicità cui conduce
l’ascesi. Egli osserva infatti che quello è il percorso più arduo, poiché la
rinuncia contraddice la natura più profonda dell’uomo. Eppure, l’asceta che
raggiunge il suo obiettivo è paradossalmente l’uomo più felice del mondo,
perché insieme alla volontà costui ha estirpato il desiderio, che è la fonte di
tutti i mali, lasciando il posto a quella placida quiete che solo la pace dei
sensi può consentire. Così Schopenhauer, quasi sospirando, immagina «come
felice debba esser la vita di un uomo, la cui volontà sia non per fugaci
istanti domata, come accade nel godimento del bello, ma per sempre, e sia anzi
spenta del tutto, eccettuata solamente l'ultima estinguentesi scintilla, che
regge il corpo e con questo si estinguerà. Un siffatto uomo, che dopo molte
amare lotte contro la propria natura, riporta finalmente piena vittoria, non
sopravvive più se non come semplice essenza conoscente, come limpido specchio
del mondo. Nulla più perviene ad angustiarlo, nulla a scuoterlo: perché tutte
le mille fila del volere, che ci tengono legati al mondo, e di qua e di là in
forma di sete, paura, invidia, ira ci trascinano dilaniandoci, con assiduo
dolore, egli le ha tagliate. Sereno e sorridente egli si volge ora a guardare
le finte immagini del mondo, che un tempo sapevano scuotere e affliggere anche
l'animo suo, ma ora gli stanno innanzi indifferenti come i pezzi d'una
scacchiera a giuoco finito» (35).
Quanto
al Cristianesimo in particolare, Schopenhauer sottolinea e apprezza molto il
carattere fondamentalmente ascetico di questa religione, e questo
riconoscimento lo induce perfino a definire se stesso il vero filosofo
cristiano. Però con molte riserve e ponendo vari paletti, specificando di
riferirsi allo spirito evangelico originario, ritenuto autentico, e non alle deviazioni
che esso ha subìto per l’influsso ebraico, o con gli sviluppi dottrinari
cattolici e protestanti. Il giudizio più severo è comunque rivolto contro il
Giudaismo, sostenuto peraltro con una certa dose di antisemitismo. Il filosofo
lamenta infatti come questo «piccolo, segregato, caparbio popolastro» abbia
finito per condizionare lo sviluppo della civiltà europea, tanto da dire che «è
da considerarsi gran male che non siano per avventura gl'indiani o, i greci, o
anche i romani, il popolo la cui passata civiltà serva di precipua base alla
nostra, bensì proprio codesti giudei» (36). Ora, sia chiaro che anche al
paganesimo greco-romano era ignoto il concetto della rinuncia, ad eccezione di
Pitagora e Platone. Perché gli antichi, più che negare la volontà e la vita,
perseguivano un’esistenza quanto più felice e beata possibile. Nonostante i
loro numerosi pregi, quindi, essi perdevano di vista proprio la cosa
essenziale. Sicché, preda com’erano di un ingenuo materialismo, quei pensatori
erano come «fanciulli», incapaci di vedere per così dire oltre il loro naso. I
veri responsabili della deriva spirituale dell’Occidente, però, sono ritenuti
gli Ebrei, i quali, privi di ogni tendenza ascetica, hanno corrotto la
sensibilità mistica del Cristianesimo, che pure da quel tronco è germogliato.
Come accennato nel paragrafo 5.1, la sola dottrina che Schopenhauer condivide
del Vecchio Testamento è quella del peccato originale, la quale in forma di
mito espone la verità filosofica secondo cui i mali del mondo sono colpa del
mondo stesso. Mentre per il resto quella religione è valutata come un piatto e
pernicioso ottimismo, del tutto contrario all’autentico spirito cristiano. Il
quale ultimo non solo ha fatto propria e sviluppato ulteriormente quella
dottrina, ma ha altresì adottato il simbolo della croce, che è uno strumento di
atroce dolore. Né è un caso che a volere la morte di Gesù siano stati gli
stessi Ebrei, proprio perché vedevano in quel loro connazionale un pericolo
eversivo che contraddiceva ogni ordine costituito. Il Giudaismo è infatti una
religione dispotica, che si limita a comandare all’uomo ciò che deve fare, e
però come un dominio fine a se stesso, dato che esercitato senza indicare
alcuna via di redenzione. Un rigido e intransigente teismo, che impone un sistema
di obbedienza passiva alla legge, appunto quella stessa di cui poi Gesù si
proclamerà il liberatore nel nome dell’amore.
Ciò
che però Schopenhauer contesta di più della concezione ebraica, è «la storia
ottimista della creazione», che pure il Cristianesimo ha fatto propria, ma
contraddicendo così la sua vera natura. Tale dogma suppone infatti che il mondo
sia una cosa buona, il che mal si concilia con lo spettacolo di sconfinato
dolore che esso offre. Di qui anche gli estenuanti dibattiti teologici volti
all’impossibile conciliazione della bontà di Dio con gli infiniti mali di cui
sarebbe egli stesso la causa. Ora, il filosofo osserva che è lo stesso teismo a
generare tali problemi insolubili, che scomparirebbero solo ammettendo che il
mondo e la vita si siano fatti da sé, ma non come un’opera buona, bensì come
una colpa di cui scontano giustamente la pena. Così tutto si spiegherebbe, sia
l’essenza della realtà e sia la sua negazione. Invece il Cristianesimo da un
lato ha fatto proprio il dogma della creazione, e dall’altro ha insegnato a
rinnegare il mondo. Esso ha insomma adottato il teismo ottimista dell’Antico
Testamento, però impiantandovi sopra la tendenza contraria, etica e ascetica,
dei Vangeli. Quest’ultima sarebbe anche il motivo per cui Gesù è il Dio fatto
uomo, appunto a significare che la divinità non è un’entità estranea e
separata, bensì siamo noi stessi, come ogni mistica insegna. Inoltre è Gesù
stesso, stando alla testimonianza del Vangelo di Giovanni in
particolare, il primo che rinnega il mondo e la vita. Laddove, parlando di sé,
egli dice: «io ho vinto il mondo» (16, 33), e «il mio regno non è di questo
mondo» (18, 36). O quando, riferendosi ai discepoli, afferma che «non siete di
questo mondo» (15, 19), e «chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà
per la vita eterna» (12, 25). E che cos’è la stessa salvezza promessa da Gesù,
se non la liberazione da un mondo corrotto e una vita di peccato? Per tutti
questi motivi Schopenhauer può sostenere che, benché si tratti di una figura
mitica, adatta alla comprensione popolare di una verità filosofica superiore,
pure «Gesù Cristo va sempre preso in generale come simbolo, o personificazione,
della negazione della volontà di vivere» (37). Proprio così come Adamo, con la
sua altrettanto mitica caduta, rappresenta al contrario l’affermazione della
medesima volontà.
La
conclusione è quindi che Giudaismo e Cristianesimo sono in realtà
diametralmente opposti, fatta eccezione per la dottrina del peccato originale,
la sola concezione ebraica che si adatta al pessimismo cristiano. Per cui il
collegamento tra le due religioni è solo di facciata, risultato di una
forzatura dettata dalle circostanze storiche, piuttosto che fondato su una vera
ispirazione comune. D’altra parte Gesù stesso era ebreo, e figlio dello stesso
Dio veterotestamentario, nonostante poi sia stato inviato per sovvertire la
religione dei padri. L’autentico spirito cristiano ha perciò assai maggiore
affinità con le ben più antiche religioni orientali, che non con il «rozzo
giudaismo». Il quale ultimo rappresenta piuttosto la dura scorza della nuova
religione, uno scarto di cui disfarsi, affinché se ne possa gustare il
«nocciolo» commestibile. D’altra parte anche il Protestantesimo è
colpevole di aver tradito il dettato evangelico e di essersi allontanato da
esso, poiché con l’abolizione del celibato dei preti ha sanzionato la sua
contraddizione con l’ascetismo, per il quale la castità è invece richiesta come
qualità primaria. La continenza sessuale, infatti, non è soltanto rinuncia al
piacere della carne, ma soprattutto la più efficace negazione della volontà di
vivere, la quale si afferma massimamente appunto nella procreazione. Mentre chi
si astiene da tale pratica, oltre che mortificare se stesso, interrompe la propria
discendenza, impedendo che le future generazioni vengano alla luce. Sicché
Lutero avrebbe avuto ragione nell’indignarsi e scagliarsi contro gli abusi
della sua Chiesa, poi però sbagliò in teoria, e il suo tentativo di emendare il
Cristianesimo dei suoi tempi «andò troppo oltre, perché nel principio ascetico
ne attaccò il cuore». Per tutto ciò Schopenhauer, nella misura in cui ha
segnalato il divario tra la mentalità ebraica e quella evangelica, arriva
addirittura a proclamarsi lui il vero cristiano, nei seguenti termini: «la mia
etica è effettivamente nello spirito del Nuovo Testamento, mentre tutte le
altre sono nello spirito dell’Antico (...). In questo senso si potrebbe
chiamare la mia teoria la vera filosofia cristiana» (38).
Come
se non bastasse poi, tale inequivocabile avvicinamento del filosofo al
Cristianesimo, benché in effetti più superficiale che altro, è ancora
corroborato dall’adozione di concetti tipicamente religiosi, che si adattano
perfettamente alla sua dottrina. A quanto visto finora, egli ritiene che la
negazione della volontà sia paradossalmente l’unico atto di libertà consentito
all’esperienza umana, e poi porta la figura di Gesù come simbolo mitico di tale
liberazione. Sennonché, poi vien fuori che questa libertà di cui si parla, sarebbe
un «effetto della grazia». Termine che ha un evidente significato teologico, e
che evoca la più classica delle dispute medievali, quella appunto della
conciliazione tra la libertà umana e la grazia divina. In sostanza il problema
era come potesse definirsi libero l’uomo, una volta ammesso che egli sia stato
creato da un Dio che provvede e prevede tutto. Nel paragrafo 4.2.2 abbiamo
visto come Schopenhauer risponda negativamente al quesito, sostenendo che
l’uomo possa ritenersi libero e responsabile solo nel caso in cui si sia fatto
da sé. Nel presente caso però non si tratta di questo, ma di un mèro artificio
linguistico; perché a entrare in gioco non è la tradizionale alternativa tra la
libertà e la grazia, quanto piuttosto la novità che la libertà è la grazia:
«Quel che i mistici cristiani chiamano azione della grazia e rigenerazione, è
per noi l’unica diretta manifestazione della libertà del volere». Il filosofo
opera insomma una sorta di coincidenza degli opposti, pur di mostrare
l’affinità del suo pensiero a quello cristiano, anche se a costo di sovvertire
il normale significato delle parole. Così il «filosofema della libertà» e il
«dogma ecclesiastico della grazia» non sarebbero più antitetici, ma anzi
identici; ovviamente a condizione che la “libertà” sia intesa come negazione
della volontà, e che lo stato di “grazia” sia una conquista dell’uomo invece
che un dono di Dio. A tale diciamo così aggiustamento, segue ancora che Adamo
rappresenta il «regno della natura», soggetto alla necessità del volere; mentre
Gesù simboleggia il «regno della grazia», dove vige la libertà di non volere
più.
Come
se non bastasse, però, Schopenhauer confonde ancora di più le acque con
l’introduzione di un’altra tipica diatriba teologica. Quella che si chiede se,
ai fini della salvezza, siano più meritevoli le opere oppure la fede, questione
già impostata da Agostino e in seguito portata in auge da Lutero. Ebbene il
nostro filosofo in questo caso parteggia senza indugi per la soluzione luterana
del problema, la quale però ribalta un’altra volta tutto il suo discorso
precedente. Perché Lutero aveva optato senz’altro per la fede, considerata come
una grazia di Dio, e negato quindi qualsiasi valore salvifico alle opere, cioè
alla libertà umana. Sicché Schopenhauer fa proprio questo dogma «genuinamente
evangelico», però rendendo ancor più problematica la sua affermazione della
libertà. Nella sua interpretazione, infatti, le opere non possono avere valore
morale perché ogni cosa che un uomo fa è di norma dettata da motivi
premeditati, e dunque si tratta in ultima analisi di comportamenti egoistici.
Mentre la fede è intesa come quella forma di conoscenza straordinaria che
spiega e rende possibile l’arte, la giustizia e la carità, fino all’ascetica
conversione della volontà nel proprio contrario. Solo che stavolta la presunta
libertà, già di per sé fragile, finisce per perdere ogni credibilità, perché
essa non sarebbe in nostro potere, cioè non dipenderebbe da noi stessi, bensì
da qualcosa di esterno, come se fosse appunto una specie di grazia ricevuta, un
improvviso dono del cielo. Il filosofo lo dice a chiare note, che «quella
negazione del volere, quell’entrar nella libertà, non si può ottenere con
deliberato proposito, bensì viene (...) d’un tratto, quasi arrivasse volando».
E ancora, che la fede-conoscenza «non nasce da proposito e da libera volontà;
bensì per azione della grazia, senza il nostro concorso, viene a noi quasi
giungesse dal di fuori». Parole che appunto contraddicono in pieno la nozione
anche più comune di libertà, e che piuttosto convincono come l’ascetica libertà
del soggetto di sopprimere se stesso, sia incredibile almeno quanto la
metafisica «libertà intelligibile» dell’individuo come “cosa in sé”.
Schopenhauer,
che su questo tema aveva esordito con una convincente negazione della libertà
del volere, poi contraddetta con l’assunzione della stravagante dottrina
kantiana, finisce con l’affermazione della libertà di non volere. Il cui
presunto esercizio dovrebbe però provenire «dal di fuori» del soggetto stesso,
e per un’«azione della grazia» tanto più incomprensibile, dato che il filosofo,
a parte l’ambiguo linguaggio che usa, esclude l’esistenza di un Dio che possa
intervenire nelle faccende umane. Desta quindi stupore che un personaggio così
sicuro e pieno di sé, così alternativo e controcorrente, abbia sentito
l’esigenza di conformarsi all’ideologia religiosa, adottando termini come la
fede e la grazia, e travisandone peraltro il significato tradizionale. Passi
l’appello che egli fa alle antiche religioni orientali, a lui congeniali perché
effettivamente segnate da una marcata ispirazione ascetica, e specialmente il
nichilismo buddhista; ma il richiamo al monoteismo cristiano appare veramente
forzato e improbabile, a meno di non considerare trascurabile l’esistenza di un
Dio personale. Invece il filosofo sembra non badare a simile dettaglio, ed ecco
come alla fine spiega la ragione della sua strana e discutibile manovra:
«Questi dogmi della religione cristiana, che sono in sé estranei alla
filosofia, li ho qui introdotti per mostrare, che l'etica risultante da tutto
il nostro sistema (...) coincide appieno coi veri dogmi cristiani». Cosa che
evidentemente i fedeli cristiani se ne guardano bene dall’ammettere. (39).
Da
ultimo a Schopenhauer resta una precisazione da fare, sulla condanna del
suicidio e il significato della morte. Argomento certo poco allegro, e tuttavia
importante da affrontare, come abbiamo già fatto parlando di Leopardi, e che
nel presente caso è forse ancora più urgente. Il percorso ascetico indicato
finora, infatti, conduce l’individuo a negare la propria volontà di vivere, e
con ciò a sopprimere in un certo modo se stesso. Per cui vien da sé chiedersi
se sia legittimo togliersi volontariamente la vita una volta per tutte, come a
prima vista potrebbe sembrare. Quesito cui il filosofo si affretta a rispondere
negativamente, anche in questo caso conformemente alle disposizioni religiose.
Stavolta però per motivi assai diversi, dato che per lui la vita non è qualcosa
di sacro, quanto piuttosto una maledizione. Ebbene la sua precisazione è che
non volere più non significa smettere di vivere, perché al contrario la ricetta
è dire no alla vita, ma quando pure si continua a vivere ancora. Inoltre il
suicidio sarebbe una soluzione non solo per così dire troppo facile, ma che
anche contraddice apertamente lo stesso principio ascetico. Un simile gesto, infatti,
non è per niente un superamento della volontà di vivere, quanto piuttosto una
sua estrema affermazione. Poiché non è il rifiuto dei beni dei piaceri, a
spingere il suicida, bensì l’insostenibilità dei mali che gli sono toccati in
sorte. Egli insomma vorrebbe vivere, è attaccato all’esistenza, e se decide di
farla finita è solo per l’avversa condizione che gli ha riservato il destino.
