venerdì 6 luglio 2012

4. Causalità e libertà

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4.1.1 Kant e l’antinomia della libertà

Nel precedente capitolo è stato omesso del tutto il tema della libertà, che pure è di primaria importanza per entrambi gli Autori di cui abbiamo parlato, ma è proprio per tale sua portata che all’argomento dedichiamo un capitolo a parte. E non solo, ma anche perché la concezione kantiana della libertà non è oggetto della serrata critica di Schopenhauer, il quale al contrario la fa propria da cima a fondo. Il che purtroppo non depone a suo favore, dato che egli, mentre con una certa fretta e superficialità ha condannato senza appello gli aspetti più suggestivi di quell’Etica, poi ha finito per elogiare e adottare di peso proprio questo assai discutibile aspetto della dottrina di Kant, retaggio di una concezione fondamentalmente idealista, benché annacquata poi da Schopenhauer con una buona dose di empirismo. E sì che egli, come vedremo, nega radicalmente la libertà del volere, ma solo per poi riaffermarla, appunto nell’esatta accezione kantiana. Ma è già lo stesso Kant che su questo argomento procede in un certo senso allo stesso modo, sebbene con le ovvie differenze e certamente in un modo meno deciso, dato che egli non nega mai risolutamente la libertà. Piuttosto, mentre nella prima Critica la libertà è giudicata qualcosa di ignoto, di cui non possiamo né affermare né negare l’esistenza, invece nella seconda Critica essa diventa un dato di fatto, corollario e al tempo stesso condizione della legge morale. Benché poi la differenza non sia di fatto così netta, perché già nella prima Critica, pur essendo seriamente messa in dubbio, però la libertà è altresì senz’altro preannunciata.
Per capire tale posizione occorre approfondire un attimo i ruoli che egli assegna alle varie facoltà, e in particolare il rapporto corrente tra intelletto e ragione. Già sappiamo che l’impianto della Critica della ragion pura è suddiviso tra Estetica della sensibilità, Analitica dell’intelletto e Dialettica della ragione. Ora, sulle orme di Aristotele anche Kant ritiene che la verità consista nella concordanza tra la conoscenza di una cosa e la cosa stessa, tale per cui il sapere consiste di due ingredienti: il contenuto materiale, dato dall’intuizione dell’oggetto, e la forma logica fornita dall’intelletto. Sicché la verità, così come l’errore, non risiede tanto nelle cose, quanto nei giudizi che noi formuliamo su di esse; e nemmeno tanto nella sensibilità o nell’intelletto presi di per sé, bensì nella relazione delle due facoltà insieme. Poi, come le percezioni immediate dei corpi sono informate dalle intuizioni pure dello spazio e del tempo, così gli oggetti d’esperienza sono informati dai concetti puri o categorie dell’intelletto. Il soggetto conoscente possiede dunque un bagaglio di conoscenze a priori, cioè precedenti ogni esperienza e quindi non derivanti da essa, che tuttavia gli servono non per altro che per conoscere l’esperienza stessa.
E fin qui ci siamo. Senonché per il filosofo questo tipo di sapere è tutt’altro che assoluto, poiché gli oggetti d’esperienza sono meri «fenomeni», cioè cose per noi, condizionate dal nostro modo di conoscerle attraverso la sensibilità e l’intelletto. Perciò egli suppone che il mondo debba in fondo essere fatto altresì da qualcos’altro, cioè da «noumeni», cose esistenti “in se stesse” indipendentemente da noi. Di qui la distinzione dei due mondi, sensibile e intelligibile, di evidente ispirazione platonica. Con la differenza che nella versione kantiana essi non sono separati come in Platone, per cui si tratta in realtà di due versioni dello stesso mondo. Un’impostazione che ci è già nota dall’idealismo altrettanto ambiguo di Schopenhauer. Inoltre Kant non ci fa sapere dove sia il mondo intelligibile, limitandosi a usare l’immagine del mondo sensibile come di un’isola in mezzo a un oceano sconosciuto. E infatti egli lo afferma solo per dire che è qualcosa di assolutamente ignoto, inaccessibile alla nostra conoscenza. Potrebbe quindi sembrare una trovata inutile, se non fosse che proprio su tale distinzione si basa l’intero Criticismo. Il filosofo ammette che il noumeno è un concetto problematico, e tuttavia non contraddittorio, perché, anche se non lo possiamo assolutamente intuire, però niente ci vieta di pensarlo. Di più, esso è un concetto necessario, nella misura in cui fissa i paletti della conoscenza possibile, oltre i quali non si può andare. Il noumeno è pertanto un concetto limite, puramente negativo in quanto impenetrabile, però la cui utilità è data dal fatto che c’è una facoltà, la ragione, che ha la pretesa di conoscere le cose come sono in se stesse, tendendo così a superare i limiti che sono imposti alle capacità della conoscenza umana. La quale è per natura circoscritta ai fenomeni, mentre il sapere assoluto è un’ambizione destinata a fallire sotto i colpi della critica.
La ragione è di per sé la facoltà del sillogismo, ossia quel procedimento logico che, date le premesse, deduce la conclusione di un ragionamento. Essa quindi, come tale non produce concetti propri, bensì elabora le conoscenze dell’intelletto, il quale a sua volta opera sui dati della sensibilità. Il problema sorge quando la ragione non si accontenta di questo legittimo uso formale, per cui tende ad andare oltre, superando le proprie possibilità, e incorrendo così nei suoi vari errori dialettici. Come l’intelletto ha la proprietà di unificare il molteplice dell’intuizione sotto un concetto, così la ragione mira a unificare la molteplicità dei concetti sotto un unico principio, solo che essa non ha il potere di farlo. Infatti, mentre l’intelletto è sempre condizionato dall’esperienza, alla quale si riferisce ogni volta, invece la ragione nel suo tentativo di sintesi superiore punta alla totalità delle condizioni, che è come dire alla conoscenza assoluta dell’incondizionato. Un simile oggetto è però «trascendente», ossia impossibile che ci sia dato in modo adeguato, e poiché noi non possiamo conoscere in altro modo che per mezzo dell’intuizione, ecco che le pretese della ragione sono fatalmente destinate all’insuccesso. Kant precisa a più riprese che questo “vizio” della ragione, benché illusorio e fallace, però non è una “colpa”, quanto piuttosto una sua tendenza inevitabile e impossibile da estirpare, una naturale sete di assoluto, dalla quale non resta quindi altro che mettere e stare in guardia.
Così, mentre l’intelletto è occupato a «intendere» i singoli oggetti dell’esperienza, e per assolvere il proprio scopo fornisce le dodici categorie; invece la ragione è spinta a «comprendere» la totalità dei fenomeni, tentativo in vista del quale essa produce tre «idee». L’adozione di questo termine è ovviamente un omaggio a Platone, che Kant mostra di apprezzare molto. Nel suo caso però tali concetti razionali si riferiscono a tre realtà precise: il soggetto interiore dell’uomo, gli oggetti esterni del mondo, e per ultimo la totalità di tutto quanto esiste, la quale idea è un po’ la somma delle due precedenti. Ebbene, di ciascuno di questi “oggetti”, la ragione punta a cogliere l’unità assoluta, che nella fattispecie si traduce nella conoscenza incondizionata dell’anima, del mondo e di Dio. Si tratta dei tre argomenti tipici della metafisica tradizionale, dei quali Kant propone di dimostrare non tanto l’infondatezza, quanto la nostra incapacità di conoscerli in modo definitivo, per il semplice motivo che non si tratta di oggetti dati nell’esperienza, la sola fonte da cui può scaturire tutto il nostro sapere possibile, bensì appunto di semplici idee che la mente produce senza badare alla loro sterilità gnoseologica. Di qui i sofismi dialettici della ragione, quando si avventura in territori inaccessibili con la pretesa di decifrarli, ma con il risultato di non produrre altro che riflessioni fasulle. Tali raziocini sono di tre tipi, tanti quante sono le idee: i «paralogismi» psicologici, cioè i discorsi sull’anima viziati da premesse false. Le «antinomie» cosmologiche, ossia ragionamenti sul mondo consistenti ciascuno nell’opposizione di due proposizioni contraddittorie, e però tali da potersi sostenere entrambe con argomenti plausibili, sicché alla fine non è possibile stabilire quale sia quella vera. E infine l’«ideale» teologico, che pretende di dimostrare l’esistenza di Dio come se fosse un oggetto d’esperienza.
Date queste premesse sull’impianto dialettico della prima Critica, è il momento di approssimarci all’argomento che ci interessa. Ora, nel precedente paragrafo 3.4 siamo già incorsi nelle nozioni dell’anima e di Dio, però non in quanto idee speculative della ragion pura, bensì come «postulati» della ragion pratica, finalizzati a dimostrare la possibile realizzazione del sommo bene. Di modo che per Kant, mentre quei concetti razionali sono sterili per la conoscenza, tuttavia hanno un importante valore d’uso, per la funzione che svolgono nella sfera morale. Ebbene a quelle due idee ne manca una, quella di libertà, che anzi è la più importante dell’Etica, e della quale ci occuperemo a parte nel prossimo paragrafo. Qui il punto è che questa nozione compare anch’essa per la prima volta già nella Critica della ragion pura, e precisamente come l’oggetto di una delle antinomie cosmologiche.
La cosa desta fin da subito una certa perplessità, poiché ci si aspetterebbe che la libertà sia un tema che riguarda casomai l’uomo, piuttosto che il mondo, mentre per Kant è effettivamente così, ed egli esordisce su questo argomento parlando proprio di «libertà nel senso cosmologico». Cerchiamo quindi di vedere di quale senso si tratta. Allora, le antinomie in cui la ragione incorre nella sua pretesa conoscenza assoluta dell’Universo, sono quattro, tante quanti sono i gruppi in cui sono divise le dodici categorie. In tutto si tratta quindi di otto «proposizioni sofistiche, che dall’esperienza non possono né sperare conferma, né temere confutazione», come le definisce lo stesso Kant. La prima antinomia sorge allorché la ragione pretende di conoscere l’assoluta totalità delle parti del tempo passato e dello spazio presente. Questione irrisolvibile, poiché si può sostenere ugualmente tanto che il mondo è limitato nell’estensione e nella durata, quanto che esso è infinito. Il secondo conflitto della ragione con se stessa nasce quando essa si propone di conoscere l’assoluta totalità delle parti materiali di cui sono costituiti i corpi. Anche questo senza soluzione, poiché si può sostenere allo stesso modo sia che i corpi sono divisibili solo fino a un certo punto, cioè fino alle loro «parti semplici», sia che sono invece divisibili all’infinito. A dire il vero qui non si tratta di determinare l’esistenza degli atomi, quanto piuttosto, ancora una volta, l’esistenza dell’anima come “sostanza semplice” del corpo. Laddove nel quarto raziocinio la ragione si perde nella contraddizione se nel mondo esista qualcosa di assolutamente necessario, oppure se sia tutto contingente, senza riuscire a decidersi per l’una o l’altra ipotesi.
La terza antinomia è invece quella che ci riguarda da vicino, e sulla quale fermeremo perciò la nostra attenzione. Ecco come in questo caso recitano i titoli che Kant dà delle due opposte opinioni. Tesi: «La causalità secondo le leggi della natura non è la sola da cui possono esser derivati tutti i fenomeni del mondo. È necessario ammettere per la spiegazione di essi anche una causalità per libertà». Antitesi: «Non c'è nessuna libertà, ma tutto nel mondo accade unicamente secondo leggi della natura». Ora, per il filosofo la causalità è normalmente una delle categorie della relazione, attraverso la quale l’intelletto stabilisce il rapporto di dipendenza necessaria di un effetto da ciò che l’ha provocato. Laddove la ragione, dato un effetto, punta a conoscere la totalità assoluta della serie di cause che l’hanno prodotto, ossia non solo la causa prossima, ma anche la causa della causa e così via. Sicché i casi sono due: o la serie retrocede fino a una causa prima o ultima, che cioè non è preceduta da un’altra, e insomma una causa incondizionata, quindi libera; oppure il processo non ha limite, e la serie causale retrocede all’infinito. Tutto ciò non fa che acuire la perplessità cui abbiamo fatto cenno. Kant sembra prenderla alla larga, e invece di cercare la libertà nell’uomo, dove solo può casomai trovarsene traccia, si mette a indagare se essa sia presente nei fenomeni naturali e perfino nell’intero Universo, dove è chiaro che una tale nozione non ha un granché senso. Veramente il filosofo dà credito tanto all’una quanto all’altra possibilità, sia alla tesi che afferma l’esistenza della “libertà della Natura”, sia all’antitesi che la nega, ma solo per concludere alla fine che nessuna delle due è attendibile più dell’altra.
Quanto alla dimostrazione della tesi, essa si basa sul fatto che, nell’ipotesi in cui esista solo la causalità naturale, allora la serie delle cause deve retrocedere all’infinito, sicché ogni singola causa sarebbe sempre preceduta da un’altra, quindi solo parziale e secondaria. Se così fosse, però, verrebbe meno la possibilità di comprendere la completezza della serie causale, esigenza realizzabile solo nell’ipotesi di un suo primo cominciamento incondizionato, e cioè non determinato da altro. E tale sarebbe appunto quella «causalità per libertà» della Natura, che è necessario ammettere se si ambisce a conoscere la totalità di condizioni cui sono soggetti i fenomeni. Libertà che consiste in «una spontaneità assoluta delle cause a cominciare da sé» uno stato di cose; in un processo che, una volta avviato, poi si svolge attraverso una serie di cause successive secondo le normali leggi naturali. Si capisce, e Kant stesso lo riconosce, che questo concetto riguarda in realtà un argomento solo, quello dell’origine del mondo. E che sia un bisogno insopprimibile della ragione, quello di ricorrere a una causa prima di tutto ciò che esiste, è dimostrato dalla storia della filosofia antica, i cui esponenti tutti, ad eccezione dei Materialisti, sono ricorsi una sorta di «primo motore» dell’Universo, la cui causalità libera, spontaneamente e da se stessa, cioè non determinata da altro, abbia dato inizio alla serie delle cause successive, da quella prima volta in poi operanti secondo le leggi fisiche che conosciamo. È evidente come tale “libertà del mondo”, questo suo primo cominciamento, dia credito al creazionismo tradizionale, perché dove si parla di atto libero, vien da sé pensare a qualcuno, piuttosto che a qualcosa. È vero anche che questa tesi sembra avere qualche affinità con la moderna teoria del Big Bang, solo che in tal caso, benché gli scienziati spieghino l’inizio dell’Universo, però se ne guardano bene dal parlare di libertà.
In ogni caso, come già detto, per Kant anche l’antitesi opposta, quella assai più familiare che nega possa darsi libertà nei fenomeni naturali, ha la stessa credibilità della tesi. In questo caso il ragionamento si basa sull’assoluta inconciliabilità che esiste tra causalità e libertà. Infatti la Natura consiste in una successione di eventi regolati da leggi, le quali, appunto perché tali, sono necessarie per definizione, e quindi operano infallibilmente sempre nello stesso modo, tale per cui niente accade senza una causa. Laddove la libertà è la facoltà di agire nel modo esattamente contrario, senza essere predeterminato ed estraneo a ogni legge. Essendo quindi la Natura e la libertà agli antipodi, una loro commistione non farebbe altro che rovinare l’edificio della scienza. Perciò la nozione di una “libertà del mondo” non esprime altro che «un vuoto essere immaginario», che serve bensì a soddisfare l’esigenza di unità e totalità della ragione, ma al prezzo di spezzare l’uniformità della catena causale alla quale è appeso lo stesso ordine naturale delle cose. Così vien meno l’illusoria ipotesi di una causa prima e incondizionata del mondo, benché forte dell’unanime sostegno della maggioranza dei filosofi e di tutte le religioni. Così prende piede altresì l’affermazione opposta dell’eternità dell’Universo, in genere sostenuta dal materialismo filosofico e scientifico, secondo il quale la ristrettezza della conoscenza umana non giustifica la pretesa di attribuire dei limiti anche a tutto ciò che esiste.
Vediamo quindi che Kant, in questa antinomia come anche nelle altre, si trova nell’ambigua situazione di chi, dimostrando plausibili entrambe le contrastanti posizioni, perciò stesso non parteggia per nessuna delle due, perché incapace di volgersi da una parte o dall’altra senza timore di essere smentito. Infatti, sia la tesi che l’antitesi, più che la propria verità, dimostra la falsità della sua controparte. Con ciò il filosofo indica la condizione di stallo nella quale si trova la stessa ragione, le cui audaci ambizioni sono frustrate dagli assalti della critica. Questa facoltà pone dei problemi che per essa sono ineludibili, ma i cui tentativi di soluzione sono poi destinati a fallire. Alla fine egli, nel riepilogare il percorso delle antinomie, spiega che tutte quante sono impostate su due opposti punti di vista, del dogmatismo razionalista che afferma le tesi, e del relativismo empirista che sostiene invece le antitesi. Orientamenti dei quali si tratta a questo punto di approfondire le differenze, per vedere se sia possibile superare in qualche modo il dissidio della ragione con se stessa. Ebbene, il discrimine principale tra le due scuole di pensiero, che risalgono all’idealismo platonico contro il materialismo epicureo, non sta tanto nei risultati teorici che riescono a ottenere, quanto nel contributo che danno all’approfondimento dell’interesse pratico, cioè nelle conseguenze morali che comportano le loro rispettive posizioni. Questo insensibile cambiamento di rotta, che dal piano teoretico approda a quello etico, si accompagna a un’altra svolta, che dalla libertà cosmologica si passa finalmente a parlare di quella antropologica. Così veniamo a sapere che i dogmatici, - i quali sostengono l’immortalità dell’anima, l’esistenza di Dio quale causa prima del mondo, e la libertà del volere – difendono con ciò le «pietre fondamentali della morale e della religione». Mentre gli empirici, che al contrario negano ciascuna di quelle “cose”, distruggono ogni interesse pratico, rendendo vana qualsiasi considerazione sul valore etico dell’agire umano. Neanche a dire che Kant simpatizza con i razionalisti, e tuttavia la sua presa di posizione non è radicale, perché anche costoro hanno dei difetti, così come gli empiristi dei meriti. I primi fanno infatti un uso disinvolto di concetti trascendenti, i quali, estranei come sono all’esperienza, si prestano facilmente a invenzioni fantasiose campate in aria e prive di ogni riscontro con la realtà. Laddove il pregio degli empiristi è il loro attaccamento alla Natura, che procura una conoscenza verificabile delle sue leggi, e nonostante rinunci a un sapere di tipo assoluto, però contribuisce ad un suo progresso indefinito. L’empirismo è anzi un ottimo baluardo contro gli eccessivi slanci della ragione teoretica e delle sue pretese acritiche; ma se esso si ostina nel negare assolutamente ogni realtà a tutto ciò che oltrepassa l’esperienza, allora ecco che diventa esso stesso dogmatico, con la grave conseguenza di tarpare le ali alla ragion pratica.
A parte l’atteggiamento moderato e per così dire diplomatico di Kant, da questa anticipazione già si capisce quella che sarà la sua soluzione morale del problema speculativo. Certo, resta il fatto che l’argomento della libertà umana entra quasi di soppiatto nella sua argomentazione, ma questo è, e così la dobbiamo prendere. Ora si tratta di trovare la soluzione a tutti questi conflitti con se stessa in cui la ragione incorre, con le sue pretese illimitate di conoscere come stanno le cose. Il filosofo ribadisce che questa esigenza di assoluto, benché fallace, è del tutto naturale, e riguarda comunque i problemi ultimi e supremi cui l’uomo è condotto dalla sua sete di sapere. Ecco un passo dove egli riassume il percorso delle antinomie, rilevando al tempo stesso la fondamentale importanza degli argomenti di cui esse trattano: «Le questioni, se il mondo abbia un cominciamento e un limite della sua estensione nello spazio; se si dia mai e per avventura nel mio stesso Me, una indivisibile e indistruttibile unità, o niente che non sia divisibile e transeunte; se io sia libero nelle mie azioni, o, come tutti gli altri esseri, condotto al filo della natura e del destino; se, infine, ci sia una suprema causa cosmica, o se le cose della natura e il loro ordinamento costituiscano l'ultimo oggetto a cui noi dobbiamo arrestarci in tutte le nostre considerazioni: sono questioni per la cui soluzione il matematico volentieri darebbe tutta la sua scienza; perché questa non gli può procurare nessuna soddisfazione rispetto allo scopo più elevato e più importante dell'umanità» (1).