In fondo il suo è un atto egoistico, dettato dall’impossibilità di affermare se
stesso come vorrebbe, per cui rinnega la vita, ma mantenendo intatta la
volontà. Perciò il suicidio è un’«azione in tutto vana e stolta», perché si
limita a distruggere il corpo, ma senza che l’urgenza di vita subisca alcuna
menomazione. Come a dire che rinnega il semplice fenomeno individuale, ma senza
intaccare l’universale “cosa in sé”, rivelando così la profonda contraddizione
tra questo gesto estremo e l’ascetismo. C’è giusto un caso che fa eccezione,
quando si sceglie la «morte per fame», che è come uno schiaffo alla Natura,
tirato dal vero asceta che rinuncia consapevolmente a volere, prima ancora che
a vivere. Altrimenti, colui che di solito si toglie la vita, vuole vivere, ma
non ha modo di affermare questa volontà, e appunto perciò, «perché il suicida
non può cessar di volere, cessa di vivere». D’altra parte, abolire la volontà
con il procurarsi la morte, sarebbe come se per obbedire al voto di castità,
invece di rinunciare ai rapporti sessuali, si uccidessero i neonati. Una soluzione drastica ma inutile, appunto
perché la violenza tocca solo il fenomeno, mentre lascia del tutto indifferente
la metafisica “cosa in sé”. La quale ultima può invece essere soppressa solo
per mezzo della conoscenza, e in particolare attraverso il conseguimento dei
suoi gradi superiori. Paradossalmente, infatti, è la volontà stessa a doversi
suicidare, per così dire. Quando, una volta raggiunta consapevolezza di sé,
decide di non volere più; ma non facendola finita con la vita, bensì
risolvendosi per uno stile di condotta ascetica, in attesa della morte naturale.
Con
questa ferma condanna del suicidio, però, Schopenhauer ci tiene a distinguersi
dai motivi che di solito si danno per lo stesso giudizio, e a tale chiarimento
dedica un apposito, breve capitolo dei Parerga. Come c’è da aspettarsi,
l’obiettivo polemico è il monoteismo ebraico e cristiano, che considera la
«libera morte» volontaria come un atto delittuoso, ingiusto, vile e folle. Un
pregiudizio talmente radicato che perfino alcune legislazioni statali
condannano i suicidi alla confisca dei beni e ad una sepoltura anonima. Sicché
il filosofo sfida «i preti» a spiegare le ragioni di un contegno tanto spietato
e disumano verso coloro che hanno disposto così della loro vita, sulla quale
ciascuno dovrebbe anzi poter esercitare il più «incontestabile» diritto. Di
più, nella Memoria sulla morale (cit., p. 126) il suicidio è definito
addirittura il «privilegio» che la Natura ha concesso all’uomo di «vivere (...)
fin che vuole», invece che necessariamente finché deve. In particolare per far
fronte alle sofferenze spirituali che gli altri animali ignorano, e proprio per
questo a costoro non è dato di farla finita volontariamente. Soprattutto però
Schopenhauer osserva che nella stessa Bibbia non si trova traccia
dell’argomento, né quindi un esplicito e suffragato divieto di togliersi la
vita. Considerato infine l’atteggiamento opposto che nei confronti di questa
drammatica scelta hanno adottato i filosofi antichi e l’Induismo, egli conclude
che «non vi è alcun motivo morale sostenibile per condannare il suicidio» come
fanno i preti. Mentre l’unico principio plausibile di contrasto è quello
ascetico da lui indicato, secondo cui è appunto la mortificazione della volontà
che occorre praticare, non la morte del corpo. E in ogni caso il gesto estremo
non va accusato di delitto colpevole, quanto piuttosto come il tragico errore
di chi non sa bene quello che fa. Se
quindi non si trova una spiegazione evidente dell’accanimento religioso contro
il suicidio, allora devono esserci delle ragioni nascoste, che il filosofo non
manca di insinuare. Forse un atto del genere risulta scomodo ai monoteisti, i
quali predicano l’esistenza di un Dio benefico, creatore del mondo e
dispensatore di vita. Una visione difficilmente conciliabile con la realtà di
uno che arriva fino a uccidersi, tanto atroce e insostenibile deve essergli
diventato il peso dell’esistenza. La verità è quindi che un gesto simile, più
che perché colpevole in sé, è condannato perché mette in imbarazzo la credenza
teologica della vita come dono, che più smentita di così non potrebbe essere.
Sicché «sarebbe ancora una volta l’ottimismo di prammatica proprio di queste
religioni, ad accusare il suicidio, per non essere da esso accusate» (40).
All’asceta
non è dunque consentito togliersi la vita, ma solo sopprimere la volontà di
vivere, attraverso un percorso di perfezione e santificazione, nella sospirata
ma paziente attesa della morte. Schopenhauer dedica parecchio spazio anche a
questa nozione, cui anzi riserva una riflessione particolarmente articolata,
specialmente in un lungo capitolo dei Supplementi. Se non altro perché,
più della meraviglia, è la morte che desta la ricerca e il bisogno di sapere.
Ebbene per il nostro filosofo l’argomento si presta a una duplice e opposta
interpretazione. L’una che considera la morte negativamente, come il fatale e
temuto epilogo di ogni essere vivente, secondo la visione pessimista qui
esaminata nel paragrafo 5.1. Il nostro stesso passato è già morto, e noi con
lui, mentre il presente è un incessante precipitare nel non essere più. In questa
accezione, l’inesorabile destino di ciascun individuo è il sintomo più evidente
del vano affannarsi dell’esistenza tra il dolore e la noia. L’altro punto di
vista concepisce invece la morte positivamente, come una lieta e agognata
liberazione da tutti i mali, e questa è appunto la cognizione propria di chi ha
intrapreso la via dell’ascesi. Ancora una volta il vero nodo discriminante tra
i due punti di vista è la conoscenza, ovviamente quella metafisica, emendata
sia dalle ordinarie nozioni storico-scientifiche, e sia dalle credenze che in
genere vanno a braccetto con l’ignoranza.
Ora,
tutti gli esseri viventi hanno terrore della morte, come espressione del
naturale istinto di conservazione, benché solo l’uomo abbia coscienza della
fine che lo attende. Tuttavia anche per la nostra specie la paura di morire è
un sentimento irrazionale, che manifesta solo il cieco e impulsivo attaccamento
alla vita, senza riflettere su quale valore essa abbia veramente. D’altra
parte, se è per questo, l’uomo comune non medita neanche sulla morte stessa,
dato che egli, pur consapevole della sua sorte, tende a rimuovere quel
pensiero, vivendo come se dovesse farlo per sempre. Anche perché se non fosse
così, se l’individuo non distraesse da sé quell’idea, la sua esistenza non
differirebbe da quella di un condannato a morte in attesa dell’esecuzione della
pena. E se proprio gli si presenta l’occasione di confrontarsi con questa
realtà, l’atteggiamento ordinario dell’uomo non riflette altro che il proprio
connaturato egoismo. Di solito infatti, ciascuno considera la propria morte
quasi come fosse la fine del mondo, è toccato giusto dalla perdita dei parenti
e amici più cari, mentre assiste quasi indifferente alla scomparsa degli altri
suoi simili. A ciò si aggiunga l’ansia di immortalità da cui è preso ogni
essere ragionevole, che non riesce a concepire la fine della propria esistenza.
Aspirazione soddisfatta per lo più dai dogmi religiosi, in particolare quello
cristiano, che promette addirittura una vita eterna in carne e ossa.
Ebbene
la dottrina di Schopenhauer ha la pretesa di spazzare via tutti questi
avventati giudizi del senso comune, falsati dalla mancata concezione della vera
realtà. Un corretto approccio al tema della morte, infatti, contribuisce sia a
dissipare il terrore che essa incute, e sia a smentire le consolazioni
illusorie con cui si cerca di farvi fronte. Veramente, già la raggiunta
consapevolezza pessimista, che il peggiore di tutti i mali non è la morte,
bensì la vita, basta da sola a convertire la paura della fine in consolazione e
speranza. In questo modo l’istintivo attaccamento all’esistenza cede il passo
al suo ragionevole disprezzo, e consente quel nobile contegno di chi affronta
la morte a testa alta, con serenità e fierezza. Non tanto però secondo i pur notevoli
esempi di Socrate oppure dei martiri cristiani, che comunque hanno dovuto
subire la loro sorte, e inoltre credevano di andare incontro a una vita
migliore in un altro mondo. Bensì appunto secondo il canone comportamentale
dell’asceta, che agisce di sua iniziativa la propria mortificazione fino
all’annientamento il volere, e quindi per il quale «la morte, come invocata
redenzione, è altamente benvenuta e lietamente viene accolta» (41).
Tuttavia,
benché abbastanza ovvia, questa letizia della morte rappresenta la tappa
suprema del percorso indicato da Schopenhauer. Il quale nei Supplementi
aggiunge invece una serie di altre riflessioni su questa materia, quasi a voler
colmare il divario che c’è tra la concezione per così dire popolare del
trapasso, e quella propria delle alte vette raggiunte dall’ascesi. Osservazioni
che meritano attenzione, perché denotano una singolare posizione intermedia,
tra chi afferma la tradizionale immortalità dell’anima, e chi invece sostiene
che ci sia il vuoto nulla dopo la morte; due punti di vista opposti, che il
filosofo respinge ugualmente come falsi. Della prima ipotesi il filosofo se la
sbriga con poco. Supposto che l’anima sia la coscienza o intelligenza
dell’individuo, è evidente che essa è un effetto, e non la causa della vita
corporea. Tanto è vero che il corpo continua a vivere anche in uno stato di
perdita della coscienza, com’è il sonno, o uno svenimento, o anche la follia;
mentre con la morte, la prima a venir meno tra tutte le funzioni organiche, è
proprio quella cerebrale. Per cui è destituita di fondamento la pretesa che
l’anima sia principio di vita, poiché essa ne è piuttosto una conseguenza, e
quindi chi deduce la sua sopravvivenza dopo la morte, trae una «conclusione non
solo ingiustificata, ma anche evidentemente falsa». D’altra parte però, questo
non significa che la morte sia l’annientamento totale di ogni cosa, perché
anche secondo Schopenhauer esiste qualcosa di permanente che non cessa mai di
esistere, e su questa sua personale concezione di immortalità egli insiste a
lungo, tirando di nuovo in ballo tutto il proprio armamentario filosofico.
Anzitutto già la materia è di per sé eterna e quindi indistruttibile, compresa
quella di cui ciascuno è fatto. Per cui già la benché «assai rozza» concezione
materialista, ci assicura che qualcosa di noi persiste anche dopo la morte,
sebbene tale constatazione ci sia data in modo sfocato, «solo come in immagine
e in similitudine, o piuttosto solo come nel contorno di un’ombra». Inoltre,
anche la «forza vitale» che anima ogni essere vivente, non può pensarsi
annichilita dalla morte individuale. Perché questa “energia”, che Schopenhauer
annovera tra le forze della Natura, è proprio come la materia, che non si crea
né distrugge, ma solo cambia da una forma all’altra. Con tutto ciò siamo però
ancora su un piano generico e vago, che se anche dimostra quanto inconcepibile
sia la nozione di annientamento assoluto, pure non soddisfa chi ama consolarsi
al pensiero di una personale vita eterna.
Per
chiarire ulteriormente il proprio pensiero, Schopenhauer esorta poi a
considerare che, essendo ciascun individuo un mèro fenomeno temporale, tale è
anche la sua nascita e morte, le quali quindi non toccano il suo «vero essere»,
ossia la volontà come imperitura “cosa in sé”. Il che è un passo avanti, ma non
certo nella direzione della concezione tradizionale di immortalità, la quale
subisce al contrario una netta stroncatura. Infatti, per il filosofo la morte
risulta uno «scherzo» della Natura, cioè «un fenomeno superficiale, (...) relativo,
anzi apparente», ma solo nella misura in cui tale è anche lo stesso individuo e
la sua esistenza. Come si evince osservando il mondo della vita in generale, la
conservazione delle specie è assicurata dalla perpetua distruzione di
innumerevoli esemplari. Perché questo esige la Natura, che per così dire bada
al sodo, non solo indifferente alla sorte dei singoli, ma che anzi proprio
attraverso il loro sacrificio previene l’estinzione della vita. Appunto a
denotare l’insignificanza degli individui, che nascono e muoiono, al contrario
del valore che hanno le specie o «idee», che sono invece eterne e immutabili. Perciò,
se c’è qualcosa che permane del singolo, oltre la materia di cui è fatto e la
forza vitale che lo anima, questa è la sua prole, sebbene anch’essa
transitoria, ma di certo non la sua esistenza personale.
Ciò
da cui Schopenhauer salva è dunque il nichilismo assoluto. Dato il principio
che nulla si crea e nulla si distrugge, ne segue che di ogni creatura non può
dirsi né che proviene dal nulla, e neanche che scompare in esso. Da qui la
verosimile ipotesi secondo cui, nel succedersi delle generazioni, «ciò che
sparisce, e ciò che si presenta al suo posto, sia un solo e medesimo essere, il
quale ha subìto solo una piccola mutazione, una rinnovazione nella forma della
sua esistenza». Ancora a significare che l’individualità è solo una mèra
apparenza, compresa la sua esistenza e anche la stessa morte. Come dimostra la
riproduzione della vita animale, con esemplari sempre uguali e sempre nuovi, nonché
il tramandarsi della vita vegetale, che si rigenera a ogni ciclo stagionale.
Così la morte si rivela come il sonno per la veglia, ossia un espediente
necessario al perpetuarsi della vita, piuttosto che la fine assoluta di
qualcosa. Questa concezione contrasta evidentemente con il dogma ebraico della
creazione, poi aggravato dall’antropologia cristiana, che da un lato considera
l’uomo proveniente dal nulla, e dall’altro lo ritiene destinatario di una vita
eterna. Ebbene, a questa «assurda» concezione Schopenhauer obietta il principio
(in realtà già formulato da Feuerbach), secondo cui dopo la morte, per ciascuno
sarà lo stesso che già era stato prima della nascita. Un pensiero che
evidentemente imbarazza l’impostazione religiosa, la quale in effetti, tutta presa
dalla sorte futura degli individui, non si è mai posta il problema di quale
fosse la condizione precedente la loro vita. A riflettere sulla quale si evince
appunto che, se l’uomo derivasse veramente dal nulla, a rigor di logica è lì
che sarebbe destinato a tornare: «L’ipotesi che l’uomo sia creato dal nulla,
mena necessariamente a quella, che la morte sia la sua fine assoluta». Laddove
la pretesa secondo cui, ciò che è nulla prima di nascere, diventi eterno dopo
la morte, è semplicemente «un pensiero mostruoso». Perché solo nell’ammettere
che il vivente sia qualcosa già prima di venire alla luce, allora può dirsi che
continuerà ad essere quel qualcosa anche dopo la morte. Come assai più
coerentemente insegnano le religioni orientali, con la dottrina di una sorta di
esistenza eterna che si rinnova con il ciclo delle rinascite.
Quanto
a Schopenhauer, come ormai sappiamo, ciò che egli proclama immortale, o meglio
indistruttibile, è la «volontà». Quella stessa di cui sia la materia e sia le
forze della Natura sarebbero manifestazione, è altresì il «vero essere» di ogni
cosa e di ogni creatura, quello che appunto non si crea né si distrugge. Mentre
ciò che nasce e perisce è il fenomeno, l’esistenza individuale di un corpo che
occupa uno spazio e di una coscienza che dura nel tempo. Dimensioni cui
«l’essere in sé» originario è appunto estraneo, così come non lo toccano il
divenire da uno stato all’altro, l’inizio e la fine di alcunché. Ovviamente
tale impostazione non lascia alcuno spazio al concetto tradizionale di
immortalità personale, poiché in questo caso l’individualità, che pure in
genere è ciò a cui si tiene di più, risulta del tutto transitoria. Come il
filosofo dice a chiare note, «quel che si è esposto come indistruttibile dalla
morte, non è propriamente l’individuo, il quale (...) come tale può avere solo
un’esistenza finita». In buona sostanza non siamo quindi noi a permanere, bensì
la “Volontà” di cui siamo prodotto e manifestazione, da cui deriviamo e a cui
torneremo; quello che si salva è il nostro «nucleo» metafisico, irrazionale e
inconscio, perciò senza che neppure possiamo sapere come e perché. Sicché c’è
ben poco da consolarsi, a meno che non si tenga presente la concezione
pessimista dell’esistenza, di fronte alla quale l’ansia di vita eterna suona
piuttosto come un grossolano controsenso: «Bramare l’immortalità
dell’individualità, significa propriamente voler perpetuare un errore
all’infinito. Poiché in fondo ogni individualità è soltanto uno speciale
errore, un fallo, alcunché che sarebbe meglio non fosse, il ritrarci dal quale
è il vero scopo della vita. (...) Ora quindi, dopo che con la morte una
coscienza individuale è una buona volta finita, sarebbe allora anche
desiderabile che essa fosse risuscitata di nuovo, per continuare all’infinito?