Ebbene, la chiave per risolvere i problemi cosmologici, Kant la indica nel suo «idealismo trascendentale». Il quale si colloca a metà strada tra il realismo, che considera gli oggetti d’esperienza come se fossero esistenti in se stessi, indipendentemente dal soggetto che li intuisce; e l’idealismo assoluto, che invece proprio nega, dichiarandola impossibile, l’esistenza di corpi materiali esterni al soggetto. Laddove il filosofo ritiene che le cose esistano, sì, però come «rappresentazioni», cioè come sono per noi nell’esperienza che ne abbiamo; mentre quali i fenomeni siano in se stessi, non ci è dato sapere, benché occorra ammettere anche questa loro per così dire ulteriore esistenza. E insomma è appunto dal mancato riconoscimento di questo dualismo che derivano i guai della ragione, cioè dal fatto che i suoi “oggetti”, - la grandezza totale del mondo, la piccolezza minima delle sue parti, l’anima, la libertà, Dio - non sono dati nell’esperienza, ma soltanto pensati, e però li si considera come se fossero alla nostra portata. La conoscenza reale è quella dell’intelletto, il quale muovendo dalla sensibilità informa concettualmente i fenomeni. Mentre quello preteso dalla ragione è un sapere assoluto e incondizionato, che non solo è impossibile per noi, ma che per di più dovrebbe riferirsi a cose che non sono se non idee, le quali non si trovano se non dentro la nostra testa.
A dire il vero il discorso di Kant è alquanto contorto, ma lo si può riassumere dicendo che l’equivoco dialettico sorge quando la ragione prova a verificare i suoi concetti assoluti nel fenomeno, come se esso fosse la cosa in sé. Così che, infine, «l'antinomia della ragion pura nelle sue idee cosmologiche vien superata dimostrando che essa è meramente dialettica, è un conflitto d'una apparenza che nasce da questo, che si è applicata l'idea dell'assoluta totalità, che non ha valore se non come condizione delle cose in sé, ai fenomeni, i quali invece non esistono se non nella rappresentazione» (2). Per questo applicare l’idea assolutamente incondizionata a un oggetto empirico, l’unico possibile per noi, è un proposito destinato a fallire, appunto perché l’esperienza esiste solo per mezzo dei condizionamenti soggettivi e oggettivi della realtà fenomenica in cui siamo immersi, ai quali non possiamo sottrarci in alcun modo. Dato un condizionato, è possibile risalire alla sua condizione, la quale è condizionata a sua volta, e così via, in un processo seriale che esclude l’approdo a una condizione incondizionata. Così che, una volta svelato l’inganno dialettico, l’accorgimento da adottare diventa quello di limitare le eccessive pretese della ragione, prendendo le idee come regole indicative della massima esperienza possibile che possiamo avere, piuttosto che come principi costitutivi di oggetti assoluti del tutto fuori dalla nostra portata. Così ad esempio, per quanto riguarda la grandezza del mondo, sia spaziale che temporale, non possiamo dire né che esso è infinito, poiché tale dimensione non è alla portata della nostra esperienza; ma neppure che esso è finito, perché anche una determinazione simile sarebbe un limite assoluto, che ugualmente non ci è concesso di sperimentare. Noi quindi, con i mezzi empirici di cui disponiamo, possiamo estendere sempre più lontano la misura, ma senza mai completarla, vale a dire in modo indefinito, tale da escludere la possibilità di conoscere la grandezza assoluta del mondo. «Io non posso dire: il mondo è, rispetto al tempo passato o rispetto allo spazio, infinito. Infatti, un concetto simile di grandezza, come di un’infinità data, è assolutamente impossibile empiricamente, e perciò anche rispetto al mondo in quanto oggetto dei sensi. E non dirò neppure: (…) esso è finito; giacché il limite assoluto è parimenti impossibile empiricamente. Pertanto io non potrò dir nulla dell'oggetto intero dell'esperienza (del mondo sensibile)» (3). Risultato che smentisce perciò l’intera antinomia, dichiarando falsa sia la tesi che l’antitesi. Sempre avendo presente che si parla del mondo come rappresentazione per noi, e non di quello che esso è in se stesso, poiché di quest’ultimo non sappiamo niente, se non che, essendo fuori dallo spazio e dal tempo, non ha nemmeno senso porsi il problema delle sue dimensioni e dei suoi limiti.
Ora, un discorso più o meno analogo a quello appena visto vale anche per la questione della divisibilità dei corpi, benché in questo caso il processo, che retrocede dal condizionato alla serie di condizioni, vada in direzione contraria, verso la piccolezza invece della grandezza. Invece le cose cambiano per le due ultime antinomie, di cui la terza ricordiamo essere quella che ci interessa più da vicino. Kant pone infatti la distinzione tra un uso «matematico» e uno «dinamico», che l’intelletto fa delle proprie categorie. Nel primo caso si tratta della semplice intuizione degli oggetti, della loro composizione o divisione quantitativa nello spazio-tempo. Mentre nel secondo caso si tratta invece della relazione tra gli oggetti, della loro connessione, com’è appunto il rapporto di causa ed effetto, oppure quello di necessità e contingenza, o anche di sostanza e accidente. Il filosofo parla anche di sintesi o unione matematica e dinamica, mettendola nei seguenti termini: «Noi abbiamo due espressioni: mondo (Welt) e natura, che talvolta si scambiano tra loro. La prima significa il tutto matematico di tutti i fenomeni e la totalità della loro sintesi nel grande come nel piccolo, cioè tanto nel progresso di essa per composizione, quanto per divisione. Ma questo stesso mondo è detto natura, in quanto vien considerato come un tutto dinamico, e non si guarda all'aggregazione nello spazio o nel tempo, per realizzarlo come una quantità, ma all'unità nell'esistenza dei fenomeni» (4). La differenza tra i due casi è che, quando si parla di grandezze matematiche, non è dato uscire dalla sfera fenomenica, poiché il condizionato e la serie delle sue condizioni sono tutti membri di una stessa specie, cioè omogenei tra loro. Mentre quando si tratta della sintesi dinamica, entrerebbe in scena una condizione eterogenea, cioè «intelligibile», la quale come tale sarebbe esterna alla serie delle condizioni sensibili. Questa “scoperta” è gravida di conseguenze, in quanto rende possibile ammettere una condizione incondizionata presupposta ai fenomeni, però senza che la successiva serie delle condizioni sensibili sia alterata, cioè interrotta in nessun modo. Infatti, la condizione intelligibile non fa parte del fenomeno, eppure è “dinamicamente” collegata ad esso, in un’unione tale da salvare la continuità dei condizionamenti sensibili insieme all’alterità dell’incondizionato non sensibile. Il bello di tutta la faccenda, infine, è che, mentre per le prime due antinomie matematiche la tesi e l’antitesi sono entrambe false, grazie all’espediente dinamico si ottiene che le proposizioni opposte delle altre due antinomie sono entrambe vere, la tesi per la ragione e l’antitesi per l’intelletto. Com’è evidente si tratta di un linguaggio non facilmente decifrabile, ma d’altra parte non ci si può aspettare di meno che qualche sotterfugio verbale, quando si tratta di introdurre lo scottante tema della libertà, al quale finalmente arriviamo.
Infatti, con la soluzione dell’antinomia cosmologica della libertà, ci rendiamo conto di quanto siano sterili tutte le premesse appena viste, con cui Kant angustia i propri lettori. Perché si tratta dell’antinomia antropologica, quella che egli alla fine risolve, per cui avrebbe potuto risparmiare a se stesso e agli altri tutte quelle divagazioni su un’improbabile libertà del mondo. A questo punto, infatti, il filosofo riconosce esplicitamente che in Natura quella di una causalità libera è un’idea vuota, dato che, nell’esperienza che abbiamo del mondo, non è mai data una causa prima o ultima, ma solo fenomeni condizionati da altri, in una serie di cause, appunto naturali, che retrocede all’infinito. Senonché poi egli insiste su quella stessa idea cosmologica di libertà, perché, pur inaccessibile all’esperienza e quindi alla conoscenza teoretica ordinaria, però è su di essa che sorgerebbe il concetto pratico della condizione umana. La libertà nel senso cosmologico sarebbe «un’idea pura trascendentale» che la ragione partorisce da se stessa, da intendersi come «la facoltà di incominciare da sé uno stato» (5), ma senza che si capisca da parte di chi o di cosa. Kant parla di una causalità spontanea, indeterminata, e quindi incondizionata, ma senza specificare chi debba essere il soggetto “cosmologico” di tale azione che sovvertirebbe il corso naturale delle cose. Dopo di che, su questa fumosa premessa, egli passa senz’altro a una prima definizione della libertà umana: «La libertà nel senso pratico è l’indipendenza dell'arbitrio dalla costrizione degli stimoli sensibili». Qualcosa insomma che si verifica quando gli stimoli, cioè i fenomeni esterni, non sono condizioni dell’arbitrio, ma quest’ultimo si determina invece da se stesso. Questa proprietà è una dote esclusiva della nostra specie. Infatti, un corpo lasciato cadere non può fare altro che precipitare a terra; oppure, i vegetali e gli animali reagiscono sempre nello stesso modo agli stimoli che ricevono dall’ambiente. L’uomo invece ha la capacità di fare cose che avrebbe potuto anche non fare, e quindi senza essere costretto, indipendentemente dalle circostanze esterne. In questo caso egli è causa di sé, cioè autodeterminato, che produce di sua iniziativa il proprio effetto, ed è insomma principio spontaneo della propria modificazione. In un certo senso, quindi, l’uomo che agisce liberamente è qualcosa di soprannaturale, proprio nella misura in cui scardina la ferrea necessità del nesso causale vigente in tutto il restante mondo naturale, dove, data una determinata causa, l’effetto deve seguire immancabilmente. Finalmente adesso si capisce almeno chi è il soggetto dell’azione, e si capisce altresì il senso della vagheggiata libertà cosmologica, perché solo ammettendo questa, secondo Kant, si renderebbe possibile quella antropologica.
A questo punto il problema diventa come ciò si possa dimostrare, per capire se la libertà umana e la necessità naturale sono condizioni alternative, oppure se possono in qualche modo conciliarsi insieme nel mondo. O meglio, accertata l’universalità della legge di causa che vige in tutti i fenomeni della Natura, come può ammettersi al tempo stesso la libertà, senza che quella legge sia contraddetta? Ebbene, se si commette l’errore comune di considerare i fenomeni come cose in sé, allora il problema non ha soluzione, e per la libertà non c’è alcuna possibilità, dato che il mondo fenomenico costituisce il regno dell’infallibile e inviolabile necessità. «Se, invece, i fenomeni non son presi per nulla più di quello che sono di fatto, cioè non per cose in sé, ma semplici rappresentazioni, legate fra loro secondo leggi empiriche, allora devono essi stessi avere delle cause che non siano fenomeni». Ancora una volta Kant propone una soluzione generica, estesa al mondo intero, quando in realtà si riferisce al caso specifico dell’uomo. Perché è solo costui che casomai fa eccezione alla regola universale del condizionamento causale di tutti i fenomeni, è solo nell’uomo che si apre uno spiraglio, e che può trovarsi il “luogo” dove si annida la libertà, ossia una causalità non fenomenica. La distinzione tra le due diciamo così realtà del mondo, egli se la porta dietro fin dall’inizio della sua opera, e già nell’Estetica la presenta come un dato di fatto incontestabile. Ma è qui, ora, che quella concezione trova applicazione primieramente nell’uomo, il quale si scopre essere costituito egli stesso come un «rapporto dinamico» tra un oggetto corporeo sensibile e un soggetto pensante intelligibile, ossia fenomeno e noumeno insieme.
Anche se a dire il vero non è che il discorso del filosofo fili del tutto liscio. Egli parla infatti dell’atto umano come generato da una «causa intelligibile», il cui effetto è però un fenomeno sensibile come ogni altro. Come si possono giustificare entrambe le cose, apparentemente contrastanti? Ecco la risposta, nella quale si capisce anche dove Kant voleva andare a parare con i suoi discorsi preliminari esaminati sopra: la libertà, «con la sua causalità, è fuori della serie; al contrario i suoi effetti rientrano nella serie delle condizioni empiriche. L'effetto pertanto può, rispetto alla sua causa intelligibile, essere considerato come libero, e nondimeno insieme, rispetto ai fenomeni, come una conseguenza di essi secondo la necessità della natura». Soluzione che Kant stesso ammette «deve sembrare straordinariamente sottile ed oscura», promettendo che però la chiarirà nel seguito. Intanto ribadisce che il ponte tra i “due mondi” è possibile solo a condizione che non li si confonda, scambiandoli l’uno per l’altro, perché solo un tale accorgimento può consentire che, senza traumi logici, si possa ammettere la conciliazione della libertà con la Natura. Esito che il filosofo non teme di ritenere essere stato lui il primo a conseguire.
Approfondendo la controversa questione, Kant aggiunge che, una volta riconosciuto il fondamento intelligibile dei fenomeni, benché in realtà alla fine è di quello umano che si tratta, diventa possibile parlare di una doppia causalità, senza che le due si contraddicano a vicenda. Basta distinguere tra l’atto libero dell’uomo come cosa in sé, e l’effetto necessario che lo stesso essere produce in quanto fenomeno. Come dire che l’azione si realizza comunque sempre nell’ambito fenomenico, secondo le regole della necessità naturale cui l’agente è sottoposto; mentre la decisione per l’azione è presa dalla parte noumenica del medesimo individuo, che segue in questo caso i dettami della libertà intelligibile. Per questa duplice causalità dello stesso soggetto, Kant conia un termine apposito, quello di «carattere», che egli distingue tra empirico e intelligibile, in base al lato da cui si guarda colui che agisce, o come fenomeno oppure come cosa in sé. «Pel suo carattere empirico, dunque, questo soggetto come fenomeno sarebbe soggetto a tutte le leggi della determinazione secondo il nesso causale; e così, da questo aspetto, non sarebbe se non una parte del mondo sensibile, i cui effetti, come ogni altro fenomeno, deriverebbero immancabilmente dalla natura. (…) Ma, pel suo carattere intelligibile (benché non se ne possa avere se non solo il concetto universale), lo stesso soggetto tuttavia dovrebbe esser liberato da ogni influsso del senso e determinazione per via di fenomeni; e (…) questo essere attivo, da questo lato, sarebbe indipendente e libero, nelle sue azioni, da ogni necessità naturale, come da quella che non è se non nel mondo sensibile. Di esso potrebbe con tutta ragione dirsi che comincia da se stesso i suoi effetti nel mondo, (…) e questo sarebbe vero, senza che perciò gli effetti nel mondo sensibile dovessero cominciare da sé (…). Così libertà e natura, ciascuna nel suo pieno significato, si ritroverebbero insieme e senza nessun conflitto, proprio negli stessi atti, secondo che questi si riportino alle loro cause intelligibili o alle loro cause sensibili».
Benché il filosofo lo dica tra parentesi, si capisce che la libertà non è un dato d’esperienza, quindi a noi non è dato conoscerla come se fosse un oggetto naturale. Del resto è la sua stessa intelligibilità a impedire che la si possa percepire come qualcosa di sensibile. Tuttavia questo non impedisce di pensarla senza contraddizione insieme alla Natura, e anzi inevitabilmente, proprio come si fa in generale con le cose in sé rispetto a ciò che esse sono per noi. Per Kant la libertà è anzi non solo possibile, ma anche per così dire necessaria, un’esigenza giustificata proprio con l’espediente di quella distinzione metafisica che egli impone prima di ogni altra cosa. Distinzione che però, ricordiamolo, riduce la Natura a un mèro fenomeno ideale, per mantenere intatta la supposta realtà noumenica. Ammesso ciò, vien da sé che l’uomo, in quanto fenomeno, agisce come ogni oggetto naturale secondo una causalità necessaria, nella misura in cui è essa stessa a sua volta l’effetto di una serie interminabile di cause precedenti. Laddove come noumeno egli compie un «atto originario», in pratica una causa senza causa, un cominciamento assoluto, e quindi un gesto libero nel senso che, non determinato da altro che da se stesso, non è compiuto per forza, ma avrebbe potuto ugualmente anche non esserlo. Questa causalità trascendentale del carattere intelligibile, però, non è isolata, perché il suo effetto consiste pur sempre in una serie di fenomeni che seguono nel mondo sensibile, succedendosi secondo cause naturali. Serie di cui la libertà è quindi solo l’inizio, come una sorta di causa della causa. Sicché l’atto libero non è preceduto da altro, mentre è seguito dagli effetti empirici che lo accompagnano; esso irrompe da fuori nel mondo naturale, come un punto o momento originario, quindi senza spezzare la catena delle cause materiali cui dà luogo.
Tuttavia queste sono ancora premesse di carattere generale, perché il vero obiettivo che Kant si propone con la sua concezione della libertà, è di presentarla come la condizione indispensabile e insopprimibile della vita morale. Qui infatti, nella prima Critica, egli conclude proprio anticipando quello che sarà il riscatto della ragione, la quale, destinata a fallire sul piano teoretico, otterrà il pieno riconoscimento nell’ambito pratico. Perché la proprietà esclusiva che ha l’uomo di poter agire in due modi opposti, invece che in uno solo, gli deriva appunto dalla ragione di cui egli solo dispone. Infatti questa facoltà, che non ha a che fare se non con idee, è la più adatta quando si tratta di faccende intelligibili, a differenza dell’intelletto che è per così dire inquinato dalla sensibilità. Sicché, la vanità dei tentativi della ragione teoretica di conoscere il mondo naturale oltre i fenomeni, si tramuta in un punto di forza della ragion pratica, nella sua capacità positiva di accedere al mondo intelligibile della moralità, di cui la nozione di libertà rappresenta il nucleo fondamentale. Kant anticipa anche come sia la nozione del «dovere», quella attraverso cui la ragion pratica conduce l’uomo su un piano ulteriore a quello sensibile. Spiegando come ciò che si deve, ossia il problema etico principale, non abbia invece alcun senso in Natura, dove conta invece solo ciò che è, e dove ciò che è non può essere altrimenti di come è. Benché però il dovere non sia un oggetto naturale, ma un concetto razionale, esso come tale è ugualmente in grado di muovere all’azione, cioè di essere causa; e quando questo succede spontaneamente, quando insomma si vuole ciò che si deve, senza che intervengano altri moventi sensibili, ecco che si ha il comportamento morale, che in questo caso è sinonimo di libero. Il quale atto si realizza sì in Natura, ma solo come l’effetto di un principio soprasensibile, nell’unica possibilità che ha la ragione di condizionare gli accadimenti del mondo fenomenico. Un caso peraltro raro a verificarsi, dato che gli uomini agiscono per lo più mossi dal loro carattere empirico, condizionato dagli stimoli sensibili, quegli stessi che invece la libertà morale esclude categoricamente.
Con ciò si conclude la riflessione sulla libertà condotta da Kant nella prima Critica. Alla fine egli traccia un bilancio piuttosto riduttivo del percorso fatto, sostenendo che su tale materia noi non possiamo comunque sapere un granché, per cui molte domande sono destinate a rimanere senza risposta. Ecco le ultime parole che in quest’opera il filosofo dedica all’argomento: «Bisogna bene avvertire che, con ciò, non abbiamo inteso di esporre la realtà della libertà (…). Che anzi, non abbiamo neppur voluto dimostrare la possibilità della libertà; (…) che la natura per lo meno non contraddice alla causalità per libertà, era la sola cosa che noi potevamo mostrare, e la sola, anche, che fosse per noi importante». D’altra parte qui si è trattato più che altro di indicare gli errori in cui la ragione incorre nell’uso di questa come di altre idee. Per cui il solo risultato positivo che il filosofo si attribuisce è di aver mostrato che le antinomie possono risolversi, se prese per il giusto verso, il che consente perlomeno di affermare, nel caso presente, che la necessità naturale e la libertà morale non sono per forza in contraddizione tra loro. È probabile che Kant diminuisca la portata delle sue riflessioni per lasciar spazio alla seconda Critica, come se la sua teoria, benché per sommi capi, non fosse ormai già esposta nelle linee essenziali. Non a caso, infatti, nella Critica della ragion pratica, di cui ci apprestiamo a trattare nel prossimo paragrafo, la libertà è assunta come un dato di fatto, di cui si tratta di indicare giusto gli sviluppi e gli esiti.