Il suo contenuto è per la maggior parte, anzi quasi in tutto, niente altro che
un torrente di pensieri terreni, poveri, meschini, e di cure infinite:
lasciatela dunque finalmente riposare!».
Con
ciò il cerchio si chiude, e i conti di Schopenhauer tornano, almeno stando ai
suoi numeri. Perché ancora una volta egli sostiene tutto e il contrario di
tutto, come il suo dualismo idealista gli consente di fare. Del resto è lui
stesso ad ammetterlo candidamente, che «la comprensione così infinitamente
importante dell’indistruttibilità del nostro vero essere mediante la morte,
dipende interamente dalla differenza tra fenomeno e cosa in sé». Due pretesi
mondi, oggettivamente inconciliabili, ma di cui pure è costituito e fa parte il
soggetto umano, costretto a barcamenarsi tra intelletto e volontà, conoscenze
teoriche della Natura e moventi dell’agire pratico. Fino alla soluzione, o
meglio al colpo di scena finale, con l’abolizione del volere, il distacco dal
mondo e la rinuncia alla vita. Così anche la morte si presta come tutto il
resto a un duplice significato. O come il peggiore dei mali che suscita il
terrore più grande, oppure come una realtà desiderabile che libera finalmente
da tutti i mali. A seconda che si sia trascinati dal gorgo dell’esistenza e
preda delle apparenze; oppure che l’illuminazione ascetica non abbia penetrato
la verità più profonda, che il mondo sarebbe una sorta di inganno della mente,
e la vita non degna di essere voluta. Il tutto condito dalla stravagante
dottrina della diciamo così mortale immortalità, secondo cui, come il filosofo
riassume in una battuta, «la morte è la nostra fine, e noi nondimeno dobbiamo
essere eterni e indistruttibili» (42).
Per
quanto dunque in modo assai ambiguo, Schopenhauer ci tiene a negare l’esistenza
di un nulla assoluto, benché egli sia solitamente tacciato di essere un
nichilista. In effetti, già la sua affermazione dell’eternità della
materia-energia dell’Universo, basterebbe a confermare tale posizione.
Sennonché le complicazioni metafisiche rendono più difficile una concezione
univoca e lineare. Così la morte annienta l’individuo psico-fisico, ma non il
«vero essere» di cui è manifestazione. O ancora l’asceta desidera morire per
davvero, senza aspettarsi nulla in cambio, e anzi proprio volendo il nulla come
l’obiettivo in cui sembra consistere l’estinzione completa della volontà.
Perciò probabilmente, a scanso di equivoci, il filosofo torna su questo tema
nell’ultimo paragrafo della sua opera principale. Dove rivolge a se stesso quel
«rimprovero» ineludibile che ogni lettore, giunto alla meta, potrebbe
facilmente muovere. Ossia se, dopo averlo seguito, il faticoso cammino da lui
indicato non approdi al «vuoto nulla». La risposta è ovviamente negativa, in
sintonia a quanto sostenuto a proposito finora, e tuttavia pecca di una certa
mancanza di originalità, poiché trae spunto nientemeno che dalla dottrina di
Platone. Veramente costui, più che del nulla, è del «non essere» che si occupa,
con la celebre confutazione dell’Eleatismo che si trova nel Sofista
(253d-268c). Com’è noto, Parmenide se n’era uscito con una singolare sentenza,
secondo cui l’essere è, e non può non essere; mentre il non essere non è, né
può essere. Dando così luogo al rigido monismo, per il quale dall’univocità
dell’essere conseguiva l’assurda negazione del divenire, ossia della
molteplicità, nonché del movimento e mutamento dei corpi. Ebbene Platone
replicò che invece il non essere esiste eccome, ma non come il «contrario» dell’essere,
bensì come «diverso». Così di qualcosa che è, può dirsi logicamente che non è,
come ad esempio che il bello non è brutto, o che il moto non è quiete, e così
via. Nel Dialogo in questione, però, il principale obiettivo polemico del
filosofo ateniese erano i Sofisti. Costoro infatti, prendendo alla lettera il
corollario dell’enunciato di Parmenide, ossia che il non essere non è neanche
pensabile e dicibile, proclamavano che tutto è vero. Negando con ciò che
potesse esistere il falso, poiché quest’ultimo equivarrebbe ad affermare
qualcosa che non è, ritenuto appunto impossibile. Sicché Platone, con la sua
indagine dialettica, dimostrò insieme sia l’essere del non essere, negato da
Parmenide, e sia l’esistenza dell’errore negata dai Sofisti.
Ora,
benché qui ridotta all’osso, si capisce come l’impostazione platonica sia di
un’ovvietà disarmante, e tuttavia è riconosciuta come uno dei capitoli più
importanti della filosofia antica. Sta di fatto che è proprio sulla scorta di
questo ragionamento che Schopenhauer risponde all’obiezione sollevata contro se
stesso, se il suo sistema di pensiero abbia o no un esito nichilista. Così
egli, - ricalcando la distinzione platonica, e giusto con un linguaggio diverso
- sostiene che un «nulla assoluto», come totale negazione di essere,
semplicemente non esiste, e infatti non si può neanche pensare. Mentre ciò di
cui ha senso parlare è il «nulla relativo», da intendersi come parziale
privazione di essere, che esiste solo in rapporto a qualcosa che è. Appunto
come quando si dice che il non essere bello è relativo all’essere brutto che lo
nega, e viceversa, perché l’essere e il non essere sono in una relazione sempre
convertibile. Come ad esempio è la stessa cosa dire che un corpo è più caldo
oppure meno freddo di un altro, così è dell’essere e non essere,
dell’affermazione o negazione della proprietà di una cosa in riferimento a
un’altra. Si tratta insomma di segni che, secondo il punto di vista, si possono
capovolgere e trasformare nel loro rispettivo contrario. Così, tradotto in
pratica, per chi rimane attaccato al mondo, alla vita e a se stesso, l’epilogo
ascetico che nega tutto ciò, non può che prospettarsi come nulla. Mentre per
colui che la volontà l’ha in effetti liberamente soppressa, il nulla è
piuttosto questo mondo stesso che viene negato. Come recitano le ultime
eloquenti parole de Il mondo, «quel che rimane dopo la soppressione
completa della volontà è invero, per tutti coloro che della volontà ancora son
pieni, il nulla. Ma viceversa per gli altri, in cui la volontà si è rivolta da
se stessa e rinnegata, questo nostro universo tanto reale, con tutti i suoi
soli e le sue vie lattee, è — il nulla».
Discorso
che di per sé può anche filare, ma appunto solo a parole. Perché nei fatti,
come riconosce lo stesso Schopenhauer, anche se le vicende dei santi
testimoniano che l’esperienza ascetica possa veramente praticarsi, pure essa
non sarebbe in ogni caso comunicabile, né potrebbe essere conosciuta da chi non
la vivesse direttamente in prima persona. Infatti, lo stato cui conduce la
negazione del volere, corrisponde a quello stesso che è definito come «estasi,
rapimento, illuminazione, unione con Dio, e così via». Attraverso cui si
sperimenta appunto una prova ineffabile e inconcepibile, poiché con essa
scompare la prima forma di ogni conoscenza possibile, ossia il rapporto tra
soggetto conoscente e oggetto conosciuto, i due poli che in questo caso
finiscono per confondersi. Ormai quello che si calpesta è il terreno della
mistica, sul quale nemmeno la filosofia è più in grado di pronunciarsi. A
questi livelli il sapere ha raggiunto l’estremo limite delle sue possibilità,
oltre il quale non può procedere né condurre, se non negativamente. Perché non
esistono intuizioni o concetti capaci di rendere il senso di una simile esperienza,
né tantomeno dogmi religiosi. Di più, mentre la filosofia ha a che fare con un
mondo esterno, e il teismo con un Dio separato, invece il misticismo consiste
nel ripiegamento interiore dell’uomo, che dentro di sé scopre di essere egli
stesso il mondo o Dio.
Tuttavia
Schopenhauer è consapevole che tali precisazioni non attenuano del tutto la
perplessità che suscita l’esito del suo sistema. Resta il fatto che il cammino
verso la rinuncia al mondo e l’abolizione del desiderio di vivere, minaccia di
approdare al vuoto nulla. Tanto più che non si dà cognizione positiva di
un’esperienza che è di per sé radicalmente negativa, e quindi inaccessibile a
ogni forma di esposizione. Sappiamo, per così dire, che il mondo è “Volontà”,
la quale vuole se stessa a tutti i costi, noi compresi; conosciamo altresì la
versione pessimista dell’esistenza e dei suoi fatali dolori. Dell’affermazione
della nostra volontà, però, «non abbiamo la facoltà di dire o di capire, dopo
che essa ha abbandonato questo atto, che cosa sarà o farà: perciò la negazione
è per noi, che siamo la manifestazione del volere, un trapasso nel nulla». Cosa
di cui abbiamo naturalmente «orrore», almeno finché resteremo attaccati al
mondo e preda della voglia di vivere. Né consola più di tanto la coscienza dell’inesistenza
di un nulla assoluto, perché ciò non toglie che con la morte il nostro io
finisce comunque annientato. Quindi in sostanza quello ascetico è un percorso
che non si può apprendere, nemmeno con la conoscenza del mondo intero, perché
anche in tal caso il tutto dovrebbe convertirsi nel nulla. Uno può arrivarci
solo con le proprie forze, perché la spinta a smettere di volere può scaturire
unicamente da dentro, come una molla che scatta autonomamente, per un impulso
mistico e misterioso. Sicché Schopenhauer, che ha indicato la via della
“redenzione” fin dove possibile, per così dire fino all’orlo del baratro,
conclude con una sorta di atto di fede; e alla fine, davanti al grande passo
definitivo da compiere, non trova di meglio che esortare a non farsi prendere
dal panico. Un po’ come Gesù che, nell’avvertire i discepoli della sua
imminente dipartita, dice loro: «non abbiate paura» (Giovanni 14, 27);
così si pone il nostro filosofo di fronte alla prospettiva della fine di questa
vita e di questo mondo: «dobbiamo discacciare la sinistra impressione di quel
nulla che ondeggia come ultimo termine in fondo a ogni virtù e santità, e di
cui noi abbiamo paura come della tenebra i bambini». Così che fino all’ultimo
Schopenhauer non viene meno alla fondamentale ambiguità che attraversa tutta la
sua opera, in questo caso di uno che si proclama senza Dio, eppure che al tempo
stesso predica l’ascesi come supremo comportamento morale, le cui indicazioni sono peraltro espresse con un linguaggio tipicamente religioso (43).
NOTE 5
1. Th Mann, Saggi, cit., p.
15.
2. C. Vasoli, Introduzione a Il mondo,
cit., p. XXXVII.
3. Sulla irrazionalità della volontà in
sé, vd. Il mondo come volontà e rappresentazione, cit., pp. 169, 231-233
e 408.
Per quanto fondate possano essere le
obiezioni a questa concezione, non si può tuttavia non tener conto di come essa
abbia influito sul fondatore della Psicoanalisi, benché ovviamente l’inconscio
freudiano sia diametralmente opposto a ciò che normalmente si intende per
volontario. Del resto è noto il riconoscimento che lo stesso Freud attribuisce
a Schopenhauer, in particolare nel saggio Una difficoltà della psicoanalisi,
un articolo di dieci pagine del 1917, che si trova pubblicato in fondo al vol.
VIII delle Opere di Freud (Boringhieri, Torino 1976), dove proprio
all’ultimo paragrafo si legge: «Probabilmente pochissimi uomini hanno compreso
che ammettere l'esistenza di processi psichici inconsci significa compiere un
passo denso di conseguenze per la scienza e per la vita. Affrettiamoci comunque
ad aggiungere che un tale passo la psicoanalisi non l'ha compiuto per prima.
Molti filosofi possono essere citati come precursori, e sopra tutti
Schopenhauer, la cui "volontà inconscia" può essere equiparata alle
pulsioni psichiche di cui parla la psicoanalisi».
4. Sulla volontà di vita vd. Il mondo,
cit., pp. 366-367; e Supplementi, cit., pp. 362-’63 e 371.
5. Il mondo come volontà e
rappresentazione, cit., p. 211. Della “volontà” nella Natura inorganica
abbiamo parlato nel paragrafo 2.2, pp. 88-91. Sul suo carattere conflittuale
già a questo livello, vd. anche Il mondo, pp. 208-210 e 408.
6. Sulla volontà nel mondo della vita
animale, vd. Il mondo come volontà e rappresentazione, cit., pp. 367 e
434; e Supplementi, cit., pp. 363-367.
7. Il mondo come volontà e
rappresentazione, cit., p. 270.
8. Ibid., p. 412.
9. Sul meccanismo del volere umano, che
genera il dolore e la noia della vita, vd. Il Mondo come volontà e
rappresentazione, cit., pp. 138-’39, 233, 395-’96 e 409-416. Cfr. anche Parerga
e paralipomena, cit., pp. 951-’53 e 961-’62.
Sulla positività del dolore, vd. Il
Mondo come volontà e rappresentazione, cit., pp. 421-423 e p. 491; Supplementi,
cit., pp. 593-’94; Parerga e paralipomena, cit., pp. 957-’58; e Il fondamento
della morale, cit., p. 215.
Sul tempo in quanto modo della nullità di
ogni cosa, vd. Il mondo come volontà e rappresentazione, cit., pp.
370-’72 e 411; Supplementi, cit., pp. 590 e 592; Parerga e
paralipomena, cit., pp. 947-’48.
10. Sulla concezione della storia, vd. Il
mondo come volontà e rappresentazione, cit., pp. 108, 254-‘55, 329-335,
364-’65 e 426-’27; Supplementi, cit., pp. 456-463 e 597.
11. Sulla critica al panteismo, vd.Supplementi,
cit., pp. 176-178, 361-’62, 367, 596 e 610-611. Giustamente il Cassirer (op.
cit., p. 281) accosta lo spinozismo e i suoi epigoni al «pandemonismo» di
Schopenhauer.
Inoltre, detto per inciso, dal panteismo
occorre distinguere la concezione della sacralità della Natura, ma proprio nel
senso letterale del termine, cioè come di ciò che è degno di venerazione e
rispetto. Perché è da essa che in effetti noi deriviamo, e da cui dipende la
sussistenza di tutti gli esseri viventi. Quella stessa che d’altra parte gli
uomini, per quanto ne sono stati capaci, hanno sempre devastato senza il minimo
ritegno.
12. Sulla critica a Leibniz, vd. Il
mondo come volontà e rappresentazione, cit., p. 428-’29; Supplementi,
cit., pp. 601-603; e Parerga e paralipomena, cit., p. 967.
13. Sulla nozione della vita come colpa,
vd. Il mondo come volontà e rappresentazione, cit., pp. 223, 342,
462-’66 e 469; Supplementi, cit., pp. 587 e 599-600; Parerga e
paralipomena, cit., pp. 966-972.
14. Sulla concezione negativa dell’amore,
vd. Il mondo come volontà e rappresentazione, cit., pp. 432-’36; Supplementi,
cit., pp. 548-589; e Parerga, cit., pp. 955 e 966. Inutile ricordare
come la centralità assegnata da Schopenhauer alla sessualità, sia un’altra
importante premonizione della dottrina freudiana.
15. Sul meccanismo a orologeria e sulla
«tragicommedia» della vita, vd. Il mondo come volontà e rappresentazione,
cit., pp. 424-’25; Supplementi, cit., pp. 368-’71; e Parerga,
cit., pp. 955-’56.
16. Zibaldone, 12 febbraio 1828, p. 648. La numerazione delle pagine è quella del
manoscritto originale, che si trova comunque tra parentesi nel testo di tutte
le principali edizioni dell'opera.
17. La ginestra, vv. 124-'25.
18. Zibaldone, 17 aprile 1826, p. 4174.
19. Ibid., 2 giugno 1824, p. 4100.
20. Ibid., 9 marzo 1826, p. 4168.
21. Ibid., 12 febbraio 1828, pp. 649-'50.
22. Ibid., 12 luglio 1820, p. 170.
23. Ibid., 18 agosto 1821, p. 1521.
24. Ibid., 11 marzo 1826, p. 4169.
25. Ibid., 26 novembre 1823, p. 3913.
26. Ibid., Giugno 1820, p. 142.
27. Ibid., 3 dicembre 1821, p. 2220.
28. Ibid., 30 settembre
1821, p. 1815.