4.1.2 L’«enigma della critica»

Fin dalle prime battute della Prefazione alla Critica della ragion pratica, Kant dice che la libertà è «la chiave di volta», e non solo dell’Etica, ma di tutto quanto il suo sistema filosofico. In quest’opera ad entrare in gioco è la volontà, poiché è a questa facoltà che infine tocca o meno l’attributo della libertà. Così, mentre nella prima Critica la ragione teoretica è rivolta essenzialmente agli oggetti esterni allo scopo di conoscerli, anche quando ciò non è possibile; invece nella seconda è di scena la ragion pratica, la quale si applica alla volontà interiore, con il fine di muoverla all’azione. In questo caso non è tanto una simile possibilità ad essere in discussione, quanto piuttosto il modo in cui la ragione è in grado di determinare il volere. Il problema sorge dal fatto che, come comunemente viene intesa, la volontà è la facoltà di desiderare, e di solito si desiderano i piaceri della vita, che però già sappiamo in quale misura Kant li escluda assolutamente dalla sfera morale. Di qui la distinzione che egli propone tra due versioni della volontà, «inferiore» e «superiore». Dove la prima è tale quando motivata da una «massima» soggettiva individuale, e l’altra è invece quella mossa da una «legge pratica» oggettiva universale. Nel primo caso il movente del volere è un oggetto materiale da possedere e godere, mentre nell’altro è un principio formale da realizzare senza condizioni, a prescindere da ogni sorta di sentimenti di piacere o dispiacere. O ancora, se la volontà è mossa da una commistione di ragione e sensibilità, allora l’azione che essa promuove si rivela essere un mezzo in vista di qualcosa che essa brama di ottenere; mentre se il movente è dettato esclusivamente dalla ragione, allora il gesto messo in atto non ha secondi fini, ma è compiuto unicamente per se stesso.
Sono cose più o meno già sentite nei paragrafi precedenti, che esprimono il tipico formalismo della morale kantiana, ossia la radicale contrapposizione tra la sensualità materiale e la legalità razionale, il cui rispettivo prevalere determina o la “impurità” oppure la purezza del comportamento. Qui il filosofo fa però un passo avanti, introducendo appunto il concetto di libertà, sebbene non per altro che confermare tale sua radicale concezione dicotomica dell’agire e dell’essere umano. Ebbene al § 5 dell’opera, egli pone il problema di come sia fatta una volontà “superiore”, cioè determinata unicamente dalla forma di una legge pratica, e senza tirarla tanto per le lunghe conclude che dev’essere una volontà libera. Dato che il volere nel senso comune o “inferiore” del termine è desiderio di beni esteriori piacevoli, allora in questo caso i motivi che lo determinano ad agire sono normali fenomeni, quindi oggetti la cui causalità opera necessariamente, come si conviene alla legge di Natura. Invece la “volontà pura” nel senso kantiano s’identifica praticamente con la ragion pratica, dato che vuole esclusivamente il dettato di quest’ultima, ossia la legge morale interiore. E quand’è così allora la volontà è libera, appunto perché estranea ad ogni condizionamento fisico del mondo sensibile, la quale indipendenza le consente di essere motivata soltanto da un principio formale puramente razionale. Così nel primo caso la volontà subirebbe la causalità materiale degli oggetti, mentre nel secondo essa agirebbe la libertà morale del comportamento. La quale alternativa appare però inverosimile, appunto nella misura della drastica rigidità per cui l’una possibilità esclude l’altra, in una tale contrapposizione tra il volere e i suoi oggetti, che alla fine l’azione etica, tolto tutto ciò che la inquina, finisce per dissolversi nel puro pensiero.
Per Kant tuttavia il problema evidentemente non si pone, e a questo punto per lui resta da capire quale relazione corra tra la legge morale e la libertà. Egli dice che le due cose si corrispondono reciprocamente, poiché la legge è condizione per la conoscenza e l’esercizio della libertà, mentre quest’ultima è condizione per la coscienza e l’attuazione della prima. Solo che, siccome la legge e la libertà non sono la stessa cosa, deve esserci per forza una delle due che preceda l’altra. Il filosofo spiega che la libertà non può essere, poiché il suo concetto immediato è negativo, qualcosa di non naturale e che quindi non può ricavarsi dall’esperienza, per cui la priorità spetta alla legge. Peccato solo che anche quest’ultima ha esattamente le stesse caratteristiche negative rispetto alla Natura, e per di più essa impone altresì ciò che non si deve fare. Ma ecco che spunta il riferimento alla vera discriminante, ossia che, come le categorie sono concetti a priori dell’intelletto, così la legge pratica è un principio a priori della ragione, e in quanto tale le spetta la priorità sulla libertà. Ecco una sintesi delle parole di Kant in proposito: «la legge morale è ciò di cui diveniamo consci immediatamente (...), ciò che ci si presenta anzitutto, e che (...) ci conduce direttamente al concetto della libertà. (...) Che questa sia la vera subordinazione dei nostri concetti, e che soltanto la moralità ci riveli il concetto della libertà, (...) appare già da questo: che (...) non si sarebbe mai venuti all’impresa pericolosa d’introdurre la libertà nella scienza, se la legge morale, e con essa la ragion pratica, non vi fossero pervenute e non ci avessero imposto questo concetto» (6). Un passo dove in effetti le parole girano ripetendosi, ma senza spiegare un granché; e dove piuttosto, invece che “pericoloso”, è casomai azzardato il tacciare la libertà morale come un argomento di pertinenza scientifica.
Tuttavia, anche a parte ciò, questa nozione di libertà si rivela ugualmente un qualcosa di difficilmente afferrabile, dato che la volontà sarebbe libera solo a condizione di volere la legge e basta, mentre ogni cosa che si fa in vista di un qualsiasi scopo la rende per così dire schiava dei sensi e della Natura. L’autonomia del volere è in effetti assai ristretta, poiché ogni movente che non sia la pura ragione basta a pregiudicarla, il che esclude non solo il piacere e la felicità, ma anche ogni interferenza esterna che possa provenire dallo Stato o dalla religione. Nonostante tale evanescenza però, Kant si compiace nel sostenere che la sua concezione morale della libertà sia un fatto inoppugnabile, benché poi la dimostrazione che ne dà non lo sia altrettanto, visto che si regge sulla discutibile distinzione, riferita all’uomo, tra fenomeno e cosa in sé, che abbiamo visto comparire già nella prima Critica, e che qui è confermata pari passo. Distinzione secondo la quale l’essere umano è appunto tale da appartenere tanto al mondo sensibile, quanto a «un ordine intelligibile delle cose». Sicché come oggetto corporeo esso è soggetto alla necessità delle leggi causali vigenti in Natura, mentre come «essere in sé» è egli stesso causa, che liberamente determina da sé la propria condotta pratica. Poiché però i due lati opposti della diciamo così personalità umana devono conciliarsi in qualche modo, la soluzione è che quello morale, pur essendo l’atto di una «natura soprasensibile», si realizza comunque nel mondo empirico, e perciò senza che la causalità meccanica ivi dominante ne sia compromessa. Insomma, come se il compimento dell’azione etica fosse l’effetto sensibile di una causa “soprasensibile”. Espediente che, se sembra funzionare a parole, però nella realtà non convince, perché è la stessa presupposta nozione di “intelligibile” ad essere, più che un dato di fatto accertato, un articolo di fede assai dubbio.
Il filosofo da parte sua prosegue con i contorsionismi logici a proposito del nesso tra legge e libertà, sempre con riferimento alla nozione di una speciale causalità del volere. Stavolta egli muove dalla constatazione che la legge morale, benché indubitabile, pure non si può giustificare oggettivamente, perché non si tratta di qualcosa che si possa intuire empiricamente. E però, sebbene indimostrabile in se stesso, il principio del volere ciò che possa valere universalmente, è la dimostrazione di qualcos’altro, e cioè appunto la libertà. Cosa che a dire il vero, più che una deduzione è la solita insistente affermazione, secondo la quale, mentre per la ragione teoretica la libertà è solo una possibilità, invece grazie alla legge della ragion pratica essa diventa una realtà. Poi, da tale presupposto più verbale che altro, ecco derivare la seguente definizione sibillina: «La legge morale è invero una legge della causalità mediante la libertà». Enunciazione finalizzata solo a ripetere che, accanto e oltre la necessità materiale della causalità vigente tra gli oggetti della Natura, in virtù della norma etica esiste anche la libertà morale di una causalità attuata dalla «natura soprasensibile» dell’uomo. Così che la libertà, lasciata in sospeso dalla ragione teoretica, è accreditata come un fatto reale dalla legge pratica, attraverso il «concetto di una ragione che determina immediatamente la volontà». In questo modo la libertà resta ancora qualcosa che non si può conoscere in Natura, essendo il gesto incondizionato della parte “intelligibile” dell’uomo; tuttavia essa si rivela altresì come qualcosa che si può fare sul piano pratico, e proprio grazie alla legge morale, il cui dettame la presuppone per essere realizzato. Insomma, Kant sembra impigliato in un circolo vizioso dal quale non riesce o non vuole sottrarsi. Egli enuncia i suoi concetti di conoscenza teoretica e azione pratica, di legge e libertà, ragione e volere, ma solo per poi crogiolarsi nel palleggiarli ora in un verso e ora nell’altro, dicendo in fondo sempre le stesse cose, e lasciando infine deluso il lettore ansioso di arrivare a una qualche conclusione definita. Certo questo non è il parere del filosofo, il quale anzi alla fine del primo capitolo dell’Analitica, quanto alla sua dottrina della causalità e della libertà, si compiace di aver fatto due passi avanti oltre Hume. Primo nell’aver confutato lo scetticismo che negava ogni validità scientifica alla legge di causa naturale, il cui nesso necessario è stato invece ristabilito dalla dottrina delle categorie. Secondariamente per aver introdotto in più il concetto della «causa noumenon» di una volontà libera, il cui uso pratico Kant ritiene essere stato reso possibile solo dalla sua resa dei conti con il pensatore scozzese (7).
Ancora riguardo al nesso morale tra legge razionale e libertà del volere, entra in gioco la nozione di oggetto, che si presta non meno del resto a un notevole equivoco. Già sappiamo come il filosofo distingua gli oggetti della conoscenza teoretica da quelli del desiderio pratico, tutti quanti però accomunati dal fatto di essere oggetti sensibili, e quindi estranei alla sfera morale. Ora qui Kant parla inoltre di una «differenza tra le leggi di una natura a cui la volontà è soggetta, e quelle di una natura che è soggetta a una volontà». Distinzione che però, a parte il gioco di parole, anche in questo caso non aiuta a capire un granché. O almeno, è chiaro che la volontà soggetta alla Natura è quella empirica, sottomessa alla necessità con cui gli oggetti la determinano ad agire. In questo caso, al limite sia come volontà di sapere che come desiderio di possesso e godimento, gli oggetti sono causa del volere. L’altro caso sarebbe invece quello opposto di una “natura intelligibile” soggetta alla libertà, tale per cui «la volontà dev’esser causa degli oggetti», nella misura in cui è determinata dalla pura ragione. Il guaio è che non si comprende, e Kant qui non lo spiega, in che senso la volontà eticamente determinata debba essere causa di chissà quali oggetti. Nel linguaggio normale, infatti, causare un oggetto significa produrre qualche cosa, per cui la volontà è sì necessaria, ma non certo sufficiente, poiché per certi lavori ci vuole anche un saper fare intellettuale e manuale, nonché gli strumenti adatti e le materie prime necessarie. Di certo però questo non è il caso inteso da Kant, dato che la produzione, pur essendo un’attività pratica, non è normalmente un atto disinteressato, per cui almeno nell’ottica kantiana non ha alcuna rilevanza morale. Può anche darsi che il filosofo per oggetto causato dalla volontà intendesse l’azione, invece della cosa, e questo sarebbe di per sé plausibile, benché un’azione non sia propriamente un oggetto. Inoltre se così fosse, allora il paragone presentato perderebbe di significato, perché tra gli oggetti, naturali o artificiali che siano, e i comportamenti umani, non c’è alcun nesso etico ma, appunto, solo quello empirico del desiderio di piacere o della produzione dell’utile. Non a caso dopo poche righe è Kant stesso a contraddire la sua equivoca affermazione sulla causalità oggettiva del volere, ribadendo un concetto che abbiamo già visto, ossia che la volontà libera non ha niente a che fare con gli oggetti, poiché per essa non conta il risultato dell’azione, bensì solo il motivo che l’ha determinata.
Ma poi ecco che l’argomento ritorna con il secondo capitolo dell’Analitica, appositamente dedicato a farci finalmente capire quale sia questo misterioso “oggetto” della moralità. Qui il filosofo parla infatti ancora «di un oggetto come di un effetto possibile mediante la libertà», ossia di un “prodotto” del libero volere, specificando questa volta che si tratta del bene. Sicché la libertà sarebbe quella di una buona volontà che causa l’oggetto di una buona azione. Solo che questa rivelazione non ci fa avanzare di molto, poiché si ricomincia da capo con la solita distinzione tra sensibile e intelligibile, stavolta applicata alla nozione di bene, nella duplice versione di materiale o morale, economico o etico. In questo caso ciò che differisce è la possibilità che il volere ha di perseguire (o fare in senso lato) il proprio oggetto. Se quello che si desidera è un bene per così dire di consumo, come di solito accade, allora l’atto di farlo proprio è condizionato dalla capacità fisica necessaria allo scopo. Mentre se l’oggetto da realizzare è il bene morale, allora la riuscita dell’azione dipende dalla liceità etica della volontà, ossia dalla sua conformazione alla pura legge razionale. Dove nel primo caso la volontà vuole avere un oggetto «buono a qualche cosa», mentre nel secondo essa vuol fare un “oggetto” «buono per se stesso»; o ancora, dove nel primo caso il bene è il fine del volere, mentre nel secondo ne è il principio. L’equivoco sta nel fatto che a tale concezione del bene come di un “oggetto”, si aggiunge la totale noncuranza della differenza che esiste tra il realizzare un oggetto e il soddisfare invece il desiderio di un oggetto, ossia tra produzione e appropriazione. Così che Kant parla del bene morale come dell’oggetto prodotto, mentre considera il bene materiale come l’oggetto desiderato, trascurando che è invece proprio quest’ultimo ad essere prima e più di tutto un oggetto realmente prodotto, dal lavoro o dall’arte che sia. Al filosofo interessa piuttosto insistere sul solito schema dell’incolmabile differenza tra sensibile e “intelligibile”, tra l’uomo che bada a ciò che fa per se stesso, al proprio benessere, e quello che guarda invece a ciò che ha valore in sé, indipendentemente da ogni considerazione di piacere, felicità e utilità personale.
Quanto all’oggetto morale, ancora una volta alla fine esso perde di importanza, poiché nei confronti della legge esso rappresenta un valore secondario, come abbiamo già visto essere per la libertà: «non è il concetto del bene, come concetto di un oggetto, che determina e rende possibile la libertà, ma al contrario è la legge morale che anzitutto determina e rende possibile il concetto del bene, in quanto esso meriti davvero questo nome». A parte che qui libertà e legge compaiono come sinonimi, ciò che Kant intende ribadire è che il bene, in quanto oggetto della volontà e qualunque esso sia, non può essere determinato prima della legge come motivazione della volontà medesima; o ancora che, se il bene è oggetto della volontà, però esso è soggetto alla ragione. E insomma che in campo morale conta più l’intenzione dell’azione, cioè il volere il bene a priori più che il farlo a posteriori. Tanto più che la legge morale è per definizione puramente formale, ossia priva di contenuti, in una parola senza oggetto di sorta, perché solo a questa condizione essa può vantare il suo valore assoluto. Non a caso secondo Kant «tutti gli errori dei filosofi» di tutti i tempi si possono condensare in questa inversione di ruolo che essi hanno assegnato al bene e alla legge, ossia al primato dell’oggetto rispetto al motivo della moralità. Alla fine del discorso poi, ciliegina sulla torta, scopriamo che lo stesso bene morale nemmeno è un oggetto, quanto piuttosto un “modo” in cui la causalità si esplica come libertà: «i concetti del bene e del male (...) non si riferiscono (...) ad oggetti, (...) ma sono tutti modi di una sola categoria, cioè di quella della causalità, (...) la quale, come legge della libertà, la ragione dà a se stessa, e così si dimostra a priori come pratica» (8).
Con ciò, a parte il solito eloquio piuttosto insopportabile, siamo riportati al tema della libertà, e in particolare al problema già visto, del divario esistente tra la legge soprasensibile e l’azione sensibile, ossia tra la causalità intelligibile della libertà, che muove alla moralità, e la causalità fisica della Natura, dove il comportamento concreto si deve pur sempre realizzare. Dilemma la cui soluzione consiste nel solito stratagemma, secondo cui il valore morale risiede nella forma razionale, e non nel contenuto empirico dell’azione, ossia nel motivo iniziale piuttosto che nel suo risultato finale. Questo razionalismo etico sarebbe poi tale da salvaguardare l’essenza della moralità dai due estremi opposti: da una parte il misticismo, che vaga nel trascendente considerando Dio come una cosa; e dall’altra l’ancora più insidioso empirismo, il cui esclusivo attaccamento ai sensi preclude ogni possibilità di un’autentica legge morale, degradando l’uomo a un animale come gli altri.
Lo stesso discorso riprende poi alla fine dell’Analitica della ragion pratica, dove Kant presenta una Dilucidazione critica in cui tira le somme e riassume quanto detto, prima di passare al secondo Libro dell’opera dedicato alla Dialettica. Qui la questione è ancora come si possa dimostrare la libertà nel mondo sensibile, dato che essa non è oggetto dei sensi. Semplicemente non si può fare, e però per fortuna nemmeno si può dimostrare il contrario, ossia che la libertà è impossibile. Sembra insomma che essa sia un po’ come Dio, e vedremo presto che infatti è proprio così. Per ora il filosofo si premura di escludere che la libertà possa avere un’origine psicologica, come una sorta di proprietà dell’anima, perché questa sarebbe ancora una spiegazione empirica che inquinerebbe la purezza della moralità. E intanto di sfuggita ne parla come di un «predicato trascendentale della causalità di un essere sensibile», parole altisonanti che non aiutano un granché a capire, e che soprattutto non chiarificano il difficile dilemma del rapporto tra sensibile e intelligibile. Finché ecco profilarsi la soluzione, che in realtà già conosciamo, e però almeno stavolta è espressa con parole comprensibili: «Il concetto della causalità come necessità naturale, a differenza della causalità come libertà, riguarda soltanto l’esistenza delle cose (...) come fenomeni, in opposizione alla causalità di esse come cose in sé». Kant continua a parlare di cose, quando in realtà è dell’essere umano che si tratta, ma a parte ciò qui entra in gioco il discrimine della temporalità. Ebbene, quando l’uomo in carne e ossa agisce nel mondo naturale, cioè nel tempo, allora ogni suo atto è l’effetto di una causa precedente, dunque è un comportamento determinato in anticipo, perciò necessario e mai libero. Questo accade quando il motivo che spinge ad agire è un oggetto esteriore, il quale muove all’azione secondo lo stesso meccanismo della causalità fisica vigente tra i corpi inerti. Ma lo stesso vale anche quando il movente è una rappresentazione interiore, la cui «causalità psicologica» opera con la stessa identica necessità di una legge naturale. Il filosofo insiste su quest’ultimo punto, in polemica con coloro che hanno inteso gli impulsi interiori come cause libere; mentre, proprio nella misura in cui essi precedono l’azione nel tempo, rientrano nella stessa connessione necessaria che, nella serie temporale della causalità, lega tutti gli accadimenti della Natura. Perfino l’ipotesi di un Dio creatore di tutte le cose pregiudicherebbe la libertà, poiché una simile eventualità vorrebbe dire che «le azioni dell’uomo hanno il loro principio determinante in ciò che è del tutto fuori del suo potere, cioè nella causalità di un essere supremo distinto da lui». Il che ridurrebbe l’essere umano a «una marionetta», i cui fili sarebbero tirati da «una mano estranea».