29. Sulla noia come desiderio di felicità per così dire neutro,
indifferente, vd. Zibaldone, pp. 3715 e 3879.
Tuttavia, la migliore e più calzante definizione della noia si trova forse
nelle Operette morali, e precisamente nel Dialogo tra Plotino e
Porfirio, dove quest’ultimo medita di suicidarsi proprio a causa di quello
stato d’animo, descritto nei seguenti termini: «ti dirò che questa mia
inclinazione non procede da alcuna sciagura che mi sia intervenuta, ovvero che
io aspetti che mi sopraggiunga: ma da un fastidio della vita; da un tedio che
io provo, così veemente, che si assomiglia a dolore e a spasimo; da un certo
non solamente conoscere, ma vedere, gustare, toccare la vanità di ogni cosa che
mi occorre nella giornata. Di maniera che non solo l'intelletto mio, ma tutti i
sentimenti, ancora del corpo, sono - per un modo di dire strano, ma accomodato
al caso - pieni di questa vanità. (...). E nessuna cosa è più ragionevole che
la noia. (...) Solo la noia, la qual nasce sempre dalla vanità delle cose, non
è mai vanità, non inganno; mai non è fondata in sul falso. E si può dire che,
essendo tutto l'altro vano, alla noia riducasi, e in lei consista, quanto la
vita degli uomini ha di sostanzievole e di reale».
30. Pensieri, LXVIII. Vd. anche Ibid., LXVII; e Zibaldone,
Maggio 1828, p. 4306.
31. Zibaldone, 5 settembre 1821, pp. 1635-’36. Sulla dottrina
dell’anima vd. anche Ibid., pp. 281-’83 e 601-’06. Ricordiamo che
neanche De Sanctis ebbe modo di accedere allo Zibaldone, pubblicato solo
dopo la sua morte, avvenuta nel 1883.
32. Il tema del
per così dire bello della morte, ricorre spesso in Leopardi, e peraltro con
osservazioni degne di nota, come vedremo anche in seguito. A questo proposito
ci sono in particolare due Operette morali da menzionare, di cui non ci
occuperemo oltre. La prima è il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue
mummie (1824), il cui messaggio è quello di attenuare in qualche modo la
paura della morte. Vi si dice infatti che nel momento del trapasso non si prova
un bel niente, poiché morire è un fatto naturale quanto l’addormentarsi;
frangente di cui, anche volendo, non si riesce a rendersi conto. Così come non
si avverte il tanto temuto dolore, che è un «sentimento vivo» per eccellenza,
mentre la morte, proprio come il sonno, consiste appunto nell’incapacità di
sentire alcunché. Di più, la morte non solo libera da tutti i mali, ma il
decesso stesso ha un che di piacevole, consistente in quella «sorta di
languidezza» che si sperimenta quando si sta per sprofondare nell’incoscienza,
ancora una volta del dormire come del morire.
L’altro scritto
cui fare cenno è il Dialogo di Tristano e di un amico, dello
stesso anno di Amore e morte, il 1832, e infatti contiene lo stesso
concetto. A dire il vero si tratta piuttosto di un monologo, dove il
protagonista è Leopardi stesso, il cui nome Tristano evoca appunto la sua
tristezza per il mancato successo della prima edizione delle Operette morali
(1827). Egli ha insegnato l’infelicità della vita, e nessuno gli ha dato
ascolto, per cui si chiede il perché, e se non sia lui a dover cambiare idea.
Si tratta però di un dubbio ironico, e anzi per un lungo intermezzo il poeta
finge di avere sbagliato tutto, nonché di essersi convertito agli ideali
ottimisti del suo tempo. La sua è però appunto un’evidente derisione di quella
diffusa mentalità che ha il culto per le sorti progressive dell’umanità.
Sarcasmo dietro il quale si cela la serietà dell’accusa, che gli uomini non
vogliono sapere la verità, mentre preferiscono credere ciò che fa loro più
comodo. Essi sono «codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto», il cui
opportunismo fa convenire loro di fingere che la vita sia «bella e piacevole»,
piuttosto che guardare in faccia la realtà. Laddove a quei pochi che hanno il
coraggio di «una filosofia dolorosa, ma vera», tocca in sorte il biasimo e il
dileggio della massa ignorante. Gli uomini, attaccati come sono alla vita, sono
abituati a credere un cumulo di «scempiataggini», si illudono di sapere e di
essere chissà che, e vivono nutrendosi di false speranze. Alla fine del Dialogo
Tristano scopre le carte e confessa la sua condizione: «in confidenza, mio caro
amico, io (...) sono infelicissimo». Ormai non gli importa più di niente, né
delle sorti del suo libro, né dell’amore per gli studi, e neanche delle ormai
tramontate speranze di gloria. Ora una cosa sola conta, la morte, che egli
attende a testa alta: «vi dico francamente, ch'io non mi sottometto alla mia
infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli
altri uomini; e ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa, con
tanto ardore e con tanta sincerità, con quanta credo fermamente che non sia desiderata
al mondo se non da pochissimi». L’unica speranza è che la fine non tardi ad
arrivare, l’unica consolazione che essa ponga termine allo strazio
dell’esistenza: «Oggi non invidio più né stolti né savi, né grandi né piccoli,
né deboli né potenti. Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei. Ogni
immaginazione piacevole, ogni pensiero dell'avvenire ch'io fo, come accade
nella mia solitudine, e con cui vo passando il tempo, consiste nella morte, e
di là non sa uscire. (...) Se ottengo la morte morrò così tranquillo e così
contento, come se mai null'altro avessi sperato né desiderato al mondo. Questo
è il solo benefizio che può riconciliarmi al destino». È dunque evidente che,
come in Amore e morte, anche qui il poeta auspica espressamente di farla
finita, ma senza il minimo cenno alla possibilità di suicidarsi.
33. Zibaldone,
10 dicembre 1821, pp. 2241-'42. Cfr. anche Ibid., pp. 183, 273 e
484-’85.
34. Ibid.,
14 novembre 1823, p. 3883. Cfr. anche Ibid., pp. 2492 e 2549 - 2555.
35. Plutarco, Vita
di Marco Bruto, § XXXVII.
36. Plotino, Enneadi,
I, 9.
37. Nel Fedone
(61-63) Platone rappresenta Socrate chiuso in prigione che, nell’attesa
dell’esecuzione della condanna, conversa con gli amici. A un certo punto il
Maestro si mostra quasi felice di stare per morire, dicendo agli interlocutori
che, se fossero uomini saggi, vorrebbero seguirlo al più presto. Di fronte allo
stupore di costoro, però, subito precisa che con ciò egli non intende istigare
al suicidio, perché anzi «non è lecito che uno uccida se stesso». Spiegando che
la vita non appartiene a noi, bensì agli dèi, per cui solo loro possono
decidere quando toglierla. Quindi sì alla mortificazione ascetica, e sì anche
al desiderio della morte come liberazione dell’anima dal corpo, nella
prospettiva di una vita ultraterrena. No però al suicidio volontario, che
sarebbe come uno schiavo che si toglie la vita senza l’assenso del padrone. In
effetti quella stessa di Socrate è stata una morte per suicidio, però in questo
caso legittimo, poiché costretto dalla sentenza di un tribunale.
Sull’argomento
Platone torna anche in un paragrafo delle Leggi (IX, 873 c-d), nel
capitolo per così dire dei delitti e delle pene. Qui il suicidio volontario è
tacciato senza mezzi termini come l’atto colpevole di «chi per inerzia e viltà
e debolezza impone a se stesso ingiusta sentenza». Cui spetta il castigo di
un’indegna sepoltura, isolata, anonima e irriconoscibile, affinché del defunto
si perda la memoria.
38.
Di quanto in effetti sia stato profondo l’amore di De Sanctis verso Leopardi,
lo denota un ultimo dettaglio. Nel 1881 il letterato, ormai dismessi gli
incarichi universitari e ministeriali, a causa di una grave malattia agli
occhi, iniziò a dettare la sua autobiografia. Presto però interruppe il
progetto, di cui infatti è rimasto solo un frammento dell’età giovanile, per
tornare a dedicarsi ancora una volta al suo poeta prediletto. Ritenne più
importante rivedere gli studi di una vita, per riordinarli in una grande
monografia, alla quale attese con tutte le ultime forze rimastegli. Nella breve
Introduzione dell’Agosto 1883, il critico espone un bilancio di quanto ha
fatto, e a significare di quanto ancora gli resta da fare, aggiunge le seguenti
parole: «se tempo e salute mi bastano, sono contento di consacrare gli ultimi
anni miei al poeta diletto della mia giovinezza». Purtroppo lo studioso sarebbe
venuto a mancare quattro mesi dopo, e l’opera, rimasta incompiuta, fu
pubblicata postuma con il titolo di Studio su G. Leopardi. Testo che
comunque, nonostante l’incompletezza, resta giustamente un caposaldo
fondamentale per chiunque voglia affrontare uno studio critico del grande
poeta. Quanto al Leopardi filosofo, ecco un bel passo dell’illustre interprete,
il quale riconosce la caratura intellettuale del Recanatese, e testimonia
altresì la sincera devozione nei suoi confronti: «la sua filosofia non ha un
colore di questo o di quel sistema filosofico, ma ha un color suo proprio e
personale. Trovi nelle diverse sue parti reminiscenze stoiche, platoniche,
sensiste, una erudizione varia, soprattutto classica. Ma il tutto è pensiero
originale, e per la inesorabilità delle conclusioni e per la sua
compenetrazione in tutte le forze della vita» (F. De Sanctis, Studio su G.
Leopardi, Ed. A. Morano, Napoli 1905, § XXIV, p. 275).
39.
Su Leopardi vd. ancora le note 9, 20 e 23 del successivo capitolo, dove è rispettivamente
trattata la sua concezione, dell’egoismo, della compassione e degli animali,
temi centrali anche nella riflessione morale di Schopenhauer.
Note 6
1. G. Faggin, Schopenhauer,
cit., p. 200. Il giudizio di
questo interprete però, per quanto autorevole, è condizionato dalla fede
religiosa, per cui non concepisce un’Etica senza Dio, com’è quella prospettata
invece da Schopenhauer.
Mentre un’altra studiosa affronta questo tema, però in modo
singolare, praticamente negando essere contraddittorio sostenere, come fa
Schopenhauer, la possibilità di un sentimento e di una condotta morale in un
mondo quale quello di una “Volontà” cieca, malvagia e sofferente. A suo parere
si tratta infatti di un falso problema, poiché il preteso pessimismo
sistematico del filosofo non è per niente tale: «Schopenhauer ha detto soltanto
che il vivere è sofferenza, non ha affatto detto di essere un pessimista, né
tanto meno un pessimista radicale. La contraddizione si innesta quindi non
nella filosofia di Schopenhauer, ma nella valutazione radicalmente pessimista
che della filosofia di Schopenhauer è stata fatta. Mentre quindi sarebbe stato
illogico che in un pessimismo potessero continuare a sussistere valori
teoretici e morali, non è altrettanto illogica la posizione di chi, convinto
del dolore del mondo, cerchi di superarlo, allontanando la causa da cui
proviene» (A. E. Di Stefano, La filosofia di A. Schopenhauer, cit., p.
152).
2. A Schopenhauer, Il fondamento della morale, cit.,
p. 110.
3. Ibid., p. 202.
4. Ibid., p. 206. Sulla fondamentale falsità della
morale religiosa vd. anche pp. 194-’95. Nonché p. 242, dove Schopenhauer
confessa che questo pensiero decisamente eversivo gli è stato suggerito da un
certo duca Carlo Augusto di Weimar, che in una lettera cita a sua volta un
certo barone Weyhers, il quale avrebbe appunto scoperto che «dev’essere un
cattivo soggetto colui che è buono per religione».
5. J. Locke, II Trattato sul governo, cap. V, § 27.
6. A. Schopenhauer, Il fondamento della morale,
cit., p. 191.
7. Cfr. Ibid., pp. 192-’93.
Tra l’altro Schopenhauer nega a più riprese che il diritto
di possesso su un territorio possa derivare dalla sua semplice occupazione, e
lo fa in polemica con Kant, il quale aveva invece sostenuto proprio questa
tesi. E in effetti nei Primi principi metafisici della dottrina del diritto
(§§ XIV, XV e XVII), il fondatore del Criticismo sostiene espressamente il
diritto del primo arrivato ad impossessarsi della terra, tanta quanta è in
grado di difendere. Soprattutto però Kant respinge la tesi che il lavoro possa
essere fonte primaria di legittima proprietà. Perché rispetto alla terra che è
la «sostanza», il lavoro è un mèro «accidente», non necessario e nemmeno
sufficiente per l’acquisizione della proprietà, alla quale darebbe titolo
appunto l’occupazione soltanto. Come dice il filosofo: «È di per sé evidente
che il primo lavoro, la prima delimitazione, o in generale la prima trasformazione
di un campo, non può darci alcun titolo all’acquisizione di quel campo; sarebbe
a dire che il possesso dell’accidente non può servire da fondamento al
legittimo possesso della sostanza, ma che al contrario (...) colui che ha speso
la sua attività su un terreno che non gli apparteneva già prima, ha perso la
sua pena e il suo lavoro».
Ora, a parte una certa stravaganza di questa posizione, la
teoria dell’occupazione fa venire in mente ad esempio la scena di Colombo che,
appena sbarcato nel “nuovo mondo”, la prima cosa che fa è il segno della croce,
seguito da un’immediata dichiarazione di appartenenza di quelle terre ai
regnanti spagnoli. Un caso che, contro Kant e con Schopenhauer, noi definiremmo
senz’altro di appropriazione indebita. Il nostro filosofo però non evoca questo
pur emblematico episodio, bensì un altro, in un certo senso analogo e tuttavia
stranamente opposto. Nei Supplementi (op. cit., p. 616), infatti, a
sostegno della tesi secondo cui il lavoro legittima la proprietà, e implicitamente
contro la teoria kantiana, egli cita un discorso di Quincy Adams, sesto
presidente americano, il quale sosteneva la liceità dell’invasione dei
territori indiani con il fatto che quelle tribù si limitavano a occupare il
suolo dove vivevano, ma senza lavorarlo, il che quindi non dava loro alcun
diritto su di esso. Così che, mentre per Kant conta solo l’occupazione, e il
lavoro è inutile a legittimare il possesso di un terreno; per Schopenhauer al
contrario l’occupazione non conta niente, e, almeno in teoria, vale il lavoro
soltanto.
8. Il fondamento della morale, cit., p. 208.
9. Ibid., p. 201.
Sull’egoismo vd. anche Il mondo, cit., pp. 436-439; e i Supplementi,
cit., pp. 620-621.
Sull’egoismo ha riflettuto a lungo anche Leopardi, che
nello Zibaldone ha dedicato molte pagine all’argomento. Veramente il
poeta parla più spesso di «amor proprio», e anche in modo piuttosto
controverso, poiché a volte usa tale espressione come sinonimo di egoismo,
mentre alle altre distingue le due cose addirittura come opposte. Abbiamo già
visto come per lui, al pari di Schopenhauer, l'amore stesso, - sentimentale,
filiale o amicale - sia una forma di egoismo, e anzi la sua manifestazione più
evidente. Ancora come il filosofo, poi, anche il poeta nota il fatto che questo
sentimento è congenito a ogni essere vivente, e che nella specie umana in
particolare è fonte dei contrasti tra gli individui, nonché di guerra tra le
nazioni. Poiché ciascuno considera se stesso come la cosa più importante, il
centro intorno a cui tutto deve girare, ecco che «l'odio degli altri è una
conseguenza necessaria ed immediata dell'amore di se stesso» (p. 872 del
manoscritto originale). E d’altra parte, quando l’egoismo è un sentimento così
diffuso, diventa una necessità, perché a nessuno è concesso di sottrarvisi, a
meno di non voler soccombere agli altri. Leopardi osserva anche che questa
realtà è dissimulata nell’ipocrisia dei rapporti sociali, dove ognuno finge di
amare il prossimo non per altro che rendersi amabile ai suoi occhi. Di qui
anche il motivo per cui si stima e ostenta tanto l’umiltà, semplicemente perché
il modesto, a differenza del superbo, rinforza invece di ferire l’amor proprio
degli altri. In più, da parte sua, il poeta aggiunge che l’egoismo è un
sentimento indefinito, nel senso che si estende all’infinito, anche se senza
mai riuscire a comprendere per intero tale dimensione. Esso è come la speranza,
che si nutre di un illimitato desiderio del piacere per sé e di piacere agli
altri, ciò che in una parola si definisce felicità. Desiderio che, come già
sappiamo, data la sua portata inesauribile, è impossibile da soddisfare
compiutamente, e la cui continua attesa provoca piuttosto il sentimento opposto
dell’infelicità permanente.
Ora, nel presente contesto Leopardi fa notare che lo stato
di inevitabile sofferenza in cui ognuno versa sempre più, contribuisce infine a
debilitare l’amor proprio. Col passare del tempo l’uomo perde le forze, e viene
meno quella vita attiva che è il solo mezzo per distrarre dall’infelicità, la
quale quindi prende il sopravvento. Così l’individuo, affranto da tale
circostanza ormai disperata, perde man mano ogni interesse, e non solo verso
gli altri, ma anche per se stesso, entrando in uno stato di inerte
indifferenza. Condizione che è tipica della vecchiaia, alla quale subentra il
vero e proprio egoismo, definito dal poeta come «la più brutta modificazione
dell'amor proprio» (p. 1100). Di qui la differenza tra le due cose, e
l’avvertenza che «Bisogna distinguere tra egoismo e amor proprio» (p. 3291).
Appunto perché del primo sono preda i vecchi, la cui debilitazione fisica e
morale li rende insensibili e freddi perfino rispetto a loro stessi; mentre i
giovani, nel pieno della loro vitalità, sono altresì colmi di amor proprio. E,
parallelamente, la stessa dicotomia esiste anche tra gli uomini dell’antichità
e quelli dell’epoca moderna. Il tratto distintivo di questa degenerazione,
lungo il corso della vita e della storia, è che con l’indebolimento dell’amor
proprio, e la generale noncuranza che ne segue, viene meno anche ogni
possibilità di comportamento virtuoso. Un paradosso che a Leopardi non sfugge,
ma che egli spiega con il fatto che, con il sorgere dell’egoismo e la
conseguente indifferenza verso se stessi, viene meno, insieme all’amor proprio,
anche ogni rapporto con gli altri, la quale relazione è indispensabile tra
l’altro anche a fare del bene. Per questo il poeta dice che «l'indebolimento
dell'amor proprio (...) è cagione dell'indebolimento della virtù» (p. 959), non
solo perché in tal caso subentra l’egoismo, ma anche perché per lui lo stesso
esercizio della virtù è sempre una modificazione dell’amor proprio, come
vedremo nella successiva nota 20. Ora è chiaro in che senso egli considera i
due concetti solo apparentemente sinonimi, e in realtà diametralmente opposti:
«tanto esser lungi che l'egoismo sia in proporzion diretta dell'amor proprio,
ch'egli n'è anzi in proporzione inversa» (p. 3294). Appunto nel senso che
l’amor proprio è un sintomo di vitalità, forza e sensibilità, d’animo e di
corpo, proprio dell’età giovanile della vita e dell’epoca antica della storia.
Laddove l’egoismo denota al contrario inerzia, debolezza e indifferenza, da cui
sono affetti i vecchi e la modernità, chiusi in un isolamento che li rende
incapaci ormai di ogni slancio, perché «l'egoismo è qualità o passione morta,
ossia men vitale che si possa» (p. 3295).
10. Il mondo, cit., p. 445. Sul concetto di
ingiustizia doppia vd. anche Il fondamento della morale, cit., pp. 225,
228 e 244, dove Schopenhauer definisce il tradimento «obbrobrio del mondo», e
ricorda Dante che ha giustamente collocato quelli che si macchiano di questa
colpa nel più profondo girone dell’inferno. Un altro dettaglio curioso è la
formula matematica che il filosofo propone per calcolare la quantità di ingiustizia
commessa: «la grandezza dell'ingiustizia della mia azione è uguale
all'ammontare del danno che con essa provoco a un altro, diviso l'ammontare del
vantaggio che tramite essa io ottengo» (Ibid., p. 225). Da cui risulta
appunto che la maggiore ingiustizia possibile è quella compiuta senza alcun
proprio vantaggio, ma solo per danneggiare l’altro.
11. Sulla malvagità, vd. Il mondo come volontà e
rappresentazione, cit., pp. 476-481; e Il fondamento della morale,
cit., pp. 204-205 e 231.
12. Il fondamento della morale, cit., p. 160.
13. Sulla dottrina dello Stato, vd. Il mondo, cit., pp. 450-’60;
Il fondamento della morale, cit., pp. 160, 197-’98, 202 e 222-’24; Supplementi,
cit., pp. 615-’16; Parerga e paralipomena II, 9.
14. Il fondamento della morale, cit., p. 237.
15. Ibid., p.
210.
16. Ibid., p. 213.
17. Il mondo come
volontà e rappresentazione, cit., pp.
491-’92. Lo stesso concetto è espresso anche ne Il fondamento della morale,
pp. 215-’16; e a p. 245, dove il filosofo ribadisce che «l’infelicità è la condizione
della pietà e la pietà è la fonte dell’amore».
Interpreti cristiani come G. Morra e G. Faggin, dissentono
da questa impostazione di Schopenhauer, che ovviamente contrasta con la
dottrina religiosa. Il primo (G. Morra, Grande Enciclopedia Filosofica,
cit., p. 568, ed Ethica, art. cit., pp. 56-59) respinge l’equazione tra
compassione e carità, giudicata frutto di errore e pregiudizio, nonché tacciata
di nichilismo a causa della concezione negativa della condizione umana sulla
quale è fondata. Per costui invece, pietà e carità stanno agli antipodi, allo
stesso modo in cui il «misticismo attivo» del Cristianesimo si contrappone al
«quietismo» del Brahmanesimo. In particolare, «la compassione fa leva sugli
aspetti deficitari della persona; la carità, invece, è riconoscimento di una
dimensione personale ed eterna, che nessun oltraggio della sorte potrà
annullare. La carità è riconoscimento del valore della persona; la compassione
è, in fondo, disprezzo della persona». Singolarmente il Morra, nella sua appassionata
difesa dell’autentico amore cristiano, non trascura di citare Nietzsche, il cui
ben noto disprezzo per la compassione è ricordato quasi a sostegno del suo
punto di vista.
Anche il Faggin (Schopenhauer, cit., p. 218) è più o
meno della stessa opinione, solo che egli tenta di superare lo stallo con un
passo avanti rispetto a Schopenhauer: «Si dica pure con Schopenhauer - egli
scrive - che la pietà deriva dalla conoscenza non di una presunta dignità, ma
dell’umana miseria: sta di fatto che l’atto d’amore è un atto di affermazione,
non di negazione (...). Ma così la caritas, in quanto instauratrice di
un valore positivo e metafisico, assurge alla dignità di valore assoluto,
perché dissipa e oltrepassa l’orizzonte delle mere apparenze e sfocia nella regione
celeste delle essenze».
18. Il fondamento della morale, cit., p. 218.
19. Su tutta questa parte vd. i seguenti passi:
Seneca, De clementia, II, 2.4, 3.1-5, e 4.
1-4.
B. Spinoza, Etica, Pt. III, Prop. 22, 27 e 32; Definizioni dei sentimenti, n.
18; Pt. IV, Prop. 50 e 58.
I. Kant, Critica della ragion pratica, cit., p.144.
20. J.J. Rousseau, Discorso sull’origine della disuguaglianza,
Opere, Sansoni, Firenze 1972, pp. 54-56. Emilio, Libro IV, Opere, cit.,
pp. 501-508 e 527.
A questo punto è il caso di ricordare anche la concezione
leopardiana della compassione, anch’essa evidentemente influenzata da Rousseau.
Nello Zibaldone, di cui citeremo i passi secondo l’impaginazione del
manoscritto originale, il poeta riflette a lungo su questo argomento, e a dire
il vero anche in modo un po’ controverso. Egli comincia con una bella
definizione all’apparenza inequivocabile: «la compassione che nasce nell'animo
nostro alla vista di uno che soffre è un miracolo della natura, che in quel
punto ci fa provare un sentimento affatto indipendente dal nostro vantaggio o
piacere, e tutto relativo agli altri, senza nessuna mescolanza di noi medesimi.
E perciò appunto gli uomini compassionevoli sono sí rari, e la pietà è posta,
massimamente in questi tempi, fra le qualità le più riguardevoli e distintive
dell'uomo sensibile e virtuoso» (p. 108). E però già nel capoverso successivo
il poeta solleva la stessa obiezione di Rousseau, ossia che la pietà può
sorgere dal timore di provare noi stessi la sofferenza dell’altro. Concludendo
e rassicurando tuttavia che «c'è una compassione spontanea, del tutto
indipendente da questo timore, e intieramente rivolta al misero». Solo che
questa è la prima e sola versione per così dire ottimistica della cosa, perché
tutte le osservazioni degli anni successivi tendono piuttosto a circoscrivere
la portata etica e ridimensionare l’autenticità altruista di questo sentimento.
Anzitutto Leopardi ritiene che il movente della compassione sia la «debolezza»
del prossimo, come anche in questo caso aveva già notato Rousseau. Il poeta
però, da parte sua approfondisce tale aspetto, e chiama in causa «una squisita
provvidenza della natura» (p. 3553), per spiegare il fatto che un essere inerme
possa risultare amabile a chi lo osserva. Condizione in cui versano i
fanciulli, i cuccioli animali, le donne, o anche gli uomini incapaci di
difendersi dalle loro sofferenze. Non a caso l’etimologia latina del termine
virtù significa ‘forza’, qualità che appunto deve possedere il soggetto che
compatisce l’altrui debolezza. Laddove i deboli sono invece incapaci di tale
sentimento, perché presi come sono dai loro bisogni, se ne guardano bene dal
preoccuparsi dei problemi degli altri. «Chi patisce non è atto a compatire» (p.
4287), dice il poeta, di nuovo sulla scia di Rousseau. Sicché la cerchia dei
compassionevoli si restringe sensibilmente, data l’infelicità dilagante nel
mondo umano, tanto che alla fine, i soli in grado di esserlo sono i giovani.
Loro che nel fiore della vita, pieni di salute e vigore, esenti dal bisogno
pressante e dalla disperazione che ancora ignorano, proprio per questa
fortunata condizione sono pronti a spendersi per gli altri.
Come sappiamo però dalla precedente nota 9, l’estrema
vitalità della condizione giovanile si deve al fatto che essi possiedono il
massimo grado di amor proprio, il quale si affievolisce solo con l’avanzare
dell’età e la perdita delle forze, trasformandosi infine nella «passione morta»
dell’egoismo. A questo quadro si aggiunga ora che per Leopardi l’amor proprio è
il movente fondamentale di ogni attività possibile, del corpo come dello
spirito, nel bene come nel male. Già in una delle primissime pagine dello Zibaldone
egli esprime questo pensiero: «Il principio universale dei vizi umani è l'amor
proprio, in quanto si rivolge sopra lo stesso essere; delle virtù, lo stesso
amore [proprio], in quanto si ripiega sopra altrui» (p. 54). Il che d’altra
parte non è assurdo, perché in effetti tutto ciò che uno fa, di buono o cattivo
che sia, è attribuibile al sentimento che costui ha di se stesso; e solo quando
quest’ultimo viene meno, allora subentra l’inerzia, indifferente di sé e degli
altri. Da questo punto di vista può suonare strano che anche ogni buona azione
faccia capo all’amor proprio di colui che la compie, perché nel linguaggio
ordinario questo fa venire in mente l’egoismo, ma abbiamo visto nella citata
nota precedente come Leopardi distingua le due cose. Su questa base ecco quindi
come egli parla in particolare della compassione: «Il sacrifizio di se stesso e
dell’amor proprio, qualunque sia questo sacrifizio, non potendo esser fatto
(come niun’altra opera umana) se non dall’amor proprio medesimo, (...) ha
bisogno di una grandissima e straordinaria forza e abbondanza di amor proprio.
Quindi è che dove maggiormente abbonda l’amor proprio, e dov’egli ha maggior
forza, quivi più frequenti e maggiori siano i sacrifizi di se stesso, la
compassione, l’abito, l’inclinazione, e gli atti di beneficenza» (pp.
3293-’94). Ora, qui non siamo più all’esaltante definizione iniziale, poiché
l’inclusione dell’interesse annulla l’efficacia etica del gesto pietoso, al
quale comunque il poeta assegna ancora un significato positivo.
Da ultimo però, la sua controversa posizione si radicalizza
ancora, fino alla stroncatura definitiva della pietà, giudicata stavolta un
atto di mèro egoismo. In questo caso Leopardi parla dell’uomo compassionevole
come di uno il quale, più che soffrire con l’altro, si compiace di se stesso.
Premesso che lo sventurato tende a dissimulare il proprio stato, perché la
sofferenza è uno spettacolo che normalmente ripugna, ecco che la pietà sembra
un sentimento di suprema virtù a colui stesso che la prova. Sicché costui è
gratificato da «una quasi coscienza di proprio eroismo e nobiltà d'animo», che
lo fa sentire di una bontà superiore alla norma. Laddove, in realtà, non solo
l’interesse per la sorte altrui non costa niente a chi lo ostenta, ma
soprattutto quel gesto, più che un superamento dell’egoismo, ne è una sottile
manifestazione. «L'uomo nel compatire s'insuperbisce e si compiace di se
medesimo: quindi è ch'egli goda nel compatire, e ch'ei si compiaccia della
compassione. L'atto della compassione è un atto d'orgoglio che l'uomo fa tra se
stesso. Così anche la compassione che sembra l'affetto il più lontano, anzi il
più contrario, all'amor proprio, e che sembra non potersi in nessun modo e per
niuna parte ridurre o riferire a questo amore, non deriva in sostanza (come
tutti gli altri affetti) se non da esso, anzi non è che amor proprio, ed atto
di egoismo» (pp. 3107-’108). Per cui, anche ammesso che uno arrivi a
sacrificare se stesso a favore dell’altro, egli lo fa comunque per un suo
piacere, e cioè non tanto per altruismo, quanto per il bene proprio. Sicché in
questi casi accade che, pur di perseguire i suoi scopi, «l'egoismo giunge fino
a sacrificar se stesso a se stesso: tanto è l'amor ch'ei si porta, ch'ei si fa
volontaria vittima di se medesimo» (p. 3168). A sostegno di questa radicale
versione, il poeta aggiunge un’altra osservazione, ossia che l’esercizio della
pietà richiede un gusto raffinato, proprio di un animo sensibile ma subdolo, e
di cui sono quindi incapaci gli uomini primitivi, incolti ma sinceri. Perciò
una tale disposizione «ha bisogno di una delicatezza e mobilità di sentimento o
facoltà sensitiva, di una raffinatezza e pieghevolezza di egoismo, per cui esso
possa come un serpente ripiegarsi fino ad applicarsi ad altri oggetti e
persuadersi che tutta la sua azione sia rivolta sopra di loro, benché realmente
essa riverberi tutta ed operi in se stesso e a fine di se stesso, cioè
nell'individuo che compatisce» (p. 3117). Sicché alla fine Leopardi nega tanto
la moralità quanto la naturalità della compassione, contraddicendo non solo
Rousseau e Schopenhauer, ma anche se stesso, che come abbiamo visto su questo
argomento aveva esordito in tutt’altri termini. Egli approda anzi a una
posizione ancora più radicale di Seneca e Spinoza, poiché per lui non solo la
pietà, ma ogni virtù è una modificazione dell’amor proprio, e in definitiva una
manifestazione di egoismo, nonostante la sua distinzione tra le due cose.