Tali precisazioni restringono però ancora di più il campo della moralità, e complica ulteriormente la contraddizione di come il meccanismo naturale e la libertà morale possano coesistere nella stessa azione. Contraddizione però solo apparente, che secondo Kant si dissolve tenendo fermo alla solita distinzione tra fenomeno e cosa in sé: «se si vuol ancora salvare la libertà, non rimane altra via che attribuire l’esistenza di una cosa [di un uomo], in quanto è determinabile nel tempo, e quindi anche la causalità secondo la legge della necessità naturale, semplicemente al fenomeno, e la libertà invece allo stesso essere come cosa in sé». Tale duplice natura dell’essere umano consente così di «salvare la libertà», dato che accanto all’esistenza empirica, soggetta alla necessità naturale, egli è altresì un’«esistenza intelligibile», la quale «non sta sotto le condizioni del tempo», ma soggiace solamente ai dettami della pura ragione. In questo caso nient’altro che la legge morale precede e determina la volontà, che perciò è libera, mentre tutto il resto non è che derivazione fenomenica del principio noumenico. La conseguenza più rilevante è che con la libertà è salva anche la responsabilità. Infatti, se l’uomo fosse solo un essere o «carattere» empirico, allora il suo comportamento sarebbe vincolato dalla necessità, per cui anche le sue malefatte sarebbero inevitabili ed egli innocente. Invece proprio in virtù della libertà questo essere è tenuto a rispondere dei suoi atti illeciti, perché avrebbe potuto comportarsi diversamente, e quindi diventa imputabile, colpevole e punibile per ciò che fa. Come d’altra parte dimostra il tribunale della coscienza, che nel foro interiore di ciascuno approva o condanna ogni azione, cosa possibile solo grazie alla disposizione morale e relativa libertà del «sostrato intelligibile in noi» (9).
Nella seconda Critica la libertà compare infine nella Dialettica della ragion pratica, di cui ci siamo già occupati nell’ultimo paragrafo del terzo capitolo. Dove abbiamo visto che il problema è quello di conciliare la virtù con la felicità, dato che la legge morale da una parte esclude tale nesso, e però dall’altra promuove il perseguimento del «sommo bene». Per uscire dal vicolo cieco Kant ha escogitato la trasformazione delle idee della ragione teoretica in postulati della ragion pratica, i quali affermano l’immortalità dell’anima e l’esistenza di Dio. Badando a precisare che non si tratta di assiomi dimostrabili sul piano della conoscenza, e neanche di articoli di fede religiosa, bensì di principi regolativi che servono a garantire la possibilità dell’Etica. Così che il primo postulato di un’esistenza infinita consente il perseguimento della perfezione morale; mentre quello di un essere supremo rende plausibile che a tale livello di santità corrisponda un proporzionato grado di felicità. Ebbene a questi si aggiunge infine un terzo postulato, quello della libertà. Che però chissà come, pur essendo il più importante, qui compare quasi surrettiziamente. Infatti, dopo che Kant si è dilungato sui primi due, in un paragrafo riassuntivo dedicato ai postulati in generale, scopriamo che essi sono diventati tre, con la libertà che si è messa in mezzo. Occorre però precisare che è all’inizio dell’opera, proprio nelle prime righe della Prefazione, che il filosofo spiega il primato della libertà rispetto agli altri due postulati. Dove essa è definita «la chiave di volta» proprio nel senso che è dal suo concetto che le idee di Dio e dell’immortalità traggono la loro «realtà oggettiva». O meglio, rispetto a Dio e all’immortalità, «la loro possibilità è dimostrata dal fatto che la libertà è reale». Inoltre, mentre la libertà è la condizione primaria della legge morale, Dio e l’immortalità sono soltanto condizioni secondarie del sommo bene.
Quanto alla Dialettica invece, rispetto ai postulati il filosofo ribadisce che si tratta di semplici «supposizioni» pratiche, e però al tempo stesso di condizioni necessarie affinché possa soddisfarsi tanto la realizzazione della legge morale, quanto l’aspirazione al sommo bene. Circa la libertà poi, qui il filosofo non aggiunge niente di nuovo, se non che essa postula l’indipendenza dal mondo sensibile e la corrispondente esistenza di un mondo intelligibile. Inoltre, come l’immortalità dell’anima e l’esistenza di Dio, anche la libertà del volere rimane un mistero per il sapere scientifico, e serve esclusivamente come conoscenza pratica finalizzata agli scopi etici. Tuttavia i tre postulati non sono per questo campati in aria, e anzi esprimono idee che, benché indimostrabili, pure sono tali che «con nessun sofisma si farà mai credere, neanche all’uomo più volgare, che non siano veri concetti». La differenza rispetto alle dodici categorie dell’intelletto, è che alle tre idee della ragione non corrisponde alcuna intuizione sensibile, il che le rende sterili dal punto di vista teoretico. Dio, la libertà e l’immortalità sono per così dire oggetti non oggettivabili, eppure indispensabili sul piano pratico come «realtà oggettiva» postulata dalla legge morale e dal sommo bene. In questo caso la ragione «è obbligata ad ammettere che vi sono tali oggetti, senza però poterli determinare di più, quindi senza poter estendere la loro conoscenza». Il che non è un problema per l’Etica, dato che essa, a differenza della Fisica, più che di sapere ha bisogno di fare. Il punto fermo di tutta la faccenda morale è la legge, «apoditticamente certa per se stessa», mentre le tre idee sono un bisogno che ha la ragion pratica di rendere possibile la concreta realizzazione di quella legge, e con essa del sommo bene. Solo che, trattandosi di «un bisogno assolutamente necessario», le idee non sono semplici congetture opinabili, bensì appunto postulati pratici indispensabili, che se la ragione teoretica non può dimostrare, però nemmeno è in grado di confutare. Alla fine Kant ammette che Dio, la libertà e l’immortalità sono l’oggetto di «una fede razionale pura pratica», tale da concepire che la conciliazione della virtù con la felicità, e cioè del mondo morale con quello naturale, perlomeno non è impossibile, dato che su ciò «anche la ragione teoretica non ha nulla in contrario». Una fede che, «in quelli che sono ben intenzionati, può bensì spesso vacillare, ma non mai finire nell’incredulità». In conclusione occorre dunque riconoscere che la dottrina kantiana, se non proprio di una morale teologica si tratta, come Schopenhauer insiste a sostenere, però in effetti poco ci manca (10).



   4.2.1 Schopenhauer e il servo arbitrio


Come per Kant, anche per Schopenhauer il tema della libertà costituisce «un problema fondamentale di tutta la filosofia», che anche nel suo caso riguarda non solo la speculazione morale, ma tutto intero il suo sistema di pensiero. La differenza è che il nostro filosofo nega radicalmente la libertà, salvo poi affermarla, e proprio nei termini della dottrina kantiana. L’argomento è affrontato a più riprese, però principalmente nella Memoria ad esso specificamente dedicata, La libertà del volere umano, scritta nel 1838, in occasione di un concorso bandito dalla Reale Società delle Scienze di Norvegia, che l’aveva premiata l’anno successivo. Particolare già di per sé significativo, poiché si tratta dell’unico riconoscimento ricevuto a distanza di vent’anni dalla pubblicazione della sua opera principale, e che resterà il solo fino alla pubblicazione dei Parerga nel 1851.
Il quesito dell’Accademia norvegese chiedeva se fosse possibile dimostrare la libertà del volere mediante la coscienza che l’uomo ha di se stesso, e Schopenhauer in sostanza risponde che no, non è possibile. Per cominciare il suo parere è che questo concetto sia negativo, il cui significato consiste nel non essere ostacolati. Libero sarebbe pertanto ciò che si muove o colui che agisce in assenza di impedimenti, alla diversa natura dei quali devono perciò corrispondere altrettanti tipi di libertà, che il nostro filosofo distingue in tre specie: «libertà fisica, intellettuale e morale». Poi in realtà nella sua monografia egli argomenta solamente della libertà fisica e di quella morale, e della prima soltanto in quanto è funzionale alla spiegazione della seconda, mentre alla libertà intellettuale è riservata una breve Appendice finale, giusto a completare il quadro dell’impostazione iniziale. Questa terza forma di libertà è descritta come una sorta di capacità di intendere e di volere, consistente nella mancanza di ostacoli al corretto e normale funzionamento dell’intelletto quando delibera nei confronti della volontà. Si tratta in effetti di una via di mezzo tra la libertà fisica e quella morale, che tuttavia Schopenhauer giudica «affine» alla prima, ed è caratterizzata dall’essere il presupposto per una considerazione giuridica delle azioni, nel senso che senza libertà intellettuale anche un delitto non può essere né imputabile né punibile.
Quanto alla libertà fisica, si tratta di una nozione che già nei termini è piuttosto controversa, aggravata dalla concezione del filosofo secondo la quale anche nella Natura inorganica agirebbe una “volontà” metafisica, mentre è ovvio che la Fisica esclude simile ipotesi, e tanto più la “libertà” della Natura. Comunque qui non si tratta tanto di questo, quanto del fatto che quella fisica rappresenta il «significato originario, popolare e immediato» della libertà, quello più scontato, sul quale tutti sono d’accordo. Significato che però si rivela subito più un modo di dire che altro, dato che Schopenhauer porta come esempi di tale “libertà” il cielo, l’aria, o lo scorrere di un fiume, quando questi enti naturali non sono impediti da ostacoli materiali. Come se le nuvole fossero “libere” di offuscare il cielo, o come se il fiume non fosse sempre costretto a scorrere dall’alto verso il basso. Poi, altro esempio di libertà fisica sarebbe quella degli animali, quando in assenza di impedimenti esterni farebbero ciò che vogliono. Solo che, se è vero che un animale in gabbia certamente non è libero, però nemmeno lo è quando vive in Natura, dato che il suo comportamento è dettato dall’istinto, al quale deve necessariamente obbedire. Infine la libertà fisica è attribuita anche all’essere umano, ma non per altro che accrescere l’equivocità di tale nozione. Infatti da questo punto di vista l’uomo è anzitutto posto sullo stesso piano degli altri animali: «In questo senso fisico del concetto di libertà uomini e animali si dicono quindi liberi quando le loro azioni non sono ostacolate né da legami, né dal carcere, né da una paralisi, insomma da nessun impedimento fisico materiale, ma si svolgono conformemente alla loro volontà». E però al tempo stesso la libertà fisica dell’uomo comprende aspetti del tutto estranei al restante mondo animale, come la libertà dei beni accessibili gratuitamente, quella di stampa e di corrispondenza, e perfino quella politica di un popolo che si autogoverna. Evidentemente il filosofo l’ha solo presa un po’ troppo alla larga, per arrivare infine al caso che lo interessa direttamente, e cioè la libertà morale. Egli, proprio come Kant, privo com’è di coscienza economica e sociale, non vede che i concreti rapporti umani sono dominati dal conflitto tra coloro che difendono la propria libertà e quelli che invece mirano a conquistare la loro liberazione. Tale mancanza di sensibilità per certe cose si evince dall’esempio di libertà politica, che Schopenhauer aggiunge solo per dire che si tratta di un altro caso di “libertà fisica”, senza avvedersi che quello «governato soltanto da leggi che esso stesso si dà», non è un popolo libero politicamente, quanto piuttosto uno che si è liberato della politica, ossia dello Stato e dei suoi uomini. Evenienza che peraltro farebbe inorridire il filosofo.
Quanto a quella morale, abbiamo a che fare con la concezione filosofica della libertà. Questa versione, la quale ha «un’origine necessariamente assai più tarda» della libertà fisica, si distingue per il fatto che, invece di impedimenti materiali esteriori, è ostacolata da motivi mentali interiori. Per cui, mentre quella fisica è una libertà del corpo di poter fare qualcosa, invece quella morale è propriamente una libertà della volontà di poter volere qualcosa. Secondo il ragionamento di Schopenhauer, infatti, colui che agisce può sì fare ciò che vuole, se lo vuole e se non è esternamente impedito - ma, e questo è il punto, può egli anche volere ciò che vuole? Sicché la libertà di agire, ammessa come quella fisica, rinvia a una libertà del volere, della quale attestarne o no l’effettiva possibilità è la questione di fondo che richiede soluzione. Un problema arduo a risolversi, già solo per il fatto che ogni volere non è definitivo, ma rinvia a un altro che l’ha preceduto, e così via in una catena senza fine. Anzi il filosofo taglia subito corto con l’asserire che, a chiedere se la volontà sia libera o no, «la domanda rimane senza risposta». Nemmeno poi trae d’impaccio lo spostare l’attenzione dal concetto di libertà a quello opposto di necessità, per vedere se dal loro confronto è possibile stabilire quale dei due sia più attinente alla volontà. Infatti, necessario è ciò che consegue inevitabilmente da una data causa, oppure, come dice il filosofo, «ciò che deriva da una data ragione sufficiente», e che come tale non può essere altrimenti di com’è. Laddove, in rapporto a questa definizione, la nozione di libero diventa ciò che accade senza una causa determinante, ossia in assenza di necessità, cosa che comporta il «concetto sommamente problematico» di qualcosa che è «assolutamente fortuito». E infatti tale si rivela la libertà anche se applicata al volere umano, perché vorrebbe dire una volontà indeterminata, priva di una causa che la muova, qualcosa insomma di inconcepibile: «Di fronte a questo concetto ci viene a mancare la chiarezza del pensiero, perché il principio di ragione sufficiente (...), che è la forma essenziale di tutta la nostra facoltà conoscitiva, qui lo dovremmo abbandonare» (11).
Con ciò, già solo per quanto attiene al significato da attribuire alla parola libertà, Schopenhauer mette in chiaro che per lui si tratta non solo di un concetto negativo, ma altresì da negare. Quel libero arbitrio indifferente di cui già parlavano i medievali, è una nozione che scardina la conoscenza ordinaria, nella misura in cui suppone l’impossibile, ossia un volere che vuole senza motivo. Il che, tradotto nella pratica, vorrebbe dire che un individuo, posto di fronte a circostanze determinate, potrebbe agire indifferentemente in un modo oppure in uno contrario.
Prima però di procedere a dimostrare la sua posizione, il filosofo si sofferma ancora un attimo a definire cosa sia l’altro concetto che compare nel quesito posto dall’Accademia norvegese, vale a dire l’autocoscienza. Ebbene si tratta della coscienza di sé, la dimensione soggettiva dell’interiorità, la quale si contrappone alla coscienza delle altre cose come percezione oggettiva di ciò che è fuori di noi. Qui Schopenhauer, e non a torto, tende a sminuire la portata del socratico “conosci te stesso”. Primo perché l’io, essendo la parte più intima, è perciò stesso la più oscura della coscienza, per cui non è così facilmente accessibile come gli oggetti esterni; e poi perché di fatto l’autocoscienza rappresenta solo una minima parte della coscienza, la quale ultima è invece per lo più rivolta alla conoscenza delle altre cose. Nonostante tale ridimensionamento però, il filosofo riserva all’autocoscienza un contenuto non da poco, e cioè il sentimento del volere nella sua massima estensione, comprendente quindi «tutte le passioni e i moti dell’animo», nonché la vasta gamma delle sensazioni di piacere e dolore. C’è giusto un particolare che, seppure Schopenhauer non potesse conoscerlo, però mette in dubbio questa identità che egli pone tra autocoscienza e volontà. Ossia il fatto che la coscienza di sé consiste in pratica nel riconoscersi allo specchio, cosa che gli altri animali, benché dotati della facoltà di volere, non sono capaci di fare, ad eccezione di alcuni primati superiori. Il che denota appunto che la volontà non può essere l’«unica materia», «l’unico oggetto» dell’autocoscienza, perché se così fosse, allora anche gli altri animali avrebbero coscienza di se stessi.
A parte questo dettaglio però, la questione cui il filosofo approda con la sua impostazione è se, in questa volontà di cui siamo interiormente coscienti, sia possibile trovare tracce di libertà. Il guaio è che la coscienza di noi stessi come volontà, essendo quest’ultima sempre il volere qualche cosa, finisce ogni volta per coinvolgere la coscienza delle altre cose. Come a dire che l’atto interiore del volere ha senso solo quando è diretto a un oggetto esteriore del volere medesimo. Sul quale oggetto però, altrimenti detto motivo, l’autocoscienza non ha voce in capitolo, proprio nella misura in cui esso costituisce «tanto la spinta quanto la materia» della volontà. Insomma, è come se quello del volere fosse l’oggetto di una duplice coscienza, interna ed esterna, come oggetto del desiderare e al tempo stesso del conoscere. Tale osservazione vale come premessa al quesito di fondo, se la volontà, di fronte al suo oggetto, sia libera di volere, oppure costretta. Allo scopo di rispondere nella maniera più esauriente possibile, il filosofo propone una doppia argomentazione attraverso una duplice indagine della volontà, la quale viene esaminata sia direttamente, così come essa è testimoniata dall’autocoscienza immediata; sia indirettamente, e cioè a dire sulla base della coscienza mediata che abbiamo delle altre cose.
Quanto all’autocoscienza, essa «è una cosa troppo semplice e limitata da poter dire la sua intorno a tali cose», per cui non solo non è in grado di dare una risposta esauriente al problema, ma nemmeno di averne una comprensione adeguata. Quello che tutt’al più essa può attestare è la libertà di azione, cioè la libertà fisica, quella che consiste nella possibilità di agire come si vuole in assenza di impedimenti materiali, il che però non sfiora nemmeno la questione se la volontà medesima sia o no libera in se stessa. Come dice Schopenhauer, «L’autocoscienza enuncia la libertà del fare, (...) ma noi cerchiamo la libertà del volere». Infatti un conto è fare ciò che si vuole, potendolo, mentre un altro è volere ciò che si vuole, indipendentemente dalle circostanze esterne. L’autocoscienza, testimoniando solo che io posso fare ciò che voglio, se lo voglio e se niente me lo impedisce, si limita a presupporre il volere, considerando soltanto le condizioni che rendono possibile l’azione conforme a esso. Il che appunto lascia in sospeso se la volontà stessa sia libera oppure costretta a volere ciò che vuole. Questo perché la coscienza immediata che ciascuno ha di se stesso, benché sia una con la volontà, è tuttavia una coscienza parziale, che riguarda il volere solo per la parte che, dopo aver deciso, è passata all’atto. Mentre su ciò che accade prima, su quello che determina la volontà ad agire in un certo modo piuttosto che in un altro, l’autocoscienza non è in grado di dire niente. Per il semplice fatto che, a questo livello più profondo del problema, per stabilire il movente di una decisione entra in gioco il rapporto tra il volere e il suo oggetto, il quale ultimo è estraneo all’autocoscienza. Come dice il filosofo, «l’autocoscienza contiene soltanto il volere, non invece i motivi che lo determinano, i quali stanno nella coscienza di altre cose, vale a dire nella facoltà di conoscere». E siccome però è proprio nella fase iniziale della volizione che deve eventualmente trovarsi la libertà, cioè nel conflitto dei motivi che precede la deliberazione, e non nell’azione che ne consegue, ecco che per l’autocoscienza è di per sé impossibile pronunciarsi su questa materia. Per riassumere con le parole del filosofo: «La dipendenza del nostro agire (...) dal nostro volere è cosa del tutto diversa dall’indipendenza delle nostre volizioni dalle circostanze esterne, la quale costituirebbe la libertà del volere; su questa però l’autocoscienza non può dire nulla, poiché si trova al di fuori della sua sfera, in quanto concerne il rapporto di causalità fra il mondo esterno (che ci è dato dalla percezione sensibile) e le nostre risoluzioni; ma l’autocoscienza non può giudicare il rapporto fra una cosa che è del tutto fuori del suo dominio, e una che le appartiene. Nessuna facoltà conoscitiva può stabilire una relazione tra due termini, dei quali l’uno non possa esserle dato in nessuna maniera».