C’è infine un ultimo dettaglio che in questo contesto
merita di essere menzionato, cioè la concezione piuttosto infelice che il poeta
ha della «natura donnesca». Egli infatti, similmente a quanto vedremo fare
anche Schopenhauer, paragona la donna ai vecchi, nel senso che come loro, a
causa della debolezza fisica e mentale, sarebbe dura di cuore e insensibile
alla sorte degli altri. Ecco un passo in tal senso emblematico: «le donne
essendo per natura più deboli di corpo e d'animo, e quindi più timide, e più
bisognose dell'opera altrui che gli uomini non sono, sono anche generalmente e
naturalmente meno degli uomini inclinate alla compassione e alla beneficenza,
non altrimenti ch'elle, per universale consenso, sieno generalmente e
regolarmente meno schiette degli uomini, più proclivi alla menzogna e
all'inganno, più feconde di frodi, più simulatrici, più finte» (p. 3281). Ora,
c’è da dire che altrove il poeta mitiga in un certo senso la severità del suo
giudizio. In un passo precedente, infatti, egli ribadisce che «le donne sono
ordinariamente maliziose, furbe, raggiratrici, ingannatrici, astute,
impostore». Aggiungendo però che la causa di quel comportamento non è tanto la
natura femminile, quanto piuttosto la condizione delle donne. Le quali,
«inferiori nella forza, ed inferiori ancora ne' diritti», cioè costrette dalla
Natura e dalla società, non hanno altro mezzo che agire in quel modo per farsi
valere, il che giustifica il loro comportamento. «Questo è tutto ciò che v'ha
di naturale e d'innato nel carattere malizioso delle femmine: vale a dire che
né questo carattere, né alcuna particolar disposizione ad acquistarlo esiste
nella natura donnesca, ma solo una qualità, una circostanza che la procura,
affatto estranea al talento, all'indole dello spirito, al meccanismo
dell'ingegno e dell'animo. Infatti ponete le donne in altre circostanze (...),
e troverete la loro arte ed astuzia o nulla, o poca, o non superiore o
inferiore ancora a quella degli uomini» (pp. 2259-’63). Diciamo così che con
ciò il poeta si è ripreso per un pelo, fermo restando che egli a più riprese
consiglia che nelle faccende sentimentali, se si vuole conquistare una donna,
occorre mettere al bando ogni forma di galanteria, e insomma trattarla male.
21. Vd. Genesi, 1, 10-25; 2, 18-20; 9, 2-3.
22. Cfr. Kant, Lezioni di etica, Laterza, bari 1971,
pp.273-274; Metafisica dei costumi, Dottrina della virtù, §§ 16-17; Antropologia
pragmatica, I, §1.
Forse sarà una coincidenza, ma la posizione kantiana
somiglia molto a quella di Tommaso d’Aquino, ottimo esempio di quale fosse il
pensiero medievale sul presente argomento. Ebbene il noto teologo, mentre sta
parlando del peccato di omicidio, a un certo punto si chiede se sia lecito
uccidere gli altri esseri viventi. E, forte della testimonianza di Aristotele e
Agostino, risponde che certamente sì, lo è. Per il fatto che esiste una
«gerarchia degli esseri» secondo un ordine stabilito da Dio, tale per cui, come
le piante sono fatte per gli animali, così «gli animali sono fatti per l’uomo».
Il che non avrebbe senso, se non si potessero uccidere liberamente. Inoltre,
dato che sono privi di ragione, gli animali sarebbero incapaci di governarsi da
soli, e per questo «sono subordinati per natura, e ordinati all'uso di altri
esseri». Solo in un caso la soppressione di un animale è considerata ingiusta,
e cioè quando è di proprietà di un altro, sicché il gesto si configura come un
furto, piuttosto che come una colpa nei confronti dell’animale in se stesso:
«Chi uccide il bove di un altro non pecca perché uccide un bove, ma perché
danneggia un uomo nei suoi averi». Vd. Somma teologica, Parte II-II,
Questione 64, Articolo 1.
23. Su tutta questa parte relativa agli animali, i passi
citati di Schopenhauer sono tratti da: Il fondamento della morale, cit.,
pp. 163-’64 e 245-’52. Parerga e paralipomena, II, 15, § 177. Parte dei
quali si trovano anche ne L’arte di insultare, una raccolta di brani
curata da F. Volpi, edita da Adelphi, Milano 2002.
Prima di concludere con questo argomento, che ricordiamo, è
connesso al tema della compassione, può essere interessante vedere cosa ne
pensano autori come Spinoza, Rousseau e Leopardi.
Per Spinoza, a differenza dei cartesiani, gli animali sono
sicuramente dotati di una certa sensibilità. Al tempo stesso in cui però, diversamente
da Schopenhauer, esiste una differenza di natura essenziale tra essi e noi
altri, così come peraltro tra ciascuna specie. In questo senso, che «il cavallo
è trascinato, come l’Uomo, verso il piacere connesso alla procreazione: ma
l’uno da una libidine equina, l’altro da una libidine umana. Così, anche le
Libidini e gli Appetiti degl’insetti, dei pesci, degli uccelli, debbono essere
ben diversi fra loro» (Etica, III, Scolio Proposiz. LVII). Da tale
differenza, e dalla costatazione che gli animali siano, come ogni altro
prodotto naturale, un mezzo utile agli scopi dell’uomo, non c’è motivo che
impedisca a costui di disporne liberamente. Così si spiega perché «le norme che
s’oppongono alla macellazione di animali siano fondate su una vana
superstizione e su una compassione sentimentale più che sulla sana Ragione. La
Ragione, che si occupa della ricerca del nostro utile, c’insegna a stringere
buone relazioni con gli umani, ma non con gli animali (o con le cose), la cui
natura è diversa dalla natura umana (...). Anzi, poiché il diritto di ciascun
essere è definito dalla sua propria virtù, o potenza, gli umani hanno sulle
bestie diritti di gran lunga più estesi di quelli che le bestie hanno sugli
umani. Non che io neghi che le bestie abbiano sentimenti: nego che per tale
ragione non ci sia lecito provvedere a quel che ci è utile, e servirci degli
animali a nostro piacimento, e usare ad essi il trattamento che meglio ci
conviene: dato che la loro natura non s’accorda con la nostra, e che i loro
sentimenti sono per natura diversi dai sentimenti umani» (Ibid., IV,
Scolio Proposiz. XXXVII).
Posizione evidentemente opposta è quella di Rousseau, che
anche nella considerazione degli animali può intendersi come un degno
precursore di Schopenhauer. Egli affronta il tema qua e là nell’Emilio
(1760), la sua giustamente celebre opera pedagogica, dove al progetto di
educazione secondo natura è essenziale il confronto con gli altri animali. I
quali anzitutto, proprio come i fanciulli, da cuccioli devono imparare tutto
quello che c’è da sapere per affrontare la vita, le cui prime fasi sono quindi
dedite al gioco di apprendimento. Poi certo, ci sono delle differenze, che però
il filosofo non indica tanto nel superiore grado di conoscenza della nostra
specie, quanto nel cumulo di nozioni inutili, e quindi dannose, che noi altri
ci mettiamo in testa. Un malaffare la cui conseguenza è che, mentre gli animali
sanno solo ciò che gli occorre per vivere come si deve, invece gli uomini non
si contentano mai, sicché vogliono sapere e avere sempre più di quanto sarebbe
loro sufficiente: «Tutti gli animali hanno esattamente le facoltà necessarie
alla loro conservazione; l’uomo soltanto ne ha di superflue. Non è molto strano
che questo superfluo sia lo strumento della sua miseria?».
Quanto poi alla dieta da impartire ai fanciulli, Rousseau
osserva che essi sono naturalmente vegetariani, per cui raccomanda di
conservare questa preferenza spontanea, evitando il nutrimento carnivoro. E non
solo per motivi di salute, ma anche per le conseguenze morali che può avere
l’abitudine alimentare. Poiché, osserva il filosofo, «è certo che i grandi
mangiatori di carne sono in generale più crudeli e feroci degli altri uomini»;
e non a caso i macellai, data la loro sanguinosa attività, non sono ammessi nei
tribunali in veste di testimoni o di giurati. D’altra parte il giovane ben
educato è anche naturalmente portato ad amare gli animali, nei cui confronti se
ne guarderebbe bene dall’essere crudele. Al contrario egli soffre nel vederli
soffrire, e anzi in genere è proprio un’esperienza simile a suscitare in lui i
primi sentimenti di pietà. Una sensibilità che spesso viene poi meno nell’età
adulta, quando ormai la compassione, se pure si è capaci di provarla, è rivolta
soltanto verso i propri simili.
Infine Rousseau riconosce la supremazia dell’uomo su tutta
la Terra, il predominio di cui gode, essendo egli inferiore solo a Dio. Da cui
la capacità umana di industriarsi, e di sfruttare a proprio vantaggio tutte le
risorse naturali, compresi gli animali. E però il filosofo osserva altresì che
tutto questo potere toccatogli in sorte, fa tutt’altro che onore all’uomo.
Poiché a osservarlo, il mondo umano è semplicemente rivoltante, e più che il
coronamento, esso costituisce il dissidio e la rovina della Natura: «Il quadro
della natura non mi offriva che armonia e proporzioni, quello del genere umano
non mi offre che confusione e disordine! L’accordo regna tra gli elementi, e
gli uomini sono nel caos! Gli animali sono felici, e solo il loro re è
miserabile». Cfr. Rousseau, Emilio, in Opere, cit.: I, p. 372; II, p.
386; IV, pp. 447, 502, 504, 526 e 547-’48.
Leopardi, da ultimo, rappresenta un po’ la via di mezzo tra
Spinoza e Rousseau. Egli non ostenta un particolare amore, e però neanche
disprezzo verso gli animali, sebbene ne parli più volte. Piuttosto li considera
come termini di paragone con l’uomo, e tuttavia ciò non impedisce che alcune
delle sue osservazioni siano ugualmente degne di menzione. Ricordiamo anzitutto
quanto già detto alla precedente nota 20, ossia che per il poeta è la debolezza
dell’altro il movente fondamentale della compassione, per cui tale sentimento è
suscitato più facilmente dalla vista di un bambino indifeso o un cucciolo in
difficoltà. Egli nota in più che questo meccanismo è talmente forte da spingere
l’uomo a soccorrere cuccioli anche di specie ritenute tradizionalmente dannose;
e addirittura nello stesso mondo animale è dato assistere a casi di adozione di
piccoli non propri, a volte perfino di altre specie (Cfr Zibaldone, a p.
3556 del manoscritto originale). Sembra quindi che già sul piano diciamo così
morale, ci sarebbe una certa uguaglianza di comportamento tra l’uomo e le altre
specie, dato che anche gli animali stessi si farebbero prendere da moti di
compassione. E la cosa non deve sorprendere più di tanto, poiché Leopardi
attribuisce agli animali anche la capacità di compiere gesti malvagi, se è per
questo: «Non crediamo già che le bestie non sieno capaci anch'esse di
corruzione. Non tanto quanto l'uomo (...). Ma pur sono capacissime di
corruzione individuale (...). Sono capacissime di misfatti, e quella bestia,
che per pigrizia o altro uccide il proprio figlio, pecca contro natura e contro
coscienza. Noi conosciamo poco la natura degli animali, e crediamo che in tutto
ciò che fanno sieno precisamente conformi alle leggi e all'ordine della loro
natura. Ma così pur giudicheranno essi dell'uomo» (Ibid., p. 1960).
Comunque sia, a parte certe stravaganze, è sul piano per
così dire culturale, che il poeta accorcia ancora di più la distanza tra la
nostra specie e le altre creature, ponendo quasi l'identità tra l'apprendimento
umano e quello animale. Egli propone infatti un'originale teoria della
conoscenza, secondo la quale «imparare non è altro che assuefarsi» (p. 1255).
Termine che in questo caso non va inteso come insensibilità verso un farmaco di
cui si è abusato, bensì come la capacità di «contrarre abitudine» dalle
esperienze che si fanno. Una disposizione la quale, prima ancora che
dall'intelletto o dalla volontà, dipende dalla memoria. Sicché apprendere vuol
dire memorizzare, ossia prestare attenzione e riflettere su ciò che accade, senza
di che le esperienze fatte non lascerebbero alcuna traccia. Più precisamente
ancora, il ricordo non è tanto un richiamo della mente a sensazioni o idee
passate, che come tali sono impossibili da riprodurre; quanto piuttosto una
loro «imitazione», e cioè una ripetizione continuata nel tempo di una
determinata circostanza, nel che consiste appunto l'«assuefazione» o abitudine.
Leopardi porta come esempio il maldestro e incerto uso delle mani che fanno i
neonati, appunto perché non ancora "assuefatti" a maneggiare le cose.
E lo stesso discorso vale per la capacità della mente nel per così dire uso dei
pensieri. In tutti i casi, le assuefazioni richiedono un esercizio continuo,
affinché si mantengano, perché ogni abitudine o abilità appresa, andrebbe
perduta, se non coltivata come si deve.
Di qui anche l'importante conseguenza, che non esistono né
conoscenze e nemmeno facoltà innate, appunto perché cose del genere si
acquisiscono solamente attraverso l'esperienza. Per il semplice fatto che anche
le capacità più apparentemente naturali, come il camminare o il parlare, se non
fossero apprese e praticate, sarebbe come non esistessero, e così dicasi di
qualsiasi talento. Infatti, benché si possa sì nascere disposti verso una certa
attività, pure tale disposizione naturale non è ancora una facoltà, e anzi
rimane una mèra potenzialità, finché non la si traduce in atto con il processo
dell'attenzione, riflessione e ripetizione, attraverso cui l'individuo
comprende e conserva una determinata capacità. La stessa «assuefabilità» non è
che una tale disposizione latente degli organi sensoriali a fare esperienza,
che quindi come ogni altra si realizza a posteriori. E tuttavia, se proprio la
si vuole chiamare così, «questa è l'unica facoltà naturale, essenziale,
primitiva e ingenita, che abbia qualunque vivente» (p. 1828). Curiosamente il
poeta rispolvera anche la dottrina platonica della reminiscenza, e però
piegandola alle esigenze del suo empirismo. È vero infatti, egli dice (p.
1676), che conoscere è ricordare, ma non ciò che si sarebbe appreso in una vita
precedente, dato che nasciamo per così dire con la testa vuota; bensì
ricordiamo le esperienze fatte e memorizzate nel corso della vita, dalla
nascita in poi. Non a caso gli adulti sono più esperti in qualsiasi attività che
non i giovani, appunto perché le capacità non sono innate, ma vanno apprese e
sviluppate in un processo di formazione continua.
Se quindi il sapere non è naturalmente dentro di noi una
volta per tutte, ecco che esso deriva dalle circostanze esteriori, le quali
sono il più possibile varie, casuali e imprevedibili. Così, ciascun mestiere
uno faccia, non è conseguenza necessaria di un talento per così dire infuso
dalla Natura al momento della nascita, bensì deriva da un concorso di cause
esterne e accidentali, che hanno fornito all’individuo l’occasione di
esercitarsi e apprendere determinate mansioni, che poi diventano abituali.
Laddove in circostanze diverse avrebbe fatto tutt’altro, appunto a confermare
che l’uomo non nasce già fatto, ma diventa quello che è conformandosi ai casi
della vita. Per cui egli non è tanto per o secondo Natura, quanto piuttosto, se
è per questo, contro Natura. A corollario di questa dottrina, Leopardi fornisce
anche una singolare definizione dell’ingegno umano, che in sostanza consiste
nel non fossilizzarsi in abitudini acquisite, bensì nella facilità di contrarne
sempre nuove: «Ecco tutto l'ingegno. Organi facili ad assuefarsi, cioè
pieghevoli e adattabili» (p. 1254). Che poi è come dire la capacità
dell’individuo di non smettere mai di imparare, ossia di essere aperto e
«conformabile» alle esperienze più diverse, perché è solo a condizione di tali
continui progressi che può svilupparsi la personalità ingegnosa. Anche in
questo caso non si tratta però di un talento innato, bensì di circostanze
particolarmente favorevoli cui l’individuo geniale ha avuto la fortuna di
accedere. Di qui anche una concezione per così dire democratica del sapere, nel
senso che anche le differenze di talento riscontrabili tra gli uomini, non sono
stabilite dalla Natura, se non in minima misura, bensì dalle occasioni della
vita, per cui sono più accidentali che non sostanziali. «Non c'è uomo così mal
disposto e disadatto ad apprendere, il quale lunghissimamente esercitato in
qualsivoglia disciplina ed attitudine o di mente o di mano non la possieda, o
meglio, o almeno altrettanto quanto il più grande ingegno (...). Ecco la
differenza degl'ingegni. Ad altri bisogna più esercizio ad altri meno, ma tutti
alla fine son capaci delle stesse cose: e il più sciocco ingegno con ostinata
fatica può divenire uno de' primi matematici del mondo» (p. 1633). Per cui se
c’è una qualità innata in tutti gli uomini, è la capacità di apprendere, mentre
poi le differenze sorgono a seconda che tale capacità la si eserciti o meno. (Alla
dottrina della conoscenza sono dedicate oltre 100 pagine sparse nello Zibaldone,
che quindi non è il caso di elencare qui).
Chiusa la lunga ma doverosa premessa, riprendiamo il filo
del discorso che il poeta fa sugli animali. Come si può già intuire da quanto
detto finora, egli concepisce un nesso più che mai stretto tra noi e le altre
creature, e in particolare proprio sul piano della conoscenza; come aveva già
adombrato Rousseau e al pari di Schopenhauer, nonché al contrario di quanto
sostenuto dai cartesiani e da Kant. Veramente c’è anche una singolare
differenza che il Recanatese mette in luce, ossia il fatto che la superiore
capacità che ha l’uomo di ragionare, gli impedisce all’occorrenza di usare la
forza fisica di cui pure dispone. Nel senso che la riflessione, con il suo
indugiare nella valutazione dei pro e i contro, genera dubbi e ripensamenti, e
con ciò inibisce la capacità di agire con determinazione. Al contrario appunto
degli animali, i quali in caso di pericolo reagiscono senza pensare, e con
tutte le loro forze disponibili. Su questa sorta di codardia dell’essere umano,
nonché sulla volgare meschinità di calcolare sempre i vantaggi possibili che
possono trarsi da ogni azione, Leopardi ironizza nel modo seguente: «È
vergognoso che il calcolo ci renda meno magnanimi, meno coraggiosi delle
bestie. Da ciò si può vedere quanto la grand'arte del computare, sì propria de'
nostri tempi, giovi e promuova la grandezza (...) dell'uomo» (p. 1378). L’uomo,
reso titubante e irresoluto dall’uso opportunista della propria ragione, «fa
sempre meno di quello che può. (...) Egli si risparmia sempre, perché sempre
spera; e così risparmiandosi, o non ottiene quello che la speranza gli
promette, o non fugge quello che egli sperava di fuggire» (p. 4272).
Se questa è però la differenza che implica il fattore
conoscitivo, tutto sommato marginale, ben più importante è per lo stesso motivo
il significato della vicinanza tra noi e le altre specie. Ecco al proposito una
frase breve, che però la dice lunga: «Che cosa è l'uomo? Un animale più
assuefabile degli altri» (p. 1456). Dove implicitamente Leopardi sostiene due
cose, ossia che l'uomo è un animale come gli altri, e che il meccanismo di
apprendimento è lo stesso per tutti. Vediamo ad esempio come varie specie animali
siano addestrabili, sia per l'utile che per il diletto degli uomini. Il che
denota la capacità che molte creature hanno di imparare comportamenti estranei
alla loro natura. Cosa che fanno appunto attraverso l'assuefazione, ossia
conformandosi all'insegnamento che ricevono e imitando determinati gesti, che
attraverso l'esercizio diventano infine abituali. Perciò la distanza tra loro e
noi non è per niente incolmabile, e anzi consiste solo in una differenza nel
«grado» di apprendimento, il quale è sì maggiore nell'uomo, ma non una sua
qualità esclusiva. «Qual è dunque la nostra superiorità sugli animali, fuorché
un maggior grado di assuefabilità e conformabilità (…)? Dimostrato che tutte le
facoltà umane non sono altro che assuefazione, è dimostrato che la natura
dell'animo umano, come quella del corpo, è la stessa che quella dell'animo dei
bruti» (p. 1762). Tant'è vero che la differenza diventa minima tra l’animale e
un uomo selvaggio o un bambino, così come può anche essere che «vi sarà qualche
uomo meno assuefabile, ed ammaestrabile di una scimmia» (p. 1630). Che poi gli
animali siano in generale meno capaci di apprendere, dipende dal fatto che
essi, una volta acquisita un’abitudine, fanno poi fatica a per così dire
cambiare idea, cioè tendono a restare «servi dell'assuefazione» contratta, il
che impedisce loro di essere aperti a nuove esperienze. Sicché, come l’ingegno
umano dipende dalla duttilità della mente a piegarsi e modificarsi secondo le
circostanze, la stupidità animale si deve invece alla sua incapacità di
conformarsi a situazioni diverse dal solito, di cui la testardaggine del mulo è
l’emblematico esempio.
Leopardi nota anche come una benché minima differenza
naturale possa poi diventare un’enorme divario artificiale. L’uomo infatti, in
quanto animale culturale, non solo imparando cose sempre nuove incrementa
altresì la sua capacità stessa di imparare; ma il sapere accumulato con la
civilizzazione ha finito per sedimentarsi in una sorta di codice genetico
supplementare, per cui man mano che il progresso avanza, gli individui sono
sempre più intelligenti fin dalla nascita. «L'uomo primitivo in età di sett'anni
non era già ragionevole come oggi il fanciullo. Ne sa più il bambino che
balbetta, ragiona meglio, è più ragionevole, di quello che fosse l'uomo
primitivo in età di vent'anni» (p. 1682). E tanto è il divario instaurato nella
nostra stessa specie, quanto maggiore è quello con gli altri animali e la
Natura intera. Poi certo, tutto sta a vedere se tale crescita spropositata
dell’uomo sia pro o contro la sua natura, se cioè tale sviluppo delle sue
facoltà abbia contribuito o meno alla propria perfezione e felicità. Il che,
osserva infine il poeta, è come chiedere se un animale feroce ammaestrato,
poiché ha imparato la mansuetudine, sia per questo più felice che non allo
stato di natura. Oppure è come dire che «la specie de' cavalli sia fatta di
natura sua per servizio dell'uomo, e tenda a questo come a suo fine, e non
abbia la sua perfezione fuor di questo, (...) di modo che un cavallo non sia
perfettamente cavallo se e fino ch'ei non sa portare un uomo sul suo dorso, e
obbedire a' suoi segni e prevenirli e indovinarli, e far tutto questo
perfettamente» (p. 3975).
Da ultimo c'è un'altra importante questione di cui Leopardi
si occupa a proposito del confronto che egli fa tra l'uomo e gli altri animali.
Si tratta della disposizione alla vita in comune, argomento la cui riflessione
conduce stavolta a un esito diverso e anche inatteso, poiché segna la vera
distanza della nostra specie rispetto alle altre. Premesso infatti che molti
animali hanno un naturale istinto gregario, che spinge gli individui a vivere
proficuamente in società, il quesito è se anche l'uomo sia un essere sociale.
Il tema è svolto praticamente tutto di seguito in un lungo testo di circa
quaranta pagine dello Zibaldone, e la risposta negativa del poeta si
distingue proprio perché decisamente contro corrente. Fin dall'inizio di tale
brano egli arriva subito al sodo: «Vogliono che l'uomo per natura sia più
sociale di tutti gli altri viventi. Io dico che lo è meno di tutti (…). Il
fatto dimostra, al contrario di quel che gli altri lo interpretano, che l'uomo
è per natura il più antisociale di tutti i viventi» (p. 3773). Questa presa di
posizione è solo apparentemente sconcertante, almeno per chi conosce la
filosofia del Recanatese, perché in tal caso capisce subito come questa
negazione sia una sua diretta conseguenza. L'uomo è infatti l'animale più
egoista di tutti, e già solo questa estrema e distintiva «qualità» basta a
precludergli ogni pacifica convivenza coi suoi simili. Sicché mentre per molti
animali, insetti compresi, la socialità è un elemento della loro stessa natura,
per l'uomo essa è decisamente innaturale e contraria alla sua indole. Non a
caso i filosofi hanno sempre fallito nei loro progetti di Stato ideale, come
prova la realtà che ogni tentativo di costituire una «società perfetta» è stato
sempre smentito dai fatti, lungo l'intero corso della storia. Per il semplice
motivo che la vita in comune suppone il perseguimento di un bene comune, tale
per cui la regola sia il reciproco soccorso degli individui; e cioè l'esatto
contrario dell'ordinaria sopraffazione che vige invece tra gli uomini,
persistente nonostante tutti i loro artifici istituiti per porvi freno. «Leggi,
pene, premi, costumi, opinioni, religioni, dogmi, insegnamenti, coltura,
esortazioni, minacce, promesse, speranze e timori di un'altra vita: niente ha
potuto far mai, niente è né sarà bastante di fare, che l'individuo di
qualsivoglia società umana, conformata come si voglia, non dico giovi altrui,
ma si astenga dall'abusarsi, o vogliamo dire dal servirsi di qualunque
vantaggio egli abbia sugli altri, per far bene a se col male altrui, dal
cercare di aver più degli altri, di soverchiare, di volgere insomma quanto è
possibile, tutta la società al suo solo utile o piacere, il che non può
avvenire senza disutile e dispiacere degli altri individui» (p. 3775).
Sicché la stessa espressione ‘società umana’ è una pura
contraddizione in termini, e il diritto positivo un espediente inutile allo
scopo che si prefigge; al contrario degli animali, la cui vita di gruppo si
regge invece su leggi naturali immutabili, improntate all’«aiuto scambievole
che le bestie si prestano per vantaggio comune» (p. 288). Leopardi riconosce
tuttavia che anche la nostra specie ha comunque bisogno di una certa socialità
per poter vivere, solo che il modello di comunità umana secondo Natura sarebbe
quello improntato ad «una scarsissima comunione de' suoi individui tra loro»,
proprio nello stile vigente in epoca preistorica, che ormai è però andato
irrimediabilmente perduto. Così che, mentre la Natura ci aveva destinato a una
primitiva «società scarsa», che permetteva un certo isolamento tra i singoli,
poi con la civilizzazione abbiamo finito per rinserrarci in una «società
stretta», dove vivere per così dire a gomito a gomito, con tutti gli
inconvenienti che ne sono seguiti. Supposto infatti che l’uomo sia egoista per
natura, questo carattere rimaneva latente quando ciascuno viveva alla larga dai
propri simili, mentre ha avuto occasione di manifestarsi con l’avvento di
rapporti sociali più intensi. Di qui l’insorgere delle disuguaglianze,
attraverso lo sfruttamento degli uni da parte degli altri, nonché l’irrompere
di passioni come la competizione, l’invidia e l’odio sociale. Tutti tratti esclusivi
del mondo umano, comparsi appunto con il superamento della società scarsa
originaria, che invece è rimasta tale per gli altri animali. Ciò che però manca
più di tutto alle altre specie rispetto alla nostra, è l’istinto e la capacità
di approfittare del proprio simile, cioè di trarre un vantaggio per sé a spese
dell’altro; laddove nella società umana sviluppata, questa è diventata la
regola di condotta universale.
La disuguaglianza tra gli uomini, inoltre, è pure causa ed
effetto dei giochi di potere, finalizzati a conquistare, esercitare e mantenere
il «comando»; giochi per così dire sporchi, perché si risolvono sempre con
l’istituzione di privilegi per pochi a danno dei molti. Certo, anche nel mondo
animale compare spesso la figura del capo, ma ancora una volta con una profonda
differenza, ossia che in questo caso l’individuo preminente è tale per natura,
e gli altri membri del gruppo riconoscono senza riserve la sua diciamo così
autorità, perché indispensabile alla loro stessa vita. Laddove «il comando fra
gli uomini non può esser effetto di superiorità di natura o di specie, ma è
necessario che l'uguale per natura sia signore degli uguali. (...) Ed è ancora
inevitabile che non di rado, (anzi quasi sempre), il comando e la signoria per
l'origine medesima e per istituto sieno dirette al danno de' sottoposti ed al
solo bene de' signori». Sicché è evidente come nella società umana la forza del
diritto si regga sopra il diritto della forza, un diritto privato del singolo,
che può farsi valere solo a scapito di quel bene comune che dovrebbe invece
costituire la ragion d’essere della comunità. Ecco a tale proposito un
confronto esemplare e delizioso, per segnare ancora una volta la differenza tra
noi e gli altri animali: «I lupi fanno società per attaccare un ovile, ma (...)
i vantaggi che essi, e tra essi massimamente i più forti, si propongono di
ottenere, non sono sopra gli altri lupi, ma sopra le pecore. (...) Ma tutto
l'opposto accade nelle società umane: dove i più forti non servono ad altro che
a far male ai più deboli e alla società, e la superiorità qualunque di forze è
sempre dannosa agli altri, perché sempre (almeno oggidí, e per lo passato il
più delle volte) adoperata in solo bene di chi la possiede» (pp. 3780-’82). Da
cui è evidente che tra gli uomini, costretti a vivere insieme in questo modo,
il sentimento dominante sia l’odio reciproco, proprio l’opposto di quanto
richiederebbe un regime di convivenza. La quale ostilità non è però uno stato
d’animo di per sé naturale, com’è invece l’amor proprio, quanto piuttosto una
degenerazione di quest’ultimo, inevitabile quando gli impulsi egoisti hanno
l’occasione di manifestarsi a causa di rapporti sociali artificiali e nocivi.
In una società stretta infatti, data la nostra natura, agire e subire abusi di
ogni sorta diventa quasi una necessità, e una convivenza pacifica a queste condizioni
è impossibile come quella tra predatori e prede.
Lo stesso commercio è distruttivo per i rapporti umani e
alimenta l’odio, perché anche nelle questioni d’affari, come in quelle di
potere, c’è sempre chi ne ricava un vantaggio e chi invece una perdita. In
certe cose l’uguaglianza è infatti bandita, e con essa il vantaggio comune,
perché il guadagno dell’uno non può che essere a spese dell’altro, e per i
mercanti gli scambi nemmeno avrebbero senso, se finissero in effettiva parità.
Non a caso lo stesso denaro, così indispensabile alla società moderna, è uno
strumento di corruzione, prima ancora che di civiltà; e, come il poeta nota
altrove, «l'uso della moneta (...) è l'uno de' principalissimi ostacoli alla
conservazione dell'uguaglianza fra gli uomini» (p. 1174). Più di tutto ancora,
però, ciò che distingue la nostra specie è la guerra, il peggiore e più assurdo
di tutti i mali; eppure inevitabile, dato il tipo di società che l’uomo ha
instaurato nel corso della storia. Così che il sentimento più diffuso, l’odio,
si è tradotto nella pratica abituale del conflitto, come tra uomo e uomo, così
tra popolo e popolo. E anzi, la guerra tra nazioni è addirittura quasi un
antidoto per prevenire l’ancora peggiore guerra civile interna a ciascuno
Stato, tanto è irrimediabile la bellicosità umana. Questa sorta di suicidio di
massa è il comportamento più innaturale che possa esserci, del quale infatti
non c’è traccia negli altri animali, che pure possono avere anch’essi occasione
di combattere tra loro. Solo gli uomini sono però capaci di sterminarsi
reciprocamente a migliaia in una singola battaglia, peraltro senza conoscersi e
senza motivo, ma solo come gesto di obbedienza a un altro che ordina loro di
farlo. Un comportamento ignoto al resto del mondo naturale, che solo una
spiccata crudeltà e un forsennato odio vendicativo consente di realizzare.
Sicché, quella che all’inizio poteva essere un’ipotesi
sconcertante, si rivela in conclusione una dimostrazione del fatto che «gli
uomini, contro quello che si stima, cioè che sieno per natura i più socievoli
animali, sono anzi i meno socievoli, o certo meno socievoli di quello che siano
parecchi altri, cioè gli animali che veramente sono i più socievoli per natura»
(p. 3803). Il difetto di coloro che, nella maggioranza dei casi, sostengono il
contrario, sta nel fatto che essi si limitano a prendere atto della realtà.
Come a dire che, siccome l’uomo vive in società, allora egli sarebbe
naturalmente un animale sociale. Una deduzione che costoro fanno senza però
prendersi la briga di considerare quale sia la vera natura umana, la quale è
appunto essenzialmente antisociale. Perché la socializzazione, più che un
progresso, è un regresso dell’umanità, che ha rovesciato la nostra specie nel
contrario di ciò che è veramente. L’uomo è in realtà assuefatto alla società,
proprio nel senso che Leopardi dà a questo concetto, per cui l’abitudine che
abbiamo di vivere a stretto contatto gli uni con gli altri, costituisce
piuttosto una nostra «seconda natura», e non solo diversa, ma appunto opposta a
quella originaria. Solo che è difficile rendersi conto di tale artificio,
perché la nostra vita è segnata fin dall’inizio dai condizionamenti sociali: «È
cosa onninamente e naturalmente difficilissima il discernere tra l'assoluto
naturale, e gli effetti dell'assuefazione, massime dell'assuefazione
universale, e contratta o cominciata a contrarre fin dalla nascita o da' primi
momenti del vivere, com'è l'assuefazione della società (...); e massime ancora
nell'uomo, ch'essendo di gran lunga più conformabile e modificabile d'ogni
altro animale, facilissimamente e presto si adatta alle assuefazioni, per
innaturali ch'elle sieno, e se le converte in natura» (p. 3805). La prova del
nove, infine, che certifica la veridicità del suo ragionamento, Leopardi la
trae da J. Milton, uno scrittore inglese del Seicento, un cui suggestivo
aforisma recita che «tra diseguali non è società». Un pensiero stringato,
eppure decisamente rivoluzionario, che il poeta cita e non esita a far proprio,
poiché si adatta perfettamente al suo punto di vista. Anzi, egli porta alle
ancora più estreme conseguenze quel principio, aggiungendo un ulteriore
dettaglio. E cioè che non solo senza uguaglianza non c’è società che tenga, ma
è la società stessa che crea le disuguaglianze più insanabili. Perché se è vero
che in effetti gli uomini sono già naturalmente diversi tra loro sotto molti
aspetti, però in Natura non c’è alcuna traccia di differenze sociali, né della
divisione degli individui in classi economiche, e nemmeno la separazione dei
ruoli tra i sudditi che stanno sotto e i sovrani sopra. E insomma, solo gli
uomini associati definiscono loro simili gli individui della propria specie,
quando poi nei rapporti sociali si trattano come se fossero di specie
differenti. Una flagrante e tuttavia inevitabile contraddizione, dato che «la
società umana naturalmente distrugge il più necessario elemento, mezzo, nodo,
vincolo della società, ch'è l'uguaglianza e parità scambievole degl'individui
che l'hanno a comporre» (p. 3810).