Il guaio è che invece di solito gli uomini si illudono del contrario, e credono di decretare la libertà sulla base delle loro azioni, senza tener conto della fase iniziale che nel processo volitivo ha anticipato la decisione. Secondo Schopenhauer tale equivoco sorge dall’ingenuità
dell’«uomo filosoficamente grezzo», il quale, non distinguendo il volere interiore dal suo oggetto esteriore, ossia il volere dal fare, è portato a ritenere che, di fronte a due motivi opposti, egli potrebbe liberamente decidersi per l’uno o l’altro senza differenza. Costui, forte della propria autocoscienza che gli attesta di poter fare ciò che vuole, e certo dell’azione compiuta, non è nemmeno sfiorato dal problema se possa anche volere ciò che vuole. Egli sa che il suo fare deriva dalla volontà non ostacolata da impedimenti esterni, e questo gli basta per giudicare della sua libertà, senza chiedersi da cosa dipenda a sua volta il volere. Su questa base è convinto che, sebbene abbia fatto una scelta determinata, però volendo avrebbe ugualmente potuto farne una contraria. Solo che con ciò l’«uomo filosoficamente inesperto» fa un’affermazione azzardata che poi non è in grado di dimostrare. E non a caso, poiché quello della libertà del volere «è un problema così lontano dalla naturale autocoscienza che non si può nemmeno farglielo comprendere, e meno ancora si può pretendere che abbia in sé la risposta». Nella sua semplicità l’autocoscienza immediata è pronta a decretare la libertà del fare, dopo che l’azione è stata compiuta; poi però la confonde altresì con la libertà del volere, senza avvedersi che quest’ultima può attestarsi casomai solo prima dell’azione. Tuttavia questo errore non è da imputarsi come una colpa dell’ignoranza umana, poiché, dato che «il problema è veramente scabroso» anche per i filosofi, è praticamente inevitabile incorrervi per le persone semplici. Qui il filosofo vuole solo avvisare che, se presa per il giusto verso, la questione della libertà non può assolutamente contare sul responso dell’autocoscienza, al contrario di quanto crede la maggior parte degli uomini. La verità, ancora una volta, è che su questo tema «l’autocoscienza rimane del tutto muta, poiché l’argomento è tutto fuori del suo ambito, visto che si fonda sul rapporto causale tra il mondo esterno e l’uomo», cioè tra gli oggetti esterni e la volontà interiore. Alla fine, determinare l’eventuale libertà significa stabilire se la reazione della volontà di fronte ad un motivo sia o no necessaria, cosa di cui l’autocoscienza appunto non è in grado di decidere, proprio perché i motivi le sono estranei e non può dunque giudicare del loro influsso sul volere. In quanto fattori esterni, i motivi fanno parte della coscienza delle altre cose, cioè della facoltà conoscitiva, e perciò devono essere conosciuti dall’intelletto, il quale è appunto il tramite dei motivi per il volere. Mentre l’autocoscienza, che pure è immediatamente sentita, in realtà si pronuncia solo a giochi fatti, dopo che l’azione è stata compiuta, e senza avere idea di ciò che è successo prima (12).
In tal modo Schopenhauer ha praticamente risposto al quesito proposto dall’Accademia norvegese: la coscienza che l’uomo ha di se stesso non è in grado di dimostrare la libertà del volere. Con questo risultato negativo egli ha dimostrato l’impossibilità per l’autocoscienza di risalire dalla libertà fisica, che essa attesta, a quella morale; la quale ultima, pur riguardando il volere, che è l’oggetto immediato dell’autocoscienza, rimane nondimeno fuori dalla portata della sua limitata capacità di giudizio. Poiché essa rivela sì la volontà, e tra l’altro come il nostro io più profondo, ma non rivela i motivi, dalla cui determinazione soltanto l’eventuale libertà può essere attestata.
Il proposito del filosofo non si esaurisce però con l’impossibilità di dimostrare la libertà, poiché a lui preme piuttosto dimostrare che la libertà è impossibile. Tale radicale negazione poggia sul fatto che dalla libertà del fare, pure ammessa, non segue per niente la libertà del volere; o meglio ancora che, se l’uomo è libero di fare ciò che vuole, non significa che lo sia anche di volere ciò che fa. Al contrario, ciò che Schopenhauer intende sostenere è che prima dell’azione, di fronte a due motivi opposti, la volontà non è per niente indifferente a decidersi per l’uno o l’altro, bensì costretta dalla sua natura a scegliere uno dei due, e sempre quello ogni volta che la scelta si presenta. Così egli, appurato che l’analisi diretta della volontà davanti all’autocoscienza, è insufficiente a testimoniare del libero arbitrio, passa ora all’«indagine indiretta» della volontà stessa, per dimostrare una volta per tutte che quella libertà in realtà non esiste proprio. La differenza tra i due modi di affrontare il problema è che questa volta entra in gioco l’ausilio della facoltà conoscitiva, la quale non più diretta verso l’interiorità, ma osservando l’esterno, permetterà un approfondimento e chiarimento ulteriore della questione. Così la volontà, che per l’autocoscienza è immediatamente percepita dal soggetto in se stesso, ora diventa oggetto di intuizione negli altri individui, il cui volere appare quale materia di esperienza come ogni altra. Con il soggetto del volere che diventa oggetto per il soggetto del conoscere, aumenta la distanza dell’oggetto da colui che lo indaga, poiché il soggetto conoscente non osserva più se stesso che vuole, ma l’altro; con il vantaggio però che se prima la percezione immediata risultava oscura e confusa, ora, con l’impiego dell’apparato conoscitivo, l’indagine sarà molto più accurata, e quindi in grado finalmente di pronunciarsi sul rapporto della volontà con ciò che la muove a volere.
  Con l’uso dell’intelletto nell’esame della volontà, ecco che torna in ballo la legge di causa, di cui ci siamo occupati nel paragrafo 2.1, dove l’abbiamo vista essere la sola e unica categoria che la facoltà di conoscere possiede per svolgere la sua funzione. Qui, nella Memoria sulla libertà, il filosofo ribadisce la sua concezione della causalità come della legge fondamentale e strutturale della nostra conoscenza, la cui applicazione da parte dell’intelletto che la possiede a priori, consente il passaggio dalla sensazione soggettiva all'intuizione oggettiva delle cose che ci circondano. Laddove, per quanto riguarda invece il rapporto dei corpi tra di loro, è confermato che la legge di causa si riferisce esclusivamente ai mutamenti che essi provocano o subiscono, cioè al cominciare e cessare dei loro stati, in una serie di modificazioni che retrocede all’infinito, tale per cui ogni causa è a sua volta l’effetto di un’altra che l’ha preceduta. Avendo presente ovviamente l’infallibilità con cui ogni volta, data una causa, l’effetto debba seguire necessariamente. Sappiamo anche che per Schopenhauer il termine causalità è sinonimo di principio di ragione, alla cui «quadruplice radice» egli ha dedicato la sua Tesi di laurea. E siccome è da quest’opera che egli trae lo spunto principale per la sua riflessione sulla libertà, è necessario fare un piccolo chiarimento preliminare. Infatti nel suo primo lavoro letterario egli dà due versioni della causalità, l’una concernente il nesso che essa comporta tra il soggetto senziente e i suoi oggetti, e l’altra che riguarda invece il rapporto degli oggetti tra loro. Così che nel primo caso egli parla di «quattro classi» di oggetti (La quadruplice radice del principio di ragione, op. cit., p. 58), corrispondenti ai diversi modi in cui la causalità si applica, a seconda che siano concetti logici, cose fisiche, numeri matematici o motivi etici.  Mentre nel secondo caso si tratta invece di «tre diverse forme» (Ibid., pp. 85 e 130) in cui la causalità stessa si manifesta, ossia tre modi che hanno i corpi di reagire a una determinata causa, come meccanismo fisico, stimolo vegetale o motivo animale.
Ebbene nella sua Memoria il filosofo riprende in mano la seconda versione, pari passo come l’aveva data oltre vent’anni prima, precisando più volte che la causalità di cui sta parlando stavolta è quella riguardante i «mutamenti che avvengono negli oggetti appartenenti al reale mondo esterno». Cosa che in effetti non sono né i concetti né i numeri, e però se è per questo neanche i motivi interiori, i quali pure sono centrali nella dottrina della libertà. Tuttavia, a parte questo dettaglio, qui Schopenhauer esordisce osservando che la legge di causa, benché operante sempre con la stessa necessità, ha però a che fare con corpi di natura molto diversa, che si distinguono appunto in minerali, vegetali e animali. Questa distinzione l’abbiamo già incontrata nel paragrafo 2.2, parlando dei gradi di oggettivazione della “Volontà” metafisica nella Natura fisica. Ora occorre riconoscere che, a parte tali divagazioni filosofiche, quella differenza è di per sé assai azzeccata, benché poi il filosofo mostri però di non comprenderla fino in fondo, il che del resto è comprensibile per la sua epoca. Infatti, ancora nella Tesi di laurea (cit., p. 85) egli sostiene espressamente che «la vera e l’essenziale differenza» di quei corpi non risiede nella loro composizione chimica, bensì nel modo in cui reagiscono alle cause cui sono sottoposti. Laddove la verità è proprio il contrario, ossia che la differenza essenziale è anzitutto quella tra corpi viventi e non viventi, e poi che la si deve essenzialmente alla materia di cui sono composti: inorganica quella dei corpi inerti, fatta di atomi e molecole; e organica la materia dei corpi biologici, fatta invece di cellule, vegetali o animali che siano.
Invece l’opinione di Schopenhauer, benché non priva di logica, è che i corpi inorganici, i vegetali, e gli animali, si distinguano per il loro modo di reagire, rispettivamente, alle sollecitazioni fisiche, agli stimoli ambientali, e ai motivi intellettuali cui sono soggetti. In particolare la prima forma, la causalità meccanica, l’abbiamo già vista essere quella concernente i cambiamenti di stato dei corpi materiali inanimati. Forze di attrazione e di urto, conformemente alle leggi della Fisica, sono i mezzi attraverso cui il nesso causale si esplica per questo tipo di oggetti. Invece la stimolazione è la forma di causalità che presiede alla modificazione inconscia dei corpi organici, cioè a fenomeni come la vita delle piante e le funzioni vegetative dei corpi animali. I mezzi attraverso cui questa forma agisce sono la luce, il calore, l’aria, il nutrimento, dalle cui eccitazioni deriva come effetto appunto la biologia degli organismi. Infine la motivazione è la forma di causalità cui sottostanno i movimenti volontari degli esseri animali, quella che opera tramite il mezzo della conoscenza.
Si tratta quindi di specificare le analogie e le differenze che Schopenhauer osserva tra l’uomo e gli altri animali, argomento sul quale ci siamo già soffermati più volte. Così sappiamo che la prerogativa esclusiva della nostra specie è la ragione quale facoltà dei concetti, la quale in sostanza consente all’uomo di agire secondo scopi, laddove gli altri animali sono legati al loro istinto. Il che non toglie però che essi siano forniti come noi di cervello e sistema nervoso, cioè di sensibilità e capacità di conoscere. Perciò essi, nel loro comportamento concreto, obbediscono alla medesima forma della legge causale che agisce su di noi, e cioè allo stesso meccanismo di motivazione del volere. Per il fatto cioè che hanno in comune con gli uomini di essere pervenuti nella scala degli esseri ad un livello di sviluppo tale per cui il semplice stimolo non è più sufficiente alla soddisfazione dei loro bisogni, ad esempio nutritivi. Tali esigenze, fattesi sempre più complesse, non possono più attendere passivamente di essere appagate dall’esterno, bensì richiedono iniziativa, la capacità di cercare i mezzi, di operare delle scelte. Infatti, mentre la pianta se ne sta ferma ad attendere di essere stimolata per crescere, l'animale deve invece muoversi per procurarsi il cibo di cui ha bisogno, e a tale scopo l’oggetto, che diventa motivo del movimento, deve essere conosciuto in qualche modo. Gli animali però, nonostante le apparenze, è evidente che non sono per niente liberi di agire, proprio perché vincolati dal loro istinto, il quale reagisce sempre nello stesso modo alle circostanze esterne. Essi, pur conoscendo in qualche modo ciò che li circonda, e nonostante la meraviglia che destano molte loro costruzioni, pure in realtà agiscono praticamente senza sapere quello che fanno. In definitiva gli animali, benché motivati come la nostra specie, però agiscono inconsapevolmente, laddove solo per noi altri può dirsi che «la motivazione è la causalità vista dall’interno» (13).
Ebbene nella Memoria sulla libertà il filosofo ribadisce questo discorso sul paragone tra noi e gli altri animali, per mostrare analogie e differenze, in questo caso allo scopo di verificare se la nostra specie, eventualmente l’unica in tutta la Natura, possa fregiarsi dell’indipendenza dal dominio della necessità. In primo luogo, egli torna sulla differenza esistente tra la motivazione umana e quella animale. L’uomo non solo è in grado, come gli altri esseri, di percepire per via intuitiva il mondo esterno, ma, per mezzo della ragione, è anche capace di astrarre dalle sue sensazioni delle nozioni di carattere generale. I concetti appunto, ognuno dei quali rappresenta un compendio di molte cose particolari, non già immediatamente presenti all’intuizione esterna, bensì semplicemente comprese dentro la testa. Questo significa che mentre l’animale, possedendo esclusivamente rappresentazioni intuitive, può esser mosso soltanto da una gamma di motivi circoscritti entro i limiti del momento presente, l’uomo invece ha la capacità di spaziare con la mente dalle esperienze passate alle previsioni future, e con ciò è in grado di determinare le sue azioni mediante «semplici pensieri». Il che ovviamente allarga enormemente l’orizzonte della scelta, dato che la possibilità di riflettere consente all’uomo di deliberare, cioè di agire con una discreta premeditazione, appunto perché i motivi in un certo qual modo è lui stesso a proporseli, indipendentemente da ciò che ha di fronte. La differenza è tale che mentre gli uomini sono mossi ad agire da «sottili fili invisibili», gli altri animali sono invece tirati dalle «grosse visibili funi del concreto presente». Ebbene questo dato di fatto, ed ecco il punto, porta facilmente a indurre che l’uomo sia libero. Schopenhauer riconosce che in un certo senso lo è, ma solo nella misura in cui lo si paragona al comportamento animale, rigidamente determinato entro angusti confini. Tale sorta di libertà, - egli avverte - «è però soltanto relativa, cioè in relazione al presente concreto, e soltanto comparativa, cioè in confronto con gli animali», da non confondere quindi con la libertà assoluta che si intende con il libero arbitrio. Perché un semplice pensiero mentale determina la volontà quanto una sensazione materiale, sono motivi allo stesso modo, e insomma cause che agiscono con l’identica necessità (14).
Il filosofo aggiunge che la ragione della diffusa ma falsa inferenza della libertà, sta nel fatto che causa ed effetto vanno via via differenziandosi l’una dall’altro, man mano che si sale lungo la scala degli esseri. Nella causalità meccanica e nello stimolo ambientale, cioè per quanto riguarda i corpi meno recettivi, l’antecedente e il conseguente del nesso causale appaiono ancora materialmente congiunti. Per quanto già a questo livello accade che, mentre in un corpo che ne urta un altro facendolo muovere, la causa e la conseguenza quasi coincidono, invece l’effetto del Sole su una pianta è già meno immediatamente percepibile. Poi nell’ambito della vita animale causa ed effetto divengono di grado in grado sempre più separati e diversi, man mano che aumenta la complessità delle specie. Finché da ultimo nell’uomo, l’effetto, cioè l’azione, appare addirittura come il prodotto di una causa invisibile e intangibile, quali sono appunto i motivi costituiti da rappresentazioni astratte. In questo caso diviene arduo identificare la causa, anzi praticamente impossibile se, come succede, essa è assai distante nello spazio e nel tempo, per cui si potrebbe facilmente dedurre che non ci sia per niente. Sempre però nel modo superficiale di cui sopra, che non vede come l’evanescenza della causa, la sua per così dire eterogenesi, dovuta al fatto che il motivo è un semplice concetto, non toglie per questo nulla alla sua forza necessitante. Ecco il quesito come se lo pone Schopenhauer, e la risposta che ne dà: «Ma aumentando sempre più questa eterogeneità, incommensurabilità e incomprensibilità del rapporto tra causa ed effetto, è forse diminuita la necessità da esso imposta? No, niente affatto. (...) La causa è più complicata, l’effetto più eterogeneo, ma la necessità con la quale esso avviene non è diminuita di un pelo» (15).
 L’uomo insomma non fa eccezione, è un fenomeno come tutti gli altri, un oggetto d’esperienza, e come tale anch’egli, compreso il suo agire, è sottomesso alla legge di causa. Presumere la libertà del suo volere vorrebbe dire ammettere un comportamento indipendente da ogni ragione sufficiente, cioè un effetto senza causa; qualcosa che, con il presupposto del principio di ragione quale forma generale della conoscenza, l’intelletto non è neppure in grado di concepire, appunto perché una tale ipotesi quel principio lo annulla completamente. Una volontà libera, cioè una specie di causa sui assoluta, che si decide da sé senza essere determinata da altro, è in realtà una «naturale illusione», che sorge dal supporre che l’uomo sia un’anomalia della Natura, come se quella della causalità non fosse una legge universale. Mentre, sebbene in diverse forme, una volta data la causa, essa postula sempre la necessità dell’effetto, nonché l’impossibilità in ogni caso di retrocedere la serie infinita dei mutamenti, onde risalire ad una fantomatica causa prima. L’uomo è tratto in errore dal sentimento di poter fare ciò che vuole, ma anche ammesso che sia così, egli poi non si avvede che, come per ogni altro essere o corpo naturale, anche per lui vale la regola secondo cui senza causa è impossibile agire, o in genere cambiare il proprio stato, mentre con la causa è necessario. Perché ogni azione, una volta compiuta, è evidentemente voluta, ma dalla realizzazione dell’atto non risulta per niente se il volere l’ha deliberato liberamente oppure necessariamente, poiché questo dettaglio va verificato prima, per così dire a monte della decisione. In definitiva, io faccio ciò che voglio solo dopo che il da farsi l’ho voluto, e questo volere è determinato da un motivo, che agisce come una causa, quindi con necessità, tale per cui non avrei potuto fare diversamente. «Non è affatto né metafora né iperbole, ma secca e letterale verità che, come una palla di bigliardo non può mettersi in moto prima di aver ricevuto un urto, nemmeno l’uomo può alzarsi dalla seggiola prima che un motivo lo attiri o lo spinga; allora però il suo alzarsi è necessario e immancabile come il rotolare della palla dopo l’urto. E aspettarsi che uno faccia qualcosa alla quale non lo inviti alcun interesse è come attendersi che un pezzo di legno si muova verso di me senza che ci sia una fune a tirarlo» (16).
Connesso a questo, c’è un altro argomento, anch’esso non nuovo, e che però rispunta nella Memoria sulla libertà. Ancora nel paragrafo 2.2 abbiamo visto come per Schopenhauer la nozione di volontà implica quella di forza; anzi meglio, che tutte quante le forze della Natura non sono altro che obiettivazioni di una stessa “Volontà” metafisica. Da cui l’affermazione che la gravità, l’elettricità, il calore eccetera, essendo in se stessi “volontà”, sono in quanto tali inspiegabili fisicamente, cioè irriducibili a ogni definizione essenziale. Sicché la scienza non è in grado di rivelare la natura di tali forze, ma deve limitarsi a presupporle, per rendere conto solamente dei singoli fenomeni in cui esse si manifestano di volta in volta, benché secondo leggi immutabili. E lo stesso dicasi per la forza vitale che agisce nei fenomeni organici, nonché per la vera e propria volontà diciamo così psichica degli animali. Ebbene qui lo stesso discorso è sostanzialmente ripreso, però stavolta ponendo l’accento sul nesso tra forza e causalità. Ora il filosofo fa notare che ogni causa non può produrre il proprio effetto dal nulla, ma che anzi, per potersi esplicare con efficacia, essa presuppone una «forza originaria» del corpo su cui agire, un’energia la cui conseguente estrinsecazione costituisce appunto l’effetto. A tutta prima viene subito in mente la materia, sulla cui identità con la causalità abbiamo parlato nel paragrafo 2.1, concezione che però qui non compare affatto. Ora scopriamo piuttosto che ogni modificazione possibile è data dal per così dire prodotto tra una causa esterna e una forza interiore del corpo che subisce il mutamento; ugualmente se si tratta ad esempio di attrazione gravitazionale, stimolazione vegetale, o motivazione animale. Inoltre, qualunque sia il genere di corpo in questione, la relativa energia coinvolta è di per sé sconosciuta, pur essendo il veicolo necessario affinché la causalità possa manifestarsi. Cosa che qui Schopenhauer ribadisce a chiare lettere: ogni forza, egli dice, «non è soggetta ad alcuna spiegazione, ed è invece il principio di ogni spiegazione. Non è neppure soggetta ad alcuna causalità, ma è precisamente ciò che conferisce a ogni causa la causalità, vale a dire la capacità di agire» (17). E insomma la causalità, per produrre quell’effetto che non può trarre da se stessa, ha bisogno di quelle forze che però di per sé non hanno causa, pur essendo principi di ogni causa. Il che, già solo come premessa, non promette un granché bene.
Sta di fatto che a questo punto, come un urto agisce sulla gravità di un corpo inerte, o come uno stimolo agisce sulla vitalità di una pianta, così negli animali il motivo agisce su una «forza che qui si chiama volontà». Ragionamento che è solo apparentemente lineare, ma che in realtà si fa assai ingarbugliato non appena si considera che nella concezione di Schopenhauer anche la gravità, nonché la luce e il calore, sono in se stessi manifestazioni di una “Volontà”. Il filosofo se la cava dicendo che si tratta di gradi diversi di «oggettivazione», ma ciò non toglie la confusione che nasce tra la “Volontà” metafisica universale, che egli immagina in tutte le cose esistenti, e la volontà psichica particolare che è invece propria solo degli esseri animali. Senza però badare a certi dettagli, il nostro autore tira dritto per la sua strada, limitandosi ad introdurre un nuovo termine, il «carattere», che in realtà è anche questo ripreso da Kant, e che però nel caso di Schopenhauer è da intendersi come una certa «qualità della volontà», consistente nel suo modo di reagire all’azione dei motivi. Si tratta insomma semplicemente di un altro modo di dire la volontà, che il filosofo introduce quando arriva a parlare dell’uomo.
Già sappiamo che, rispetto a ogni altro essere, o corpo, o forza della Natura, la nostra specie è l’unica ad avere dentro di sé la percezione di quella “Volontà” che secondo il filosofo pervaderebbe l’intero Universo. La quale esclusiva intuizione ci consente di osservare la causalità vista dall’interno, così come essa si esplica nella motivazione. Ora, qui Schopenhauer premette che la volontà umana in se stessa è altrettanto misteriosa e inspiegabile quanto le forze della Natura, eppure ci informa dell’indagine che lo ha condotto a scoprire le sue quattro qualità distintive. Così veniamo a sapere che il carattere dell’uomo è anzitutto «individuale», cioè personale, differente in ciascuno, e già questo lo distanzia dagli altri animali, per i quali il carattere è invece lo stesso per tutti i membri di una stessa specie. Laddove per noi altri il filosofo dice che si tratta di una diversità notevole, addirittura superiore alle differenze fisiche che distinguono ciascun individuo dall’altro. Da cui deriva che, di fronte a uno stesso motivo, ognuno reagisce in modo diverso, appunto sulla base del proprio carattere. Secondariamente il carattere umano è «empirico», ossia conoscibile tramite l’esperienza, solo dopo che l’influenza dei motivi ha sortito il suo effetto, quando la decisione è stata presa. Aggiungasi che tale conoscenza posteriore vale sia per se stessi che per gli altri, per cui quando si tratta del comportamento umano non è possibile prevedere quale sarà, ma solo ma solo prendere atto di quale è stato. Una volta provato empiricamente, però, il carattere diventa una conoscenza sicura, perché esso è «costante», e questa è la sua terza qualità. Vale a dire che, di fronte a un motivo uguale e nelle medesime circostanze, un uomo reagirà sempre allo stesso modo, data appunto l’immutabilità del suo carattere: «L’uomo non cambia mai», dice a questo proposito Schopenhauer. Egli riconosce che soltanto la conoscenza può essere modificata, e con essa il modo in cui i motivi si presentano alla volontà, ma in tal caso ciò che può cambiare è in genere solo il mezzo, e non il fine dell’azione. Può anche accadere che con l’accrescersi delle cognizioni si prenda coscienza di motivi prima sconosciuti, sicché una buona educazione può anche migliorare il comportamento, ma non cambiare la natura di un individuo. Figuriamoci poi le prediche morali: «l’impresa di cancellare le magagne nel carattere d’un uomo mediante discorsi moraleggianti e di voler rifare il suo carattere, (...) è del tutto eguale al proposito di cambiare lo stagno in oro con procedimenti superficiali, o di costringere una quercia con un accurato trattamento a produrre albicocche» (18). Infine, proprio in conseguenza del fatto che è immutabile, il carattere umano è altresì «innato», ossia non è qualcosa che si forma con la crescita, bensì ce lo portiamo dietro bell’e fatto fin dalla nascita, così che già nei bambini è possibile osservare i tratti di ciò che saranno da grandi. Ciò che cambia nel corso della vita è appunto la consapevolezza di quale esso sia, acquisita con l’esperienza del nostro comportamento, ma non il come esso è, perché un carattere diverso richiederebbe una nuova nascita.
È facile intuire come con tale dottrina Schopenhauer accenda una gravosa ipoteca sull’ipotesi della libertà. Infatti vien da sé che, se le cose stanno così, allora gli uomini sono costretti ad agire in un determinato modo, e cioè per così dire senza infamia e senza lode. Infatti, se la volontà non può scegliere la decisione da prendere, se il carattere di ciascuno è quello che è per tutta la vita, ne segue che non ha alcun senso parlare di virtù e vizio, di lode e biasimo, e perfino di premio e punizione. Poiché con la libertà cade anche il suo corollario etico-giuridico, ossia la responsabilità, come se l’uomo non fosse in grado di intendere e di volere ciò che fa, per cui il suo agire non sarebbe né meritevole né colpevole, ma semplicemente innocente come quello di un bambino. A dire il vero Schopenhauer non trae tutte le conseguenze, anche paradossali, che derivano dalla negazione della libertà, che come vedremo nel suo caso non è assoluta. Il nostro filosofo si limita ad asserire che, siccome lo è il carattere, allora anche vizi e virtù sono innati. A sostegno di questa tesi egli chiama in causa Aristotele, di cui però dà una lettura assai parziale. Infatti, se è vero che l’antico pensatore ha espressamente parlato di una «virtù naturale» che si possiede «sin dalla nascita» (Etica nicomachea, VI, 13), lo ha fatto però solo per poi distinguerla subito dalla «virtù in senso proprio», che è quella conforme alla saggezza acquisita. Il che quindi è piuttosto in contraddizione con la posizione di Schopenhauer, il quale esclude che l’educazione e la conoscenza possano influire sulla qualità del carattere. D’altra parte ricordiamo la sua massima citata nel paragrafo 3.1, secondo la quale la virtù non si insegna più che non si insegni il genio, e non a caso qui egli fa anche l’esempio di Nerone, al quale l’insegnamento di Seneca non ha giovato a farne un uomo per così dire come si deve. Infine, succede facilmente che più individui, educati nella stessa maniera, si comportino poi in modo totalmente diverso tra loro; il che dimostra appunto come il bene o il male non provenga da fuori, ma sia dentro di noi, e si spiega con il fatto che il carattere, «vero e proprio nocciolo di tutto l’uomo», sia per ciascuno innato e immutabile.
Ora, se tale è la condizione umana, evidentemente essa è inconciliabile con la libertà del volere. Un po’ meno chiaro, a dire il vero, è il ragionamento che il filosofo fa a questo proposito. Egli in pratica dice che, una volta ammessa l’ipotesi della libertà, diventa impossibile spiegare l’origine di vizi e virtù, ossia la diversità dei comportamenti individuali. In tal caso infatti, di fronte a un determinato motivo, ognuno potrebbe reagire indifferentemente in due modi opposti, il che fa supporre un carattere equilibrato, non inclinato da nessuna parte. Ma tale può essere solo un carattere vuoto, una «tabula rasa» che alla presenza di un motivo deciderebbe dal nulla il da farsi, e in tal caso l’origine del vizio o della virtù non sarebbe nel soggetto. Nemmeno però potrebbe esserlo nell’oggetto, perché fondare l’azione sul condizionamento di circostanze esteriori, pregiudicherebbe non solo la libertà, ma anche la stessa moralità del comportamento. Come possibile spiegazione rimane quindi soltanto una via di mezzo tra il soggetto e l’oggetto, ossia la mediazione operata dalla conoscenza, sulla base della quale si deciderebbe il comportamento da seguire. Solo che anche questa soluzione non regge, perché «allora tutto risalirebbe alla giusta o falsa conoscenza delle circostanze del momento, sicché la differenza morale tra i modi di agire sarebbe trasformata in una mera diversità della giustezza del giudizio, e la morale si muterebbe in logica» (19). E insomma, ogni tentativo di spiegare la diversità dei caratteri, ossia l’origine della virtù e del vizio, con circostanze esterne, piuttosto che con la disposizione innata di ciascun individuo, è destinato a concludersi con l’attribuire tali differenze o al caso oppure alla provvidenza, e quindi a contraddire comunque l’ipotesi della libertà che pure si vorrebbe sostenere.
Perciò, secondo il filosofo, è soltanto con l’ammissione che la differenza dei caratteri è innata e immutabile, e quindi con l’esclusione esplicita della libertà, che si capisce come mai alcuni agiscono secondo le prescrizioni morali e altri contro. Ossia appunto perché tanto gli uni quanto gli altri non possono fare diversamente, le loro virtù o vizi sono congeniti, e quindi su di ognuno avranno presa soltanto determinati motivi, secondo il determinato carattere di cui sono portatori. Sicché, come in Natura ogni effetto è il prodotto tra una forza universale e una causa occasionale, così nel mondo umano ogni azione è il risultato del carattere individuale moltiplicato per un motivo particolare. E non a caso il filosofo usa questo linguaggio che evoca la singolare “etica matematica” dell’Utilitarismo, perché subito aggiunge che, dati il carattere e il motivo, ogni azione si potrebbe «calcolare con sicurezza». Peccato solo che i fattori in gioco sono difficili da determinare con precisione, sia perché nascosti nell’interiorità di ciascuno, ma anche perché dissimulati di fronte agli altri. Tuttavia la difficoltà del “calcolo” non pregiudica la certezza del risultato, ossia che in date circostanze il comportamento di un individuo sarà sempre lo stesso; a meno che, siccome il carattere è costante, non subentri un motivo diverso più forte del primo, e però in tal caso sarebbe la situazione stessa ad essere cambiata. Motivi diversi possono quindi sì causare effetti differenti per uno stesso carattere, ma non possono modificare il carattere stesso; così come la conoscenza può influire sulla scelta dei mezzi, ma non intacca gli scopi perseguiti da un determinato carattere, il quale è tale fin dalla nascita e dunque ben prima della conoscenza stessa. Di qui il richiamo del motto medievale, «operari sequitur esse», che Schopenhauer evoca appunto per insistere che l’agire dell’uomo consegue dal suo essere, e che, siccome questi non può essere diverso da come è, così neanche il suo comportamento può cambiare. Laddove il caso contrario in cui si ammetta la libertà del volere, tale per cui nelle stesse condizioni un uomo potrebbe agire indifferentemente ora in una maniera e ora in un altra, vorrebbe dire cadere nella palese contraddizione di affermare che un individuo possa nello stesso momento essere e non essere in un determinato modo: «come una essentia senza existentia non fornisce una realtà (come Kant ha chiarito con il noto esempio dei cento talleri), così non lo può fare una existentia senza essentia. (...) Il libero arbitrio, a guardar bene, sarebbe una existentia senza essentia» (20).
In definitiva la libertà del volere, sovvertendo la necessità con cui la motivazione si esplica, dà luogo a tutta una serie di problemi insolubili. Laddove per Schopenhauer non solo ogni fenomeno fisico naturale, bensì anche tutto quanto di più intimo accade nella vita degli uomini, è sottomesso alla medesima rigorosità di nessi causali, una catena cui non è concesso in alcun punto la possibilità di essere spezzata da presunti atti di libertà. Il filosofo riconosce come una tale concezione possa essere motivo di turbamento per l’uomo, a causa del fatalismo che comporta l’eventualità di una condotta immutabile per tutta la vita, dettata da un modo di essere congenito, e dunque indipendente da colui che agisce. Egli però anzitutto ricorda che, se è per questo, anche la dottrina cristiana della predestinazione enuncia a suo modo lo stesso principio, significando implicitamente appunto la costanza del carattere, e quindi la necessità del comportamento. Ma soprattutto cerca di per così dire addolcire la pillola, mostrando che la coscienza della fatalità di tutto ciò che accade può anche essere motivo di consolazione. Acquisire tale certezza serve infatti a non recriminare invano, cioè a non piangere per così dire sul latte versato. Perché il pensiero che un avvenimento avrebbe potuto anche essere stato diverso, non è altro che «un modo stolto di tormentare se stessi», dato che una tale pretesa è impossibile quanto il desiderare che il Sole sorga a Occidente. Laddove è ben più confortante il sapere che comunque il corso degli eventi è quello che è, al quale non è possibile in alcun modo sottrarsi ed a cui conviene quindi rassegnarsi stoicamente, nella consapevolezza che la nostra sorte è una breve parentesi nel tutto. Così come altrettanto inutile è voler essere altro da ciò che si è, come se fosse possibile rinnegare il proprio carattere e magari imitare quello altrui. In questo caso Schopenhauer raccomanda piuttosto l’importanza di conoscere se stessi, nel senso di sapere quello che si vuole, ma altresì ciò che si può. Perché volere senza potere è quanto angustia di più gli uomini, i quali, ignari dei propri limiti, si avventurano in propositi destinati a fallire. Mentre è proprio la coscienza della debolezza che dà la misura della forza, e consente di indirizzare le energie a ciò che è realmente possibile. Certo, la conoscenza di sé non è facile e richiede del tempo, poiché l’uomo la acquisisce solo con l’esperienza di ciò che ha fatto, e non prima, quindi inevitabilmente solo dopo vari errori, dovuti ai tentativi di perseguire scopi che non facevano per lui. Però, una volta conseguita la consapevolezza di sé, dei propri limiti e capacità, allora finalmente l’individuo può essere realmente ciò che è, ed agire conformemente alla propria natura, senza perdersi in vani progetti contrari alle sue attitudini. Questo è il senso in cui il filosofo esorta a conoscere, accettare ed essere fedeli a se stessi, perché questa è «la via più sicura per arrivare alla maggior possibile soddisfazione» cui gli uomini possono ambire, dato che non possono essere diversi da ciò che sono. Così, evidentemente memore della lezione spinoziana, Schopenhauer conclude il suo ragionamento: «come con l’esterna, così con l’interna necessità, nulla ci riconcilia tanto bene quanto l’averne chiara consapevolezza. Quando abbiamo una volta per sempre conosciuto chiaramente sia le nostre buone qualità e forze, sia i nostri difetti e debolezze, e conformemente a tale conoscenza abbiamo segnato a noi la nostra meta, e ci siamo rassegnati all’irraggiungibile, sfuggiamo con ciò nel modo più sicuro all’amarissimo tra tutti i mali, al malcontento di noi stessi, inevitabile conseguenza del non conoscere la propria individualità, della falsa opinione e della presunzione che ne deriva». Insomma, per una vita all’insegna della saggezza, ciò che conta è sapere chi siamo e cosa possiamo realizzare, senza montarci la testa e ambire scopi impossibili, senza illusioni e rimpianti. Nella coscienza che la libertà è «un’invenzione da molto tempo scaduta» (21), acquisiamo la sicurezza che non ci è dato essere diversamente da come siamo, né fare altro da ciò che facciamo.



   4.2.2 L’arcano della libertà

Abbiamo appena visto come il nostro filosofo, in virtù di una concezione meccanicistica di tutto quanto esiste, rifiuti con decisione la possibilità per l’uomo del libero arbitrio, cioè di una volontà indipendente dalle circostanze esteriori, tale per cui di fronte a due motivi opposti essa potrebbe risolversi indifferentemente tanto per l’uno quanto per l’altro. A suo avviso la volontà o «carattere» che ciascun individuo possiede, consiste in una sorta di forza originaria che, come ad esempio la gravità in Natura, è inspiegabile in se stessa, e la cui estrinsecazione, che in questo caso si concretizza in azioni, risulta come l’effetto di un preciso nesso causale. Tale causa, nella fattispecie, è provocata dall’influsso di un qualche motivo su una determinata qualità immutabile dell’agente, e si svolge secondo la «legge della motivazione», una delle forme che il principio di ragione assume, e che proprio perciò, come tutte le altre, impone e richiede la necessità con cui in tutti i casi la causalità si esprime.
Schopenhauer riconosce come tale verità contrasti con la concezione superficiale della libertà, che non è solo quella della «moltitudine miope», ma anche di tanti rispettabili filosofi. Veramente egli sostiene anche che «tutti i pensatori realmente profondi di tutti i tempi, per quanto possano essere state diverse le altre loro vedute, furono d’accordo nell’asserire la necessità degli atti volitivi al subentrare dei motivi, e ripudiarono il libero arbitrio» (pp. 103-104). Il che non esclude che questa totalità dei filosofi “negazionisti” come lui, sia comunque di numero esiguo, perché anzi, di certi tipi non se ne trovano affatto in tutti i tempi, ma solo nell’Età moderna. Il nostro autore propone anche una panoramica storica in un breve capitolo della sua Memoria sulla libertà, titolato «Predecessori», chiamando in causa i personaggi illustri che a suo parere lo avrebbero appunto preceduto. Dove se la prende anche piuttosto alla larga, dato che comincia con il ricordare il seguente passo dell’Antico Testamento: «Lo so, Signore, che l'uomo non è padrone della sua via, non è in potere di chi cammina il dirigere i suoi passi» (Geremia, 10, 23), citato però non per altro che rassicurare i devoti che la sua non è una dottrina irreligiosa, poiché anche nella Bibbia si nega la libertà. Invece il primo autore che ha messo seriamente e radicalmente in discussione l’esistenza del libero arbitrio, è stato M. Lutero, il quale però, da prete qual era, lo ha fatto per motivi religiosi, ponendo fine al dibattito medievale e ai suoi compromessi. Mentre tra i rari filosofi che hanno esplicitamente negato la libertà morale, il primo è senz’altro Th. Hobbes, seguito poi sulla stessa via da Spinoza, Locke e Hume, fino appunto a Schopenhauer. Ebbene il nostro filosofo cita Hobbes nella sua rassegna storica, giusto però riportandone alcuni passi e senza alcun commento. Dimenticando così di riconoscere come la sua dottrina in materia di negazione della libertà l’abbia tratta di peso proprio dal pensatore inglese, come ci apprestiamo a dimostrare.
Nel capitolo XXI del Leviatano (1651), Hobbes esordisce proprio con la sua concezione filosofica della libertà: «II termine "libertà" significa propriamente "assenza di opposizione" (intendendo per opposizione gli impedimenti esterni al movimento), e si può applicare tanto alle creature non razionali ed alle inanimate, quanto alle razionali. Qualsiasi cosa sia infatti legata, o circondata, in modo da non potersi muovere che all'interno di un certo spazio, delimitato dall'opposizione di qualche corpo esterno, diciamo che non ha libertà di andare più lontano». È evidente che si tratta di quella che abbiamo visto definita da Schopenhauer come «libertà fisica». E non solo, perché qui si trova anche il caso che a suo tempo ci aveva lasciato interdetti, quando Schopenhauer portava come esempi il cielo “libero” da nuvole, o il fiume “libero” di scorrere, parlando insomma di una presunta libertà delle cose. Lo stesso esempio del fiume, poi, si trova già anche in Hobbes, il quale però se ne serve curiosamente al contrario, per dire che l’acqua non è libera di scorrere, poiché il suo movimento è costretto dagli argini. Il filosofo inglese parla comunque indubbiamente di una libertà generalizzata estesa a ogni tipo di cosa, ma nel suo caso, dato il presupposto materialista, il discorso ha un senso. Egli infatti precisa che la sua nozione di libertà ha a che fare esclusivamente con i corpi materiali, e riguarda precisamente il loro movimento privo di impedimenti esterni. Così una pietra che rotola senza incontrare ostacoli è altrettanto libera di un animale o di un uomo non ingabbiato. Mentre il fatto che l’essere vivente, a differenza di quello inanimato, possieda in sé il principio del proprio movimento, diventa un dettaglio secondario. Sicché su questa base, ciò che abbiamo già sentito dire da Schopenhauer, lo aveva già sostenuto Hobbes prima di lui, e cioè che un uomo è libero di fare ciò che vuole, a condizione che abbia il potere di farlo, quando insomma niente glielo impedisce. Il filosofo inglese aggiunge però dell’altro, ossia che parlare della libertà di qualcosa che non sia materiale, è un «abuso di linguaggio», dato che gli ingredienti della libertà, il moto e gli ostacoli che possono impedirlo, hanno luogo esclusivamente tra corpi. Così, a differenza di Schopenhauer, Hobbes esclude che si possa parlare di libertà politica, libertà di parola o cose simili, perché alla fine tutte queste varianti intangibili si riducono alla possibilità che ha il concreto corpo umano di fare o no determinate cose. E lo stesso dicasi a proposito della libertà del volere: «dall'uso del termine "libera volontà" non è consentito inferire l'esistenza di alcuna libertà della volontà, del desiderio o dell'inclinazione, bensì la libertà dell'uomo, che consiste nel fatto di non trovarsi fermati, all'atto di fare ciò che si ha la volontà, il desiderio o l'inclinazione di fare».