In definitiva questa concezione di Leopardi, che può dirsi
un misto di Hobbes e Rousseau, cioè di pessimismo antropologico e critica
sociale, ha il significativo merito di gettare una luce inattesa, e ancora di
estrema attualità, sulle ipocrisie etiche, economiche e politiche della
modernità. Poi certo, la sua pregevole denuncia cade nel vuoto, poiché il
Recanatese non concepisce la possibilità di un mondo umano diverso. Egli indica
la diagnosi dei guasti sociali, ma si riserva la prognosi, poiché il suo parere
è che quello dell’uomo sia un male incurabile. Per lui, infatti, «lo stato
assolutamente primitivo, ed anteriore alla società, (...) è il solo naturale e
quindi vero, perfetto, felice e proprio dell'uomo» (p. 3802). Solo che la
corruzione umana non è redimibile, per cui quell’idilliaco stato di natura
originario, da cui la civilizzazione ha allontanato la nostra specie, è
irrimediabilmente perduto, e non c’è modo che possa tornare. Così, invece di
progettare un futuro migliore, e magari combattere per esso, il poeta si
abbatte nel rimpianto di un passato irrecuperabile, perché ormai morto e
sepolto da millenni di progresso, vero o presunto che sia. Tuttavia la
grandiosa opera di questo artista filosofo non è stata vana, poiché quello sguardo
profondo, l’analisi lucida e la sincera passione per la verità, costituiscono
un lascito che resterà sempre, o almeno finché ci sarà qualcuno in grado di
godere e apprezzare simile tesoro.
24. Sulla nozione di giustizia, vd. Il mondo come
volontà e rappresentazione, cit., pp. 446-’48 e 485-’86; e Il fondamento
della morale, cit., pp. 217-’28.
Come sappiamo dal paragrafo 5.1, oltre che della giustizia
morale dell’uomo e di quella «temporale» dello Stato, Schopenhauer parla anche
di una «giustizia eterna» del mondo, la quale a differenza delle altre sarebbe
«infallibile, ferma e sicura». Essendo la “Volontà” l’essenza unica e identica
di tutti i fenomeni, che al tempo stesso procura e patisce dolore, ecco che le
differenze individuali tra persecutori e oppressi, si riducono a mèra apparenza,
mentre i mali del mondo sarebbero a un tempo colpa e pena del mondo stesso,
come se questi fosse una sorta di “super ente” che si affligge da solo. E
questo sarebbe in definitiva quel significato morale del mondo, di cui abbiamo
altresì già sentito parlare il filosofo. Significato che quindi non riguarda
gli uomini, ridotti a semplici comparse, ma appunto la “Volontà”, che paga fino
alle ultime conseguenze tutto il male che fa. Su tale stravagante versione di
giustizia vd. Il mondo, cit., pp. 461-’62 e 469.
25. Sulla virtù della carità, e sul significato cristiano
che Schopenhauer le attribuisce, vd. Il fondamento della morale, cit.,
pp. 232-’37 e 240-’42.
26. Sulla pietà quale «grande mistero dell’etica», vd. Il fondamento della morale, cit., pp.
213-’14, 233, 236, 269 e 282. Sul principio metafisico di individuazione e le
sue conseguenze etiche, vd. Il mondo come volontà e rappresentazione,
cit., pp. 169, 187, 436-’39, 449, 462-’65 e 485-’91; Il fondamento della morale, cit., pp.
276-282. Sulla formula «tat-twam-asi», vd. Il mondo, cit., pp.
467 e 490; Il fondamento della morale, cit., pp. 280-’81; Supplementi,
cit., pp. 621-’22.
27. Alla concezione delle idee e
delle arti, Schopenhauer dedica l’intero terzo Libro della sua opera
principale, insieme ai relativi capitoli 29-39 dei Supplementi. Si
tratta quindi di un vasto materiale, di cui qui non è possibile rendere conto
per intero.
Sui rapporti tra Kant e Platone, vd. Il
mondo come volontà e rappresentazione, cit., pp. 238-’44. Sulla critica
all’abuso kantiano del termine ‘idea’, vd. Ibid., pp. 628-29.
28. Ibid., pp. 238 e 246.
29. Ibid., p. 248.
30. Sulla figura del genio artistico,
vd. Ibid., pp. 256-’63 e 268; e Supplementi, cit., pp. 389-411.
È il caso di segnalare anche la
decisiva critica che il nostro filosofo solleva nei confronti di Platone, il
quale com’è noto non apprezzava l’arte, perché riteneva che essa imitasse le cose,
e non le idee. Appunto al contrario di quanto sostenuto da Schopenhauer, che
liquida la posizione platonica come «la causa di uno dei più grossi e
riconosciuti errori commessi da quell'uomo grande, ossia del suo disdegno e
abominio per l'arte» (Il mondo, p. 290).
31. Il mondo, pp. 357-’58.
Sulla produzione dell’opera d’arte, e sugli effetti della sua fruizione, vd. Ibid.,
pp. 268-’72. Anche nei Supplementi (pp. 380-’83) si parla dello stato
«assolutamente beatificante» che procura la contemplazione estetica, e di come
davanti alla bellezza «subentra quella calma del cuore che oltre di ciò non si
può ottenere al mondo».
Quanto poi al disinteresse che
distingue la sfera estetica, sempre nei Supplementi Schopenhauer propone
un calzante paragone tra l’artigiano e l’artista: «La madre delle arti utili è
la necessità; quella delle arti belle la superfluità. Quelle hanno per padre
l’intelletto, queste il genio, il quale è esso stesso una specie di
superfluità» (p. 424). Per dire appunto che l’arte non è per qualcosa, bensì
fine a se stessa. Ora, il nostro filosofo non lo dice, ma questa nozione si
trova praticamente negli stessi termini già nell’Estetica di Kant. Per costui
il «giudizio di gusto» si fonda sul sentimento di piacere che provoca la
visione della bellezza, il quale sentimento si distingue appunto per essere
quello di un «piacere puramente disinteressato». A differenza delle sensazioni
piacevoli, - che possono derivare da godimento sensuale, oppure dalla
soddisfazione per un lavoro condotto a buon fine, o ancora per il compimento di
una buona azione - il piacere estetico non implica alcuna relazione del
soggetto con l’esistenza o il desiderio del suo oggetto, proprio perché è un
sentimento «scevro di ogni interesse». Perciò, sostiene Kant, «quando si
tratta di giudicare se una cosa è bella, non si vuol sapere se a noi o a
chiunque altro importi, o anche soltanto possa importare, della sua esistenza;
ma come la giudichiamo contemplandola». E ancora: «Ognuno deve riconoscere che
quel giudizio sulla bellezza, nel quale si mescola il minimo interesse, è molto
parziale e non è un puro giudizio di gusto. Non bisogna essere menomamente
preoccupato dell’esistenza della cosa, ma del tutto indifferente sotto questo
riguardo, per essere giudice in fatto di gusto». Vd. Critica del giudizio,
Laterza, Bari 1982, Sez. I, Libro I, §§ 2-5, pp. 44-52.
32. Il mondo come volontà e
rappresentazione, cit., p. 496. Sull’ascesi, vd. anche Ibid., pp.
358, 365, 379, 433 e 511. Inoltre cfr. Supplementi, cap. 48; e Parerga
II, cap. 14.
33. Il mondo, cit., pp. 504 e
525. Sulla negazione della volontà come unica forma possibile di libertà, vd.
anche Ibid., pp. 382, 399, 407, 435, 511, 515 e 519.
34. Il mondo, cit., p. 500.
35. Ibid., p. 510. Sulla
santità vd. anche Ibid., pp. 365, 481, 501-’11, 532 e 536. Sul paragone
tra il Buddha e Francesco d’Assisi, vd. Supplementi, cit., p. 635; e i Parerga,
cit., p. 989. Sul divario tra misticismo e filosofia, vd. Il mondo, p.
534; e i Supplementi, pp. 632-’33.
36. Il mondo, p. 314.
37. Ibid., p. 528.
38. Parerga e paralipomena,
cit., p. 983. Sul paganesimo antico, vd. Supplementi, p. 650 e Parerga,
p. 981. Sul confronto tra Adamo e Gesù, che rappresentano il peccato e la
redenzione, ossia l’affermazione e la negazione della volontà, vd. Il mondo,
pp. 433 e 528; e i Supplementi, p. 649. Sul dogma della creazione e il
teismo, vd. Il mondo, p. 429 e nota a p. 529; e i Supplementi,
pp. 633, 641-’43 e 649-’50. Sulla forzatura del legame tra Antico e Nuovo
Testamento, vd. Il mondo, p. 506, e i Supplementi, p. 641. Sulle
affinità tra Cristianesimo e religioni orientali, vd. Il mondo, pp.
506-’08, e i Supplementi, p. 644. Sulla critica all’abolizione
protestante del celibato, vd. Supplementi, p. 647.
Inutile dire come ai credenti cristiani non piaccia questa
interpretazione del Cristianesimo e dei suoi rapporti con le altre religioni.
Citiamo uno per tutti il Faggin (op. cit., pp. 249-’50), che si scaglia contro
il «capriccio esegetico» del nostro filosofo, il quale presenta la figura di Gesù
quale semplice e mitico «simbolo della Noluntas». Per questo interprete
è chiaro che «il Cristo, privato definitivamente della sua dignità di
incarnazione divina, doveva apparire a Schopenhauer ora come un’effimera
individualità storica, un maestro di moralità, non superiore, se non inferiore,
a Buddha e a Lao Tse; ora come una evanescente astrazione di conventicole, la
cui maggiore importanza era quella non di essere nato, morto e risorto, ma di
significare simbolicamente preziose verità metafisiche».
39. Sull’interpretazione non proprio lineare di nozioni
religiose come libertà e grazia, fede e opere, vd. Il mondo, pp. 511 e
526-’32; Supplementi, pp.624-’29 e 636; Parerga II, p. 682.
La maggior parte degli interpreti italiani si schiera
contro l’accostamento che Schopenhauer insinua possa esistere tra la sua ascesi
filosofica e quella religiosa. Secondo G. Papini (Il crepuscolo dei filosofi,
cit., pp. 124-’26), l’ascetismo di Schopenhauer «per quanto si dica ispirato da
quello cristiano, (...) è tutto diverso - tanto diverso che gli è opposto». Con
una certa ingenuità, però, questo autore mette in evidenza proprio il lato
utilitario che è tipico dell’etica religiosa. Infatti, egli ammette
candidamente che l’ideale di santità proposto dal Cristianesimo, considera la
rinuncia non come fine a se stessa, bensì semplicemente come un mezzo che mira
all’acquisto di qualcosa in più, quasi fosse una sorta di profittevole
investimento economico: «I santi sono cioè dei mercanti di felicità che cedono
volentieri i beni transitori e meschini di questa terra per acquistare in
cambio quelli eterni e divini del cielo». Dello stesso tenore è anche l’opposta
concezione della sofferenza: «Il santo ricerca il dolore in quanto dolore: il
suo ascetismo non è, come quello di Schopenhauer, una fuga dal dolore, ma una
corsa verso il dolore», dato il valore e il merito che la sofferenza procura
presso Dio.
Per il Morra invece, l’equivoco del filosofo di Danzica si
configura come «un’inevitabile conseguenza dello scontro tra le premesse
nichiliste e le insopprimibili esigenze personaliste - che è, poi, lo scontro
tra Schopenhauer buddhista e Schopenhauer cristiano». Si tratta tuttavia di una
«fertile contraddizione», poiché mette in luce appunto questo intimo bisogno
del filosofo che, anche se irrealizzato, resta pur sempre valido e vero.
L’esigenza cioè di un «esse positivo» nell’uomo, che può derivare
soltanto dall’ammissione di un «Esse positivo» quale fondamento
metafisico della realtà. «Solo così si potrebbe evitare l’evidente equivoco di
una volontà dichiarata insopprimibile, che poi, nell’ascesi, finirebbe per
negare se stessa» (G. Morra, Grande Enciclopedia Filosofica,
Marzorati, Roma 1971, vol. XIX, pp. 594-595. Ethica, art. cit., pp.
65-66).
Anche per la A.E. Di Stefano (La filosofia di
Schopenhauer, cit., p. 181), quello del filosofo «non è altro che
l’ascendere doloroso dell’uomo che cerca di conquistare l’aldilà», un sistema
di pensiero da cui «si ricava, contrariamente alle sue intenzioni, la necessità
della presenza di un Assoluto che ci vivifichi e ci sostenga». Ma questa
tensione era destinata a rimanere «un puro conato», poiché egli negava
l’esistenza trascendente di Dio.
Infine così pure per il Faggin (Schopenhauer, cit.,
pp. 231-’39, 250-’52 e 266-’69), il misticismo filosofico, proprio perché ateo,
è destinato al fallimento. In molte cose egli avrebbe visto giusto, ma a
seguirlo fino in fondo non ci sarebbe via d’uscita. Per questo interprete tutto
si risolverebbe ammettendo che «il Wille (...) non è affatto il fondamento
metafisico dell’universo, ma una tensione relativa e superabile». In questo
modo però il sistema così concepito non starebbe più in piedi, poiché
verrebbero meno presupposti e conclusioni, salterebbero cioè sia il pessimismo
radicale e sia l’approdo nichilistico. «Stolto sacrificio l’ascetismo, se esso
ci lasciasse da soli con la nostra miseria e nella desolazione del nulla, se
non ci immettesse in una Razionalità obiettiva che sia anche il senso ultimo
della nostra tensione profonda». Cosa che la posizione filosofica di
Schopenhauer appunto escludeva come inammissibile. Il filosofo tedesco «non ha
creduto»: di qui, dall’incomprensione e dalla falsificazione della tradizionale
fede cristiana, deriverebbe dunque il suo «fallimento metafisico», quell’esito
assurdo del suo nichilismo rinnegatore di Dio, del mondo e della vita.
40. Sul suicidio, vd. Il mondo, pp. 373-‘74 e
519-’24. Sui pregiudizi contro di esso, vd. Parerga II, cap. 13, pp.
973-’80.
41. Il mondo, p. 500. Schopenhauer parla anche del
«gioioso accoglimento della morte» (p. 512), avvertita come un «dolce
presentimento» (p. 517) da parte dell’asceta, nonché della sua «suprema letizia
nella morte» (p. 519). E ancora nei Parerga (p. 988), lo spirito
ascetico è descritto come quello di chi vive «attendendo con pace e fiducia la
fine di questa vita, ormai spoglia delle sue vane esche, per salutare l’ora
della morte, quando verrà, come l’ora della liberazione».
Quanto allo «stolto timore» della
morte, vd. Il mondo, pp. 373-‘77. Qui il filosofo se la cava
inizialmente con una strana battuta: «il temer la morte (...) non è più saggio
che il temer si possa scivolare giù dal globo della Terra, sul quale per
fortuna ci si trovi ora proprio al punto superiore». Per dire che, come un
simile punto di equilibrio non esiste, così, a chi fosse penetrato dalla
conoscenza, la morte apparirebbe come «una falsa apparenza, un impotente
fantasma». Concetto che sarà approfondito nei Supplementi, come vedremo
subito.
42. Su tutto ciò vd i Supplementi,
cap. 41, intitolato «Sulla morte e sulla sua relazione con la indistruttibilità
del nostro essere in sé»; op. cit., pp. 479-526.
43. Sul diciamo così nichilismo
moderato del filosofo, vd. Il mondo, pp. 532-’36; i Supplementi,
pp. 632-’33; e i Parerga, pp. 980-’81.
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