Quindi Hobbes, proprio come poi anche Schopenhauer, ritiene che l’uomo è libero di fare ciò che vuole, se lo può, ma che da questo non segue che egli sia libero anche di volere ciò vuole. Al contrario, il suo passo successivo consiste proprio nel mostrare che la libertà della volontà è qualcosa di inconcepibile. Ancora nel capitolo citato del Leviatano, il filosofo inglese parla di una compatibilità tra libertà e necessità per quanto riguarda i comportamenti umani. In questo senso, che le azioni volontarie sono libere, quando non ostacolate; «e tuttavia, poiché ogni atto della volontà umana, come ogni desiderio e inclinazione, procede da qualche causa, e quest'ultima da un'altra causa ancora, in una continua concatenazione di cause (il cui primo anello è nella mano di Dio, la prima di tutte le cause), quelle stesse azioni procedono anche dalla necessità. Così, a colui che potesse scorgere la connessione di quelle cause, apparirebbe manifesta la necessità di tutte le azioni umane volontarie. E quindi Dio, che vede e dispone tutte le cose, vede anche che la libertà dell'uomo di fare ciò che vuole è accompagnata dalla necessità di fare ciò che Dio vuole, nulla di più, nulla di meno». Così che non solo è negata la libertà del volere, ma anche quella del fare è ridotta ai minimi termini, e sembra essere tale più per modo di dire che altro. Giusto con la differenza, rispetto a Schopenhauer, che quest’ultimo esclude l’esistenza di una causa prima, per cui la catena della causalità retrocede all’infinito, mentre per il singolare materialista Hobbes essa è appesa «nella mano di Dio».
C’è però anche dell’altro, perché Hobbes non si occupa della libertà solo nel Leviatano, e anzi a tale proposito egli è forse più noto per la sua disputa con un certo vescovo Bramhall, che proprio su questo tema si è protratta oltre dieci anni, a partire dal 1645. Confronto dal quale sono scaturite due opere del filosofo, il breve trattato Della libertà e necessità, redatto nel 1646, e il ponderoso volume Le questioni su libertà, necessità e caso, del 1656. Ed è il caso di parlarne perché in questi scritti si trovano proprio alla lettera quelle posizioni che poi sosterrà anche Schopenhauer, però senza dire da dove avesse tratto ispirazione. Ebbene Hobbes, fin dall’esordio del trattato del ‘46 obietta al vescovo suo interlocutore di confondere il volere con il fare, enunciando per la prima volta la sua ricetta: «Io riconosco questa libertà, che io posso fare se voglio; ma dire che io posso volere se voglio, lo ritengo un discorso assurdo». Più avanti la stessa cosa è ribadita con termini diversi, chiamando «libertà dalla costrizione» quella del fare, che il filosofo ammette, mentre «libertà dalla necessitazione» quella del volere, che invece nega. Anche in questo caso dicendo a chiare note che «non si può concepire una libertà maggiore per un uomo che quella di fare ciò che vuole. (...) colui che può fare ciò che vuole ha tutta la libertà possibile, e chi non può non ne ha per nulla». Per quanto riguarda inoltre le azioni manifestamente premeditate, Hobbes spiega che la scelta scaturisce da una sorta di conflitto dei motivi, attraverso il quale si pesano e bilanciano le conseguenze positive e negative cui si pensa di andare incontro. Sicché la deliberazione non è altro che l’alternarsi di appetiti, intenzioni e inclinazioni contrastanti, finché da ultimo la volontà si decide per il motivo più forte. Però attenzione, avverte il filosofo, perché quel movente la volontà non lo trae da se stessa, bensì dal di fuori, e perciò lo subisce. Infatti, una regola della Natura è che in essa non è dato conoscere alcunché che sia causa di sé, poiché tutti i movimenti e mutamenti che osserviamo sono prodotti da cause esterne, e la volontà non fa eccezione. Sicché, di un uomo che vuole, «la causa della sua volontà non è la volontà stessa, ma qualcos’altro che non è in suo potere». Di modo che, come l’azione è causata dal volere, così la medesima volontà, che pure è causa, a sua volta è causata da altro, qualcosa di cui essa non dispone a suo piacimento, il che riduce praticamente a zero la possibilità di volere liberamente ciò che si vuole. Tale presunta capacità, altrimenti detta libero arbitrio, suppone d’altra parte un’insanabile contraddizione, ossia che, di fronte a un motivo sufficiente per passare all’azione, tuttavia la volontà riesca ad astenersene; come ad ammettere l’assurda possibilità che, sebbene in presenza della causa necessaria, qualunque essa sia, pure l’effetto possa fare a meno di seguire. (22).
Non ci sono quindi dubbi che gli argomenti di Schopenhauer contro la libertà, per quanto suggestivi, però sono tutt’altro che originali. Questo però non è il guaio maggiore del filosofo, se si considera che, insieme alla radicale negazione, egli sostenga al tempo stesso l’affermazione della medesima cosa. Infatti, il suo approdo a un determinismo così assoluto, non è definitivo, né irrevocabile. Perché il riconoscimento dell’universale dominio della necessità nella Natura e nell’uomo, per cui la libertà non è neanche pensabile, non esaurisce il discorso in proposito, ma anzi lascia aperto uno spiraglio ad un’ulteriore possibilità. Ora, cambiare idea non è evidentemente un delitto. Lo ha fatto ad esempio Spinoza, il quale prima, da fedele seguace di Cartesio, ha sostenuto con decisione l’esistenza della libertà; mentre in seguito, per conto suo, è pervenuto alla sua radicale negazione. E se è per questo già Agostino in un primo momento aveva proclamato il libero arbitrio, contro i Manichei che lo escludevano, mentre poi ne ha ridimensionato la portata, contro Pelagio che invece la esagerava. Così come in un certo senso anche Kant, che sul piano teorico ha negato non l’esistenza, ma la possibilità di conoscere la libertà, sul piano pratico l’ha poi indicata come il cardine della sfera morale. Quanto a Schopenhauer invece, egli da un lato nega la libertà sulle orme di Hobbes; mentre dall’altro, e contemporaneamente, la afferma seguendo le orme di Kant, fino alla proclamazione dell’esistenza di una «vera libertà morale».
Ora, questo sconcertante approdo richiede un ampliamento del piano di indagine, una «visione più alta» che consenta di guardare al di là del fenomeno, quindi di andare oltre la coscienza, dove di solito ci si illude di trovare la libertà. Ci vuole insomma uno slancio metafisico, che ancora una volta vuol dire abusare del pregiudizio idealista, il quale, giocando su un presunto dualismo, alterna una duplicità di approcci contrastanti, per sostenere contemporaneamente posizioni opposte. In questo caso si tratta di una sorta di dogma preliminare che, proclamato già nel Mondo, consente a Schopenhauer il suo clamoroso cambiamento di rotta. Sarebbe a dire che occorre tenere presente un dettaglio cruciale, cioè appunto la distinzione tra fenomeno e noumeno, allo scopo di «renderci chiaro come la volontà sia in tutti i suoi fenomeni soggetta alla necessità, pur potendo nondimeno esser chiamata in se stessa libera, anzi onnipotente» (23). Sicché, mentre nel nostro mondo di rappresentazioni tutto è determinato dalle inesorabili leggi della causalità, secondo le varie forme del principio di ragione; invece nel mondo come volontà è esattamente il contrario, in esso non c’è ragione, e quindi neanche leggi che tengano, così che in quest’altra dimensione la “Volontà” fa per così dire quello che vuole, senza essere determinata da altro che da se stessa e senza dover rendere conto a nessuno. In questo modo ogni singolo oggetto, come anche il mondo intero, è per noi fenomeno, e come tale privo di autonomia, nella misura in cui è soggetto al vincolo necessario della causalità. Mentre in se stessa ogni cosa è volontà, «la quale, non essendo né fenomeno né rappresentazione o oggetto, bensì cosa in sé, non è al principio di ragione sottomessa, e quindi non è determinata come effetto da una causa, e non conosce necessità, ossia è libera. (...) Ora, qui ci sta innanzi nel modo più palese il punto d’eliminazione d’un grande contrasto, l’unione di libertà e necessità, onde sovente si è parlato in questi tempi, ma, per quanto io mi sappia, mai con chiarezza e proprietà. Ciascuna cosa è in quanto fenomeno, in quanto oggetto, assolutamente necessaria; ma la stessa cosa è in sé volontà, e questa è del tutto libera in eterno» (24). A parte la supponenza piuttosto sfrontata del filosofo, che pensa di sbrigarsela con un semplice schematismo verbale, spacciandolo peraltro per un pensiero originale. Invece è appena il caso di notare come da un lato la presunta libertà di cui parla, sembra essere concessa a tutte le cose, invece che casomai solo all’uomo; mentre d’altra parte l’onnipotenza che egli attribuisce alla sua “Volontà” metafisica, è proprio quella stessa solitamente assegnata alle divinità delle religioni tradizionali. Per cui ciò che egli propone è in fondo sempre lo stesso dio filosofico che andava per la maggiore tra gli Antichi, giusto con la differenza che il suo è un essere incosciente, la cui libertà assoluta è appunto quella di volere senza motivo, e insomma di agire senza sapere quello che fa.
In ogni caso, con ciò siamo ancora in un generico alto mare, perché è pur sempre della libertà umana che alla fine si chiede la spiegazione, a chi abbia la pretesa di affermarla. Anche ammessa la premessa che la “Volontà” cosmica sia in se stessa assolutamente libera, come può sostenersi la stessa cosa per la volontà umana, che sappiamo trovarsi in una condizione antitetica? La nuova via che il filosofo si appresta a percorrere, per rovesciare tale situazione di partenza, è della brevità di poche pagine, quelle che costituiscono l’ultimo capitolo della sua Memoria. Ebbene essa prende le mosse da un attestato indubitabile della coscienza, quello della responsabilità, che consiste nella certezza istintiva che nessun altro all’infuori di noi è l’autore dei nostri atti. Sicché da tale sentimento interiore deriva l’imputabilità delle nostre azioni a noi stessi, che non viene meno neanche con la consapevolezza dell’assoluta necessità del nostro operare. E questo senso del dover rendere conto di ciò che facciamo, dal quale scaturisce il giudizio morale, è tale da autorizzarci a dedurre una certa forma di libertà. Insomma, si tratta del banale senso di colpa, della tipica concezione cristiana della libertà come facoltà di peccare, e della responsabilità come di ciò che rende il colpevole degno di essere punito: «Dove c’è colpa ci deve anche essere responsabilità. E siccome essa è l’unico elemento che autorizza a dedurre una libertà morale, là deve essere anche la libertà» (25).
 La cosa ancora più sconcertante, però, è che Schopenhauer aveva già parlato poche pagine prima proprio della responsabilità, solo che in chiave contraria, come di un espediente escogitato dai teologi per sostenere il libero arbitrio. Fin da Agostino il problema di costoro è stato quello di conciliare la bontà del creatore con le malefatte delle creature, ossia di trovare il modo di giustificare Dio per i peccati commessi dagli uomini. Dilemma la cui brillante soluzione è consistita appunto nell’attribuzione della libertà, la quale rende gli uomini artefici del proprio male, affrancando Dio da ogni responsabilità. Se non fosse che, come polemizza il nostro filosofo, si tratta di una pura acrobazia verbale, un’invenzione che non scioglie minimamente la difficoltà. Infatti, egli osserva, «come si può immaginare che un essere, quando in tutta la sua essenza ed esistenza è opera di un altro, possa ciò nonostante (...) essere responsabile delle sue azioni? (...) Che cosa si direbbe di un orologiaio che fosse in collera col suo orologio perché non funziona? (...) Dopo che grandi uomini si sono affaticati invano a trovare una via d’uscita da questo labirinto, non ho difficoltà a confessare che l’idea della responsabilità morale della volontà umana, senza che questa si sia fatta da sé, supera le mie capacità di pensiero». L’agire dell’uomo è come preso tra due fuochi, determinato o dalla causalità del creatore, oppure dalla casualità delle circostanze esterne, due alternative che escludono la sua autonomia, e lo rendono comunque dipendente da altro piuttosto che da se stesso. Sicché, qualunque cosa faccia, «l’uomo rimarrebbe innocente in ogni caso, mentre invece lo si fa responsabile». La volontà umana può immaginarsi come una bilancia in equilibrio, che per muoversi deve essere caricata di un peso, il quale però non può essere la bilancia stessa a metterlo. Sia nello specifico un motivo proveniente dal mondo naturale, oppure il carattere congenito assegnato dal creatore, quel peso è posto in ogni caso da fuori; per cui, appunto come una bilancia, l’uomo non è libero di muoversi da solo, e quindi non è responsabile di quello che fa. Solo a una condizione potrebbe infatti definirsi tale: «l’uomo è responsabile delle sue azioni soltanto nel caso in cui egli si sia fatto da sé» (26).
Come si vede, Schopenhauer sostiene contemporaneamente, e quasi nello stesso luogo, due tesi diametralmente opposte. Che l’uomo, non essendo evidentemente causa di sé, esista per una qualche sorta di necessità che si riflette di conseguenza anche in ciò che fa, lo sapevamo già. E c’era quindi da aspettarsi che, non essendo libero, non fosse nemmeno responsabile. Si tratta di vedere ora come si spiega il repentino e radicale cambiamento di rotta. È come se il filosofo dicesse che, benché sappia di non esserlo, però l’uomo si sente ugualmente responsabile, perché avverte comunque quel senso di colpa che accompagna le sue cattive azioni. Questo sarebbe il dato di fatto, il quale come argomento non è che sia però un granché convincente. Infatti non basta a diminuire la perplessità del lettore che, dopo aver ascoltato la minuziosa descrizione della necessità del comportamento, si sente dire ora che l’uomo è altresì libero e responsabile. Secondo Schopenhauer il rimorso che l’individuo prova, deriva dalla consapevolezza che il suo agire avrebbe potuto anche essere diverso, ma solo a una sconcertante condizione, che egli fosse stato un altro. Quindi non viene meno il principio che, dato il carattere e il motivo, il comportamento ne debba seguire necessariamente. Solo che, riflettendo sul senso di colpa che pure percepisce, l’uomo si chiede a chi attribuirlo, se al motivo, all’azione o al carattere. E la scelta cade ovviamente su quest’ultimo: «La responsabilità della quale l’uomo è conscio tocca (...) in fondo il suo carattere: di questo egli si sente responsabile» (27). Per cui non è tanto ciò che l’uomo fa, ad essere colpevole, quanto ciò che esso è. Il carattere appunto, «il luogo» dove, insieme alla colpa, avrebbe sede anche la libertà e la responsabilità. Di nuovo però questa trovata contrasta visibilmente con la dottrina del carattere che abbiamo conosciuto finora. Se infatti esso è innato e immutabile, se a noi è dato conoscerlo solo dopo che si è manifestato nell’azione, e se la conoscenza stessa può influire giusto sui mezzi da adottare, ma non sui fini da conseguire, allora come lo si può definire colpevole, cioè libero e responsabile? Specie dopo che tutte quelle qualità del carattere erano servite finora a dimostrare proprio il contrario, ossia la necessità di ogni comportamento?
Il dubbio è legittimo, ma il nostro filosofo è pronto a dissiparlo tirando fuori un ultimo asso dalla manica. Sarebbe a dire la dottrina approntata da Kant «a proposito del rapporto tra carattere empirico e carattere intelligibile, e della conseguente conciliabilità tra la libertà e la necessità, che è quanto di più bello e più profondo abbia pensato quella grande mente, che anzi gli uomini in genere abbiano mai prodotto» (28). Di questa teoria kantiana del doppio carattere umano, abbiamo già parlato nel paragrafo 4.1.1, dove si è visto che essa compare già nella prima Critica, come soluzione dell’antinomia della libertà. Ebbene Schopenhauer, che ne tesse ripetutamente le lodi, la adotta senza riserve, giusto con una lieve differenza. Che mentre per Kant il carattere indica la causalità, per Schopenhauer esso si identifica immediatamente come una «qualità della volontà». A parte questa divergenza terminologica, per il resto le due dottrine sono esattamente le stesse, tanto che il nostro filosofo nemmeno ritiene necessario ripetere a menadito la lezione, e rinvia direttamente i suoi lettori all’opera kantiana. Il senso di colpa e di responsabilità da cui egli prende le mosse, quindi, non lo porta in realtà da nessuna parte, se non a introdurre di nuovo la concezione idealistica della duplicazione del mondo e dell’uomo, la quale sola consente di salvare insieme la libertà del “regno soprasensibile” con la necessità della Natura sensibile, la compresenza di una dimensione “intelligibile” del comportamento, insieme a una sfera d’azione materiale diametralmente opposta. Un’altra differenza formale è che, mentre Kant dichiara subito l’esistenza di un doppio carattere, Schopenhauer lo fa solo alla fine. Costui finora, nella radicale negazione della libertà, ha parlato di carattere e basta, senza ulteriore specificazione, come dell’interiorità dalla quale, all’incontro con i motivi esteriori, doveva seguire la necessità delle azioni. Ha detto sì che il carattere è empirico, ma solo nel senso che è una delle sue qualità distintive quella di essere conosciuto a posteriori, così com’è altresì individuale, immutabile e connaturato. Solo ora riconosce finalmente che quello cui si è riferito fino a quel momento è il carattere empirico nel senso kantiano di appartenente al fenomeno, e che Schopenhauer intende come quello soggetto alle forme del principio di ragione, dal quale è da distinguere l’altro: «la condizione fondamentale di questo carattere fenomenico, indipendente, in quanto cosa in sé, da queste forme e non sottomessa ad alcun mutamento temporale e perciò costante e immutabile, è il suo carattere intelligibile, cioè la sua volontà come cosa in sé, alla quale appartiene anche, per tale sua natura, una libertà assoluta, cioè l’indipendenza dalla legge di causalità (in quanto forma valida soltanto per i fenomeni)» (29).
Insomma, è la stessa libertà della “Volontà” cosmica vista poco fa, che rispunta questa volta come libertà dei singoli individui. Proprio per questa analogia, però, quella di cui si parla è una «libertà trascendentale», nel senso che appartiene alla volontà come cosa in sé, cioè all’«essenza interiore dell’uomo in se stesso», la quale, appunto perché tale, non è riscontrabile nell’esperienza. Sul piano naturale il comportamento umano è soggetto allo stesso nesso causale che vale per tutti gli altri fenomeni, e quindi è ugualmente necessitato. Qui è il carattere empirico che si manifesta nella successione continua di singoli atti. Invece il carattere intelligibile è un atto originario, unico e indivisibile, estraneo alla dimensione spaziale e temporale, obiettivazione immutabile dell’universale “Volontà” metafisica. Così che, due delle qualità di cui Schopenhauer aveva parlato in precedenza a proposito del carattere in generale, cioè il suo essere immutabile e innato, sono attribuite ora al carattere intelligibile; e mentre prima quelle qualità erano argomenti contro la libertà, ora sono intese per sostenere la tesi opposta. Sicché siamo di nuovo da capo, interdetti dal come un carattere simile possa dirsi al tempo stesso libero. Di quanto sia evanescente questa concezione, il filosofo lo mostra nei Parerga (II, Capitolo VIII, § 116), dove dice chiaramente che «la libertà non si deve cercare nella natura, ma solo al di fuori di essa. La libertà è qualcosa di metafisico; nel mondo fisico, invece, è qualcosa di impossibile». Espressione che evidentemente, invece di togliere dall’imbarazzo, non fa che acuire i legittimi dubbi dell’ordinario senso comune. Nel seguito del passo appena citato, Schopenhauer prova a spiegare che il carattere intelligibile, pur essendo congenito e per così dire creato da una “Volontà” inconsapevole, pure sarebbe al tempo stesso l’esito di una «libera azione metafisica» dell’individuo che lo possiede, come se costui lo avesse scelto prima della nascita. Non a caso il filosofo evoca la dottrina platonica e buddista della trasmigrazione delle anime, però come se questa fosse un esempio mitico di ciò che lui vorrebbe invece spacciare per qualcosa di realmente esistente.
Così l’uomo sarebbe libero solo prima di venire al mondo, mentre poi il corso della sua intera vita sarebbe segnato dalla necessità. Egli non può mai agire diversamente da come fa, semplicemente perché non può mai essere diverso da ciò che è. E queste sono cose che già sappiamo dal paragrafo precedente. Quindi non è nella serie delle singole azioni, che risiede la libertà, non è ai comportamenti occasionali che va attribuito il senso di colpa che proviamo, bensì al carattere intelligibile, perché esso sarebbe il vero responsabile di tutto. Esso che determinerebbe fin dall’inizio e una volta per tutte, ciò che facciamo volta per volta, «come un sigillo impresso in mille stampi». Solo che, oltre che congenito, tale carattere intelligibile in sé è anche inintelligibile per noi, che lo conosciamo solo a posteriori, man mano che il nostro agire ce lo svela. Eppure ne saremmo ugualmente responsabili, nella misura in cui sarebbe l’esito di una nostra presunta «libera azione metafisica» originaria. L’ultimo appiglio cui Schopenhauer si aggrappa per accreditare la sua dottrina, è la massima scolastica che recita operari sequitur esse, già tirata in ballo quando si trattava di negare la libertà, e ora riproposta per sostenere il contrario. O meglio, resta vero il fatto che l’agire dell’uomo consegue dal suo essere, e quindi è necessario; poiché, non potendo egli essere diverso da come è, allora neanche il suo comportamento può cambiare. Il che esclude la libertà del volere, tradizionalmente concepita come la capacità di fare cose diverse nelle medesime circostanze, appunto perché un determinato carattere posto di fronte a un dato motivo, reagirà sempre allo stesso modo. Se non nell’azione però, e qui sta la novità, la libertà risiederebbe nell’essere, da intendersi come il fondamento originario di ciascun individuo. È qui dunque, nell’esse o carattere intelligibile, che la nostra libertà e responsabilità hanno luogo, e non nell’operari o carattere empirico, come è sempre stato erroneamente creduto. La nostra colpa quindi, o il nostro merito, non stanno se non apparentemente in ciò che facciamo, bensì in ciò che siamo, non potendo noi agire diversamente da come di fatto accade: «soltanto nell’esse sta la libertà, ma da questo e dai motivi segue necessariamente l’operari; guardando a ciò che facciamo noi riconosciamo ciò che siamo. È questo, e non il presunto liberum arbitrium indifferentiae, il fondamento della responsabilità di cui abbiamo coscienza, e della tendenza morale della vita. Tutto dipende da ciò che una persona è: ciò che essa fa deriva da lei con la stessa necessità di un corollario» (30).
Resta un mistero capire come si possa imputare alcunché a qualcuno per essere nato in un certo modo, come se ad esempio fosse una colpa essere brutto, o di un certo colore della pelle, oppure figlio di genitori poveri. Il filosofo si limita alla sconcertante spiegazione cui abbiamo già fatto cenno, ossia che uno, fatto in una certa maniera, avrebbe però anche potuto essere diverso, cioè in sostanza un altro. Il che appunto equivale a dire che un brutto sarebbe potuto nascere bello, o un nero bianco, come se avesse scelto lui di essere in un modo piuttosto che un altro. Questa benché stridente assurdità, però, non è del tutto campata in aria. Schopenhauer infatti, ha in mente una libertà che non incorra nella tradizionale contraddizione teologica di un uomo creato da Dio, eppure ritenuto al tempo stesso libero. Contrasto insanabile, che tutta quanta la storia della filosofia non è riuscita a risolvere se non a parole, perché non ha senso attribuire la libertà a qualcuno la cui esistenza dipende da qualcun altro. Mentre solo nel caso in cui si ammetta che l’uomo si sia fatto da sé, e che sia insomma un essere originario, allora lo si può definire autenticamente libero. Nella sua Memoria sulla libertà il filosofo non affronta direttamente questo tema, che però è rintracciabile già nella sua opera principale, dove verso la fine si legge che «l’uomo non è creazione di un’altrui volontà, ma della sua propria. Allora tutto diventa chiaro e giusto: perché non c’è bisogno di alcuna libertà nell’Operari; essa risiede nell’Esse». Lo stesso concetto compare anche ne La volontà nella natura, dove nel capitolo dedicato all’Etica è ribadito che l’autonomia è la condizione indispensabile della libertà, la quale vien meno non appena si postula l’esistenza come l’effetto di una causa esterna. «La responsabilità, - com’è detto qui - ha per condizione la libertà, ma questa ha per condizione di essere originaria»; appunto nel senso di qualcosa che non può derivare da qualcos’altro, ma deve essere da se stessa causa di sé. Non per niente qui Schopenhauer ricorda la celebre definizione dell’Etica spinoziana (Parte Prima, Definiz. VII), la quale recita: «Si dice libera quella cosa che esiste per sola necessità della sua natura e si determina da sé sola ad agire»; benché in questo caso Spinoza si riferisca al suo “Dio o Natura”, piuttosto che all’uomo. Ancora nei Parerga, infine, questo stesso argomento si presenta di nuovo in polemica col teismo, che si sforza invano di tenere insieme la responsabilità dell’uomo insieme al suo essere creatura di Dio; laddove «il concetto di libertà (...) è inseparabile da quello dell’originalità». Se l’uomo deriva da Dio, allora quest’ultimo è responsabile di tutto ciò che l’uomo è e fa, per cui non ha senso parlare di libertà; o almeno, benché la si possa proclamare a parole, resta ugualmente qualcosa di inconcepibile. «Perciò il teismo e la responsabilità morale dell’uomo sono inconciliabili; proprio perché la responsabilità ricade sempre sull’autore dell’essere, in quanto in tale autore essa trova il suo baricentro. Inutilmente si è cercato di gettare un ponte tra quelle due cose inconciliabili, mediante il concetto della libertà morale dell’uomo: questo ponte crolla continuamente. L’essere libero dev’essere anche originario. Se la nostra volontà è libera, essa è anche l’essere originario, e viceversa» (31).
Se però, da una parte, questo punto di vista toglie di mezzo gli insostenibili compromessi teologici, dall’altra non scioglie le riserve che suscitano la posizione alternativa di Schopenhauer. Poiché quel farsi da sé dell’uomo, di cui egli parla, non è quello che si pensa normalmente, di un individuo che realizza la propria vita attraverso l’educazione, la professione, la famiglia e quant’altro. No, perché secondo il filosofo l’uomo si farebbe da sé come la volontà personale di una “Volontà” cosmica; non si capisce in che modo, ma questa sorta di generazione non si svolgerebbe durante l’arco dell’esistenza, bensì avverrebbe una volta per tutte fin dalla nascita. E questo atto originario, determinante ma evidentemente anche inconsapevole, sarebbe l’unica occasione di libertà in tutta la vita dell’individuo. Inoltre questa, che dovrebbe essere la formazione del carattere intelligibile, cioè del metafisico “uomo in sé”, accadrebbe prima dell’esperienza proprio perché estranea ad essa, e perfino fuori dal tempo; di cui il carattere empirico sarebbe invece la manifestazione fenomenica che si svolge lungo il frammentato corso dell’esistenza concreta. Il filosofo parla anche di un «carattere acquisito», da intendere come la conoscenza compiuta di sé, che si ottiene solo a un certo punto della vita, quando ormai si è divenuti consapevoli di ciò che si vuole e della pasta di cui si è fatti. Tale cognizione non serve tuttavia a modificare alcunché del nostro comportamento, ma solo a impedire di avventurarci in imprese che non sono alla portata delle nostre possibilità. Cose anche queste già sentite nel paragrafo precedente, che quindi ci riportano al punto di partenza, a conferma del fatto che l’uomo non può agire diversamente da come è, per cui gli conviene conformarsi al proprio carattere piuttosto che provare a cambiarlo (32).
Alla fine occorre quindi riconoscere che il nostro filosofo non ha cambiato idea sul rigido determinismo vigente nel mondo naturale, compreso quello umano. Proprio per questo però la sua invocazione finale di libertà non poteva che riuscire una novità controversa, la quale si rivela essere infatti più un articolo di fede, che non un dato accertabile, e anzi tale che perfino la dottrina del peccato originale sembra più credibile. Kant ha almeno ancorato la sua dottrina sul piano pratico, ponendo la libertà come il cardine della vita morale, per quanto questa sia di un formalismo estenuante. Mentre Schopenhauer non fa alcun cenno a tutto ciò, e parla di una libertà puramente metafisica, cioè letteralmente campata in aria. Egli, che pure ha visto la difficoltà del problema, però ne è rimasto impigliato fino al collo, essendo tutt’altro che convincente la soluzione proposta. Affermare una libertà inattingibile e inaccessibile, coesistente a una necessità evidente, effettiva e concreta, appare più un espediente dovuto a esigenze sistematiche e speculative, che non un fatto corrispondente alla realtà. E anche ammesso per ipotesi il dualismo metafisico tra fenomeno e cosa in sé, pure alle condizioni di Schopenhauer, quella da lui proclamata sarebbe una libertà perfettamente inutile. Né lo trae d’impaccio ciò che egli dice in conclusione della sua Memoria, dove precisa che la libertà di cui parla «va oltre le azioni e comincia più in alto, (...) in una regione superiore, ma non facilmente accessibile alla nostra conoscenza». Alla fine è lui stesso a riconoscere che, nonostante gli sforzi e i tentativi di affermarla, pure «la libertà è un mistero», come recita un celebre motto di Malebranche, che Schopenhauer ha già condiviso ne Il mondo (op. cit., p. 526), e omaggiato ponendolo all’inizio del suo saggio dedicato a questa materia.
Per la più parte degli interpreti di ispirazione cristiana, quello del nostro filosofo è un tentativo fallito di affermare la libertà, reso vano dall’assenza di Dio. Costoro apprezzano l’avvertimento che la libertà non può consistere nel fare ciò che più piace al richiamo dei sensi, ma poi accusano Schopenhauer di perdersi in un artificio metafisico vuoto, appunto perché senza un fondamento religioso nemmeno la vera libertà morale può stare in piedi. Come dice ad esempio un autorevole studioso qual è il Faggin, in un mondo segnato dal meccanicismo assoluto come quello tratteggiato da Schopenhauer, «non c’è posto per nessuna discriminazione di valori etici; e l’uomo non è imputabile moralmente delle sue azioni più del lupo e dell’agnello (...). Dire che l’uomo è responsabile, non di quello che fa, ma di quello che è, cioè di tutto il suo carattere noumenico, di tutta la sua unità psichica assunta a parte ante, non può avere un significato se non nel mito platonico di Er. E qui la filosofia morale di Schopenhauer sconfina davvero con la mitologia». Più ponderata e degna di nota è invece l’opinione del Vasoli, il quale vede piuttosto in Schopenhauer la contraddizione tra la sua insopprimibile esigenza metafisica e il presunto ateismo, che è tale solo di facciata. Poiché alla fine ciò che egli propone è «l’oscuro enigma di una libertà che, per essere tale, deve esistere oltre ogni forma o struttura logica della mente umana. In questa metafisica irrazionale (...), mentre liquida le ultime illusioni di una filosofia fiduciosa nei poteri dell’individuo, torna a proporre quell’unica libertà dell’assoluto che, a guardar bene, e nonostante tutte le dichiarate professioni di ateismo, è, ancora una volta, l’attributo essenziale di un ‘deus absconditus’, il volto ignoto di una divinità inaccessibile» (33). In conclusione occorre dire che, per quanto questo giudizio sia condivisibile, però non è del tutto definitivo, perché anzi il bello di Schopenhauer deve ancora venire. Benché paradossalmente si tratti della sua dottrina pessimista, questa sì attendibile e radicata nella realtà, nonché terreno fertile di una morale non inquinata da pregiudizi religiosi, nell’ambito della quale perfino la libertà trova una sua inedita e inaudita ragion d’essere. È ciò che cercheremo di mostrare nel prossimo capitolo.


Note Capitolo 4

1. I. Kant, Critica della ragion pura, Dialettica trascendentale, Libro secondo, Cap. II, Sez. Terza.
2. Ibid., Sez. Settima.
3. Ibid., Sez. Nona, § I.
4. Ibid., Sez. Seconda.
5. Queste e le prossime citazioni che seguono sono tratte dalla Critica della ragion pura, Dialettica trascendentale, Libro secondo, Cap. II, Sez. Nona, § III.
6. I. Kant, Critica della ragion pratica, cit., pp. 37-38. Già all’inizio della Prefazione a quest’opera il filosofo espone la stessa controversa questione del rapporto tra legge e libertà, dove in particolare alla prima nota egli scrive: «se la legge morale non fosse prima pensata chiaramente nella nostra ragione, noi non ci terremmo mai autorizzati ad ammettere una cosa come la libertà».
7. Sulla natura “intelligibile” della libertà, sul rapporto tra questa e la legge morale, nonché sul confronto con Hume, vd. Ibid., pp. 53-54 e 58-70.
8. Sull’equivoca nozione di oggetto e sulla relativa causalità del volere, vd. Ibid., pp. 56-57 e 72-82. Ancora nelle Dilucidazione critica posta alla fine dell’Analitica (Ibid., pp. 109-110), Kant ribadisce la sua controversa e diciamo pure contraddittoria concezione della produttività del volere: «la ragion pratica (...) non tratta degli oggetti per conoscerli, ma della propria facoltà di produrli, cioè di una volontà, la quale è una causalità in quanto la ragione contiene il motivo determinante di essa; (...) per conseguenza, non ha da dare nessun oggetto all’intuizione, ma (...) deve soltanto fornire una legge della volontà».
9. Sulla soluzione del dilemma tra libertà e necessità, vd Ibid., pp. 84-88 e 109-125.
10. Sulla libertà come postulato, vd Ibid., p. 4 e pp. 160-’62. Sulla libertà come bisogno e come fede, vd. Ibid., pp. 171-’76.
11. A. Schopenhauer, La libertà del volere umano, Laterza, Bari 2011, p. 49.
12. Sull’incapacità e illusorietà dell’autocoscienza di giudicare della libertà, vd. Ibid., pp. 57-65.
13. La quadruplice radice del principio di ragione, cit., p. 227.
14. Vd.  pp. 77-79. Già ne La quadruplice radice del principio di ragione (cit., pp. 87-88), il filosofo sostiene la necessità con cui opera un motivo astratto, la quale è altrettanto ferrea non solo quanto quella di un motivo presente all’intuizione, bensì anche quanto quella del movimento meccanico di un corpo. Come egli dice, «la pietra deve essere spinta, l’uomo obbedisce a uno sguardo. Però ambedue sono mossi da una causa sufficiente, dunque con la medesima necessità».
15. La libertà del volere umano, cit., p. 82.
16. Ibid., p. 89.
17. Ibid., p. 91.
18. Ibid., p. 97. C’è un passo del Mondo (op. cit., p. 170) in cui questa concezione della immutabilità del carattere e delle sue conseguenze è ancora più esplicita. Laddove il filosofo parla del «fatto singolare che ciascuno a priori si ritiene del tutto libero, anche nelle sue singole azioni; e ritiene di poter iniziare in ogni momento un nuovo indirizzo di vita, quasi diventando un altro. Ma a posteriori, attraverso l’esperienza, s’accorge con suo stupore di non essere libero, bensì sottomesso alla necessità; che malgrado tutti i propositi e le riflessioni, non muta il suo modo di agire, e dal principio alla fine della sua vita è costretto a trascinare quel carattere che egli medesimo disapprova, quasi recitasse fino all’ultimo una parte».
19. La libertà del volere umano, cit., p. 100.
20. Ibid., p. 103. Sul carattere empirico vd. anche Il mondo, cit., pp. 381-’87.
Sulla prevedibilità del comportamento umano, una volta conosciuti il carattere e i motivi, già Kant si era espresso negli stessi termini: «si può ammettere che se a noi fosse possibile avere, del modo di pensare di un uomo, (...) una cognizione così profonda che ogni movente (...) ci fosse noto, e nello stesso tempo tutte le occasioni esterne operanti su questi moventi, si potrebbe calcolare, con la medesima certezza di un’eclisse solare o lunare, il modo di procedere di un uomo in avvenire» (Critica della ragion pratica, cit., p. 121).
21. Il fondamento della morale, cit., p. 261.
Sui vantaggi del fatalismo, vd. La libertà del volere umano, cit., p. 107, e Il mondo, cit., pp. 401-406.
A questo proposito è degna di menzione l’osservazione di un uomo come Einstein, il quale mostra di condividere in pieno la dottrina di Schopenhauer che nega la libertà, e di averla apprezzata fin dalla giovinezza proprio perché vi ha trovato conforto e una sorgente inesauribile di tolleranza: «Aver coscienza di ciò - scrive lo scienziato - contribuisce ad addolcire il senso di responsabilità che facilmente ci mortifica e ci evita di prendere troppo sul serio noi come gli altri; si è condotti così a una concezione della vita che lascia un posto singolare all’humor» (A. Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton, Roma 1988, p. 18).
22. Th. Hobbes, Libertà e necessità, Bompiani, Milano 2000, pp. 51, 91 e 113.
Lo stesso identico concetto è poi espresso come decisivo anche nelle Questioni, dove, proprio in apertura, il filosofo dice che: «ci sono due questioni: una, “se un uomo è libero, in quelle cose che sono in suo potere, di fare ciò che vuole”; un altra, “se egli sia libero di volere”. Che è quanto dire (perché volere è appetire), che un conto è se egli sia libero di mangiare ciò di cui ha appetito, e un altro se egli sia libero di avere un appetito. Nel primo caso, “se un uomo è libero di fare ciò che vuole”, sono d'accordo con il Vescovo. Nel secondo, “se egli sia libero di volere”, dissento da lui».
Di quest’ultima opera non esiste traduzione italiana. Il passo citato è tratto da: Th. Hobbes, The questions concerning liberty, necessity and chance, English works by W. Molesworth, Vol. V, London 1841, p. 5. Ed ecco il testo originale: «there be two questions; one, "Whether a man be free in such things as are within his power, to do what he will"; another, "Whether he be free to will". Which is as much as to say (because will is appetite), it is one question, whether he be free to eat that has an appetite, and another, whether he be free to have an appetite? In the former, " whether a man be free to do what he will", I agree with the Bishop. In the latter, " whether he be free to will", I dissent from him».
23. Il mondo come volontà e rappresentazione, cit., p. 406.
24. Ibid, p. 381. Sulla libertà della volontà come cosa in sé, vd. anche Ibid., pp. 398-’99.
25. Sul senso di colpa come fonte del sentimento di responsabilità e libertà, vd. La libertà del volere umano, cit., pp. 142-’43. Lo stesso concetto è ribadito ne Il fondamento della morale (cit., p. 178): «Rimane sempre vero che le nostre azioni sono accompagnate dalla coscienza di un proprio potere e di un’originalità, mediante i quali le riconosciamo per opera nostra, e ognuno con infallibile certezza si sente vero autore delle sue azioni e moralmente responsabile di esse. Siccome però la responsabilità presuppone una possibilità di agire altrimenti, cioè in qualche modo una libertà, nella coscienza della responsabilità è contenuta indirettamente anche quella della libertà».
26. Sulla negazione della responsabilità morale, vd. La libertà del volere umano, pp. 118-120. È appena il caso di ricordare che tale, benché fuggevole affermazione di necessità e innocenza dell’uomo, contro la sua presunta libertà e responsabilità, è la stessa a cui anche Nietzsche si rifarà fedelmente di lì a poco.
27. Ibid., p. 142.
28. Ibid., p. 144. Sull’adozione incondizionata di questa dottrina kantiana, vd. anche Ibid., p. 129; e Il fondamento della morale, cit., pp. 178-’79 e 259.
29. La libertà del volere umano, cit., p. 145.
30. Ibid., p.146. Lo stesso principio è ripetuto ne Il fondamento della morale (cit., p. 180): «La libertà non fa parte del carattere empirico, ma soltanto di quello intelligibile. L’operari di un dato uomo è necessariamente determinato di fuori dai motivi, di dentro dal suo carattere, e pertanto tutto ciò che fa avviene necessariamente. Ma nel suo esse, lì sta la sua libertà. Egli avrebbe potuto essere un altro, e in ciò che è stanno la colpa e il merito, poiché tutto ciò che fa ne risulta da sé come un semplice corollario». Vd. anche Ibid., p. 265.
31. Sull’«aseità» del soggetto, quale condizione della sua libertà, vd. Il mondo come volontà e rappresentazione, cit., nt. p. 529; La volontà nella natura,  cit., p. 212; e i Parerga, cit., pp. 893-’94.
32. Sul carattere acquisito, vd. La libertà del volere umano, cit., p. 94; e Il mondo, cit., pp. 401-404.
33. Cfr. G. Faggin, Introduzione a Schopenhauer, Etica, Boringhieri, Torino 1961, p. 14; e C. Vasoli, Introduzione a La libertà del volere umano, cit., p. 39.










